Dottrina Obama, prove tecniche di politica estera

Usa. “E’ più complicato finire le guerre che cominciarle”. Il presidente degli Stati uniti delinea di fronte ai cadetti di West Point la rotta diplomatica per l’ultima parte della sua politica estera. Invasioni solo se necessario, più guerre coperte e finanziamenti agli alleati

Luca Celada, il manifesto redazione • 1/6/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 1899 Viste

“Credo che gli Ame­ri­cani abbiano impa­rato che è più com­pli­cato finire le guerre che comin­ciarle” ha detto Barack Obama mar­tedì nel deli­neare la fase defi­ni­tiva del ritiro ame­ri­cano dall’Afghanistan. “E’ così che fini­scono i con­flitti nel 21mo secolo”, ha aggiunto, “non con la firma di un trat­tato ma con colpi deci­sivi asse­stati ai nostri avver­sari, tran­si­zioni a governi eletti e forze di sicu­rezza locali pronte ad assu­mere piena respon­sa­bi­lità”. Gli armi­stizi del nuovo mil­len­nio appa­ren­te­mente inclu­dono anche una forte dose di spin poli­tico per addol­cire l’amara con­sta­ta­zione, dopo tre­dici san­gui­nosi anni, di un sostan­ziale stallo e, se non una rotta “viet­na­mita”, un uscita sot­to­tono dall’entrata di ser­vi­zio che lascia il paese in mano ad un governo cor­rotto e ostile.

“L’Afghanistan non sarà forse un posto per­fetto ma non è respon­sa­bi­lità ame­ri­cana assi­cu­rarci che lo sia” ha eufe­mi­sti­ca­mente detto Obama, annun­ciando la ridu­zione di due terzi delle forze ame­ri­cane, dalle attuali 32000 a meno di die­ci­mila entro la fine di quest’anno. A par­tire da gen­naio l’esercito USA ces­serà le ope­ra­zioni di pat­tu­glia, rastrel­la­mento e com­bat­ti­mento, man­te­nendo tut­ta­via una pre­senza di 9.800 sol­dati per man­sioni di adde­stra­mento, pro­te­zione di mis­sioni diplo­ma­ti­che, intel­li­gence e “ope­ra­zioni di anti­ter­ro­ri­smo”. Un even­tuale ritiro com­plete avver­rebbe pre­su­mi­bil­mente entro il 2016, anzi­ché 2014 pre­ce­den­te­mente ventilato.

È stata una set­ti­mana di tutto Afgha­ni­stan per Obama che dome­nica, in occa­sione del memo­rial day aveva fatto visita a sor­presa alle truppe di Bagh­ram e mercoledì,dopo il brie­fing alla casa bianca, è tor­nato a par­lare del con­flitto nel discorso di lau­rea dell’accademia di West Point (leggi il testo inte­grale in inglese). Quat­tro anni fa Obama aveva usato la stessa cor­nice per annun­ciare l’escalation della guerra afghana, desti­nando a quel con­flitto molte delle forze impe­gnate in Iraq, un “surge” che di li a poco avrebbe por­tato la pre­senza ame­ri­cana a con­tare oltre 100.000 uomini. Allora aveva dichia­rato che la vit­to­ria in Afgha­ni­stan era “essen­ziale per garan­tire la sicu­rezza degli Stati Uniti”. Erano i tempi di David Petraeus e della dot­trina del coun­te­rin­sur­gency ad oltranza mediante forze spe­ciali e a Obama l’escalation afghana offriva anche una misura di coper­tura per l’uscita Iraq.

Dal punto di vista della sua ammi­ni­stra­zione, il pre­gio mag­giore della guerra Afghana e stato forse quello di aver offu­scato la memo­ria della déba­cle ira­chena, avven­tura san­gui­nosa quanto futile, ser­vita esat­ta­mente a niente. Ma il con­flitto afghano (il più lungo della sto­ria d’America – in cui le guerre certo non fanno difetto) è anche costato la vita a 2.300 mili­tari e molte decine di migliaia di civili in più. Le stime ONU par­lano di “circa 50.000” vit­time accer­tate del con­flitto a cui si aggiun­gono altre migliaia di morti indi­ret­ta­mente con­nesse al con­flitto. In una guerra che non ha certo gio­vato al pre­sti­gio ame­ri­cano. Se gli USA hanno evi­tato un disa­stro “alla russa”, in un certo senso la par­tita per deter­mi­nare le rispet­tive influenze di forze regio­nali (India e Paki­stan in primo luogo) ini­zia adesso geo­po­li­ti­ca­mente – e senza gli USA.

Appa­ren­te­mente gli armi­stizi del 21mo secolo insomma alla fine asso­mi­gliano molto a quelli di altri secoli Per gli USA sicu­ra­mente è un film ripe­tuto più volte dalla fine della seconda guerra: con l’impasse in Corea, la cata­strofe del Viet­nam, la pan­to­mima media­tica della prima guerra del golfo e il pan­tano ira­cheno. Di tutte l’Afghanistan si can­di­dava a guerra “giusta”,retribuzione per l’attacco fron­tale del 11 set­tem­bre e per que­sto più di ogni altra avrebbe richie­sto una vit­to­ria chiara. Alla fine nella migliore delle ipo­tesi sarà invece un non-sconfitta che pre­lude ad un futuro a dir poco incerto.

Per il pre­si­dente che ini­zia il suo ultimo bien­nio in carica, chiu­dere la par­tita afghana signi­fica però man­te­nere la pro­messa fatta fin dall’inizio di distri­care il paese dalle guerre di Bush. Gio­cando il ruolo di paci­fi­ca­tore, ai cadetti di West Point Obama ha potuto dire: “Sarete la prima classe in oltre un decen­nio che forse non andrà in Afghanistan”.

L’offensiva poli­tica di Obama sugli esteri mira a con­tra­stare le cri­ti­che a quella che è per­ce­pita come una prin­ci­pale debo­lezza del suo governo: l’assenza di una orga­nica poli­tica inter­na­zio­nale. Men­tre a casa il pre­si­dente, mal­grado l’ostruzionismo repub­bli­cano, ha tro­vato una sua stra­te­gia vin­cente spin­gendo soprat­tutto su riforme sociali (sanità immi­gra­zione, giu­sti­zia, diritti civili) che hanno in parte sbi­lan­ciato l’opposizione, la sua per­for­mance inter­na­zio­nale è stata con­si­de­re­vol­mente più ambi­gua. In Libia,Siria e Ucraina ha offerto il fianco destro ai fal­chi men­tre droni,sorveglianza e Guan­ta­namo con­ti­nuano a coster­nare la sinistra.

Nel discorso di West Point Obama ha difeso “l’egemonia virtuosa” dell’America, una nuova versione di eccezionalismo americano declinato “tecnologicamente” con interventi mirati
Negli inter­venti di que­sta set­ti­mana Obama ha così ten­tato da un lato di giu­sti­fi­care il disim­pe­gno e riba­dire allo stesso tempo un ege­mo­ni­smo sem­pre meno scontato.

Nel discorso di West Point Obama ha infatti difeso “l’egemonia vir­tuosa” dell’America, una nuova ver­sione di ecce­zio­na­li­smo ame­ri­cano decli­nato “tec­no­lo­gi­ca­mente” con inter­venti mirati – meglio se lon­tano da occhi indi­screti. Nel discorso di West Point ha infi­lato la pro­po­sta di un nuovo stan­zia­mento di $5 miliardi per “l’intelligence, la sor­ve­glianza, la rico­gni­zione e le ope­ra­zioni spe­ciali”. Una ricon­ferma cioè delle ope­ra­zioni “covert” che defi­ni­scono la nuova guerra per­ma­nente e tele­co­man­data affi­data sem­pre più a Cia, Nsa e droni in volo su paesi come Yemen, Mali e Soma­lia e sulla quale Obama non sem­bra transigere.

Non casual­mente in con­tem­po­ra­nea, John Kerry ha riba­dito la linea infles­si­bile su Edward Sno­w­den, che il segre­ta­rio di stato ha bef­far­da­mente invi­tato a rien­trare in patria. Kerry si è rivolto all’ex agente rifu­giato in Rus­sia con un sar­ca­stico “vieni qui se sei uomo che poi delle tue obie­zioni all’intelligence ne discu­tiamo” (come se i tri­bu­nali mili­tari USA fos­sero tavoli di dibattito).Nella sua prima inter­vi­sta “uffi­ciale” inci­den­tal­mente pas­sata ieri sulla NBC Sno­w­den ha elo­quen­te­mente repli­cato sulle atti­vità “non rego­late, non con­trol­late e peri­co­lose” del nuovo stato ombra Americano.

“Come molti ho cre­duto che siamo andati in Iraq e fare la cosa giu­sta e per libe­rare gli oppressi”, Sno­w­den ha detto al gior­na­li­sta Brian Wil­liams. “Ma col pas­sare del tempo e adden­tran­domi nell’apparato di sicu­rezza ho rea­liz­zato che molte delle affer­ma­zioni del governo, dai tubi di allu­mi­nio all’uranio di Sad­dam al discorso all’Onu di Colin Powell erano false. La Guerra è stata intra­presa in mala­fede. Dimo­stra il peri­colo di fidarsi cie­ca­mente dei sistemi di sicu­rezza senza un pub­blico esame. A volte per fare la cosa giu­sta è neces­sa­rio infran­gere la legge.”

Un inter­vento fuori pro­gramma che ha distolto dall’offensiva così atten­ta­mente pro­gram­mata dalla casa bianca e illu­strato assai bene come in un mondo dagli equil­bri geo­po­li­tici sem­pre più asim­me­trici possa essere dif­fi­cile con­trol­lare a nar­ra­zione politica.

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