Com’è triste Venezia affondata nelle mazzette dal gigante di cemento che doveva salvarla

Com’è triste Venezia affondata nelle mazzette dal gigante di cemento che doveva salvarla

VENEZIA . Colpita e affondata dalla mitomania idraulica che doveva risollevarla, Venezia – Mose condivide la sventura con la sua rivale storica: Genova-Carige la sbancata. Certo in laguna tutto appare più elegante, l’ingegner Mazzacurati è un gran signore cosmopolita che non userebbe mai il turpiloquio sguaiato di un Berneschi qualsiasi; e l’avvocato Orsoni, a detta degli stessi magistrati, riceveva a domicilio i soldi pubblici del Consorzio, cioè di noi contribuenti, «con vereconda indifferenza, seguita dalle consuete reciproche manifestazioni di cavalleresche cortesie». Sempre chiarendo che quei soldi non servivano certo a lui, già ricco abbastanza, ma all’intendenza di un Pd cui si era concesso candidato sindaco, recandogli con sé il beneplacito della curia e del patriziato superstite.
Ho promesso al rivale di Orsoni nelle elezioni 2010, il solitamente loquace Renato Brunetta, di non violare l’embargo che si è imposto sulla retata del Consorzio Nuova Venezia. Anche perché, se gli ricordi i contributi che anche lui riscuoteva da Mazzacurati, reagisce citando le campagne elettorali di Obama e le provvidenze statali ai giornali. Sta di fatto che Brunetta si sente vittima di un sistema che a destra includeva Galan mentre lo liquidava come outsider. Ma c’è un rimpianto di Brunetta che non posso non riferire, in quanto espressione del vetusto senso di superiorità che neanche la decadenza veneziana affievolisce: «Sono addolorato perché il Mose è la più grande opera idraulica della storia dell’umanità. Oggi viene svilita ma rappresentava il riscatto della modernità. In fondo anche la Tour Eiffel costò molte vite umane, spero che questa brutta storia venga dimenticata».
Ecco la vetustà della Serenissima decaduta: illusasi di dominare le maree con dighe subacquee mobili che nessun altro luogo al mondo impianta, anche per i costi proibitivi della loro manutenzione. Riproporsi superpotenza attraverso la tecnologia nonostante sia venuta meno la sua vocazione globale al commercio e le sue secolari ricchezze patrimoniali siano ormai esaurite. Il Comune, destinato al commissariamento, ha le casse vuote. Il Casinò non fornisce più i fondi necessari alla spesa sociale. Gli introiti delle navi da crociera vanno direttamente allo Stato. E da decenni ormai i miliardi dei fondi speciali necessari alla manutenzione vengono interamente drenati dal Consorzio, il grande corruttore.
«Voglio scrivere un saggio intitolato Serenissima preda – dice Gianfranco Bettin, uno dei pochi No-Mose della politica cittadina —
perché Venezia si è concessa con grazia ai suoi violentatori, illudendosi di guadagnarci ». Bettin ha scagliato un bicchiere contro il muro per la rabbia quando Giorgio Orsoni gli ha negato la parola il giorno delle dimissioni della giunta (di cui faceva parte come assessore all’Ambiente). Sostiene che il sindaco benestante ha preso i soldi, forse malvolentieri, con lo spirito di chi facendo parte del sistema non poteva rifiutarsi «come quando ti offrono da bere e sarebbe brutto dire di no». In effetti è vero che la giunta Orsoni ha ingaggiato poi un braccio di ferro col Consorzio di Mazzacurati e Baita, così come con l’altro fautore delle grandi opere, Paolo Costa, a sua volta ex sindaco ora presidente dell’Autorità Portuale che progetta ulteriori scavi di canali e un nuovo bacino off shore. Bettin non risparmia neanche l’amico Massimo Cacciari, che è stato grande elettore prima di Costa e poi di Orsoni, essendo convinto che Venezia si possa amministrare solo cedendo spazio ai portavoce moderati del suo establishment.
Un establishment ora schiacciato dalla megalomane vetustà lagunare, avvolto nella ragnatela delle sovrafatturazioni grazie a cui il Consorzio stipendiava perfino chi avrebbe dovuto controllarlo, cioè i funzionari del Magistrato delle Acque. Parlo di vetustà scoprendo che la settimana scorsa perfino l’”irregolare” Cacciari ha compiuto settant’anni. E lo stesso Bettin ne ha trascorsi più di venti tra consiglio comunale e Parlamento. A essere invecchiata è un’idea di modernità coltivata trasversalmente in laguna, meglio una ideologia che ha portato tra i fautori del Mose urbanisti di sinistra come Francesco Indovina, firma illustre del Manifesto. Un altro personaggio di quel gruppo, Franco Miracco, dopo aver lavorato lungamente alla presentabilità sociale di Giancarlo Galan, nel frattempo si è già riciclato assessore alla cultura nella giunta di sinistra di Trieste. Moderno e trasversale, appunto. Talmente strana è Venezia, dove presidente degli industriali è divenuto Luigi Brugnaro, fondatore dell’agenzia di lavoro interinale Humana, figlio di Ferruccio Brugnaro, poeta-operaio comunista del Petrolchimico. Se ne parla come possibile candidato sindaco.
Il record della vetustà lo detiene l’economista Giuliano Segre, per undici anni presidente della Cassa di Risparmio e a seguire, dal 1993, per altri ventun anni, presidente della Fondazione bancaria. Sta precostituendosi un futuro alla guida di M9, il Museo del Novecento di Mestre in cui la Fondazione investe 100 milioni contando di finanziarsi perché una buona metà dell’area verrà adibita a centro commerciale. Vado a trovarlo perché è un vecchio socialista amico di Amato e De Michelis che invano Orsoni ha cercato di scalzare. Non so quanto si compiaccia nel constatare che «l’elevatissima autostima di Orsoni è crollata. Insieme al suo tentativo di sottomettere al Comune gli altri poteri, dalle acque ai Musei, dal Casinò alla Fenice».
Il risultato è la dissoluzione di un establishment cui la sinistra ex comunista, dopo la scomparsa di un purosangue come Gianni Pellicani, si è limitata a figurare come supporto, accontentandosi di contrattare appalti e licenze per le Coop. Così, insieme agli imprenditori arricchitisi col Consorzio e con il project financing degli ospedali (solo quello di Mestre ne costa alla collettività 18 milioni di affitto), sono finiti incastrati anche i Primo Greganti locali e i loro politici di riferimento, alias Marchese, Mugnato e Zoggia.
La “ditta” veneziana, come direbbe Bersani. Una batosta politica, prima che giudiziaria, dalla quale difficilmente si riprenderanno in tempo per il rinnovo del consiglio comunale, che sia in autunno o la primavera 2015. Tanto è vero che già avanza, sponsorizzato su Europa da Guido Multedo, l’uomo nuovo del Pd, l’avvocato Jacopo Molina, 36 anni, uno che parla di “rottamazione” e di “cambiare verso”.
La corsa a recuperare una parvenza di verginità ora coinvolge un po’ tutti, compreso il presidente leghista della giunta regionale, Luca Zaia, cui in effetti Galan cercò invano di sbarrare il passo convocando a colloquio con Berlusconi in una saletta dell’aeroporto veneziano il gotha degli imprenditori amici, il 19 ottobre 2009: c’erano Mazzacurati, Baia, Zoppas, Stefanel e altri. Non mancava il finanziere- manager di quell’aeroporto, Enrico Marchi, altra eminenza grigia di quella galassia che Renzo Mazzaro ha descritto bene nel libro I padroni del Veneto ( Laterza). Mazzaro non manca però di ricordare come poi Zaia scelse di tenere al suo fianco l’assessore alle Infrastrutture di Galan, Renato Chisso, oggi in carcere. E durante la sua prima, spettacolare visita agli impianti del Mose, con due motonavi e tre elicotteri, salutò così l’impresa: «Il Mose è il primo datore di lavoro del Veneto. E lo sarà anche in futuro grazie alle opere di manutenzione». Zaia ora denuncia «una cupola inquietante che però nessuno poteva immaginare, se è vero che da magistrato non riuscì a individuarla nemmeno Felice Casson ». In effetti Mazzacurati era previdente. Il completamento del Mose non avrebbe dovuto interrompere la mangiatoia generale. E lui stesso, dimettendosi per tempo prima di essere travolto, ha pensato bene di farsi elargire una liquidazione di oltre sette milioni di euro. Da sommare alla casa di San Diego in California, luogo d’origine delle mogli-sorelle sposate in successione, dove opera il centro oceanografico Scrips che collabora al Mose.
Come a Genova è crollato il valore patrimoniale della Carige e della Fondazione sua azionista, anche Venezia rimane drammaticamente a secco. Non è chiaro come il Comune finanzierà i servizi sociali. Ma se a Genova sopravvive qualche imprenditore miliardario, come i Malacalza, in laguna ci si è abituati a vivere da tempo solo con i soldi che arrivano da Roma. La capitale mediterranea dei commerci, la Serenissima dei mercanti che ignoravano la politica e affittavano gli eserciti, ha esaurito anche le ricchezze private. Fu una grande colonizzatrice, imperialista fra il Medioevo e l’età moderna, per ritrovarsi ora città-museo che può trovare un futuro solo accettando la colonizzazione degli investimenti stranieri.
Provo a dirlo scherzando a Giuliano Segre, ma lui risponde serio: «È chiaro che noi dobbiamo puntare a una colonizzazione giocata sulla cultura. Dobbiamo andare dai cinesi e dirgli “Venezia può diventare una vostra colonia” ». Guardi che lo scrivo, Segre… «Ma certo, lo scriva». Sua moglie, in effetti, Laura Fincato, già sottosegretaria socialista agli Esteri nella Prima Repubblica, e ora delegata ai rapporti con l’Expo 2015 della giunta Orsoni, tiene per Venezia i rapporti con la Repubblica popolare cinese. Non a caso Segre mi fa notare che l’unico spezzone di establishment che abbia conservato a Venezia rilevanza mondiale è la Biennale presieduta da Paolo Baratta. I cinesi vi hanno (faticosamente) acquisito uno spazio espositivo importante, come gli americani.
Diciamo che il destino riservato a Venezia sembra il tragitto di un Marco Polo all’incontrario, con gli occhi a mandorla.
Ma a tutto questo i residenti travolti dall’idraulica in questi giorni non riescono a pensare. Sui vaporetti hanno affisso una pubblicità con scritto: «Venezia non è solo Mose». Si attendono gli esiti delle confessioni già rilasciate, a cominciare da quelle degli elemosinieri che dopo aver corrotto la politica e i controllori si ergono a moralisti. Soprattutto ci si aspetta che dai numerosi omissis dei verbali sgorghino altri nomi, altre rivelazioni. Non sappiamo ancora chi abbia incassato le «buste anodine» che Orsoni vedeva posarsi «con riluttanza» nella sua bella casa. Non sappiamo se il potente caduto in disgrazia, Giancarlo Galan, conoscerà anche l’onta della galera. Di certo ne esce stravolta l’immagine virtuosa del Nord-Est e dei suoi imprenditori soffocati dalla burocrazia e dall’avidità dei governanti, su cui ha marciato per decenni l’antipolitica. Chi gli crederà più quando, magari domani all’assemblea degli industriali di Treviso con il premier Renzi, si alzerà qualcuno a fare il vittimista?
E pensare che la nostra splendida vetrina lagunare, il gioiello Venezia, è stata giustamente prescelta dal governo per inaugurare il 7-8 luglio prossimi il semestre di presidenza italiana dell’Unione, in coincidenza con la settimana digitale europea. Matteo Renzi avrebbe dovuto visitare gli impianti del Mose e la sua spettacolare stanza di controllo. Il programma subirà qualche aggiustamento. Forse aveva ragione il nostro compianto Fabio Barbieri, direttore dei tre giornali veneti del Gruppo Espresso, che quando gli parlavano del Mose rispondeva: è un ferrovecchio.



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