Europa, sul tavolo nomine e crescita Juncker guiderà la Commissione

I 28 capi di Stato e di governo della Ue si riuniscono oggi e domani, prima a Ypres e poi a Bruxelles, per decidere il nome del prossimo presidente della Commissione europea. Per le altre nomine bisognerà aspettare un Consiglio straordinario a luglio

Ivo Caizzi, Corriere della Sera redazione • 26/6/2014 • Copertina, Europa • 1122 Viste

BRUXELLES – Nella due giorni del Consiglio dei capi di Stato e di governo dell’Ue, che inizia oggi con una commemorazione dei caduti nella Grande guerra a Ypres in Belgio, la dura trattativa in corso tra Paesi «rigoristi» e «flessibili» sui vincoli di bilancio si incrocia con la complicata assegnazione della presidenza della Commissione europea e delle altre principali europoltrone.
Gli sherpa dei 28 governi hanno lasciato aperto il punto «flessibilità» nella bozza preliminare, che pur non è mai vincolante per i leader. L’aspettativa è per un accordo generico di compromesso in grado di accontentare sia il fronte a favore della crescita, guidato da leader di centrosinistra come il premier Matteo Renzi e il presidente francese François Hollande, sia quello rigido sui conti pubblici impersonato dalla cancelliera tedesca di centrodestra Angela Merkel.
La stessa Merkel pretende l’ufficializzazione solo del candidato del suo europartito Ppe a prossimo presidente della Commissione, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, lasciando riservati e informali gli accordi sulle altre principali euronomine. Il premier britannico David Cameron resta l’unico oppositore duro di Juncker e ha chiesto di votarlo, chiudendo la tradizione del consenso dei leader e portando fonti diplomatiche a prevedere un contrasto al summit con «fuochi d’artificio».
La cancelliera ha ribadito che il patto di Stabilità non si tocca. Ma ha dichiarato che «permette la necessaria flessibilità per rendere possibile un consolidamento dei bilanci che aiuti la crescita» e che «la lotta alla disoccupazione è il problema più urgente in Europa». L’inatteso arretramento del Pil Usa del 2,9% nel primo trimestre 2014, il peggiore dal 2009, ha aumentato le preoccupazioni sulla crisi internazionale ancora non superata. Renzi e Hollande puntano così a trasformare la generica apertura tedesca in una formulazione specifica. Anche perché Merkel vuole nomi di suo gradimento nei due ruoli decisivi di commissario Ue per gli Affari economici e di presidente dell’Eurogruppo dei ministri finanziari (controllano e approvano i bilanci nazionali). Jyrki Katainen, «falco» filo Merkel da premier finlandese, si insedia già da lunedì alla Commissione al posto del connazionale Olli Rehn (eletto eurodeputato). Per l’Eurogruppo Berlino apprezzerebbe lo spagnolo di centrodestra Luis De Guindos.
A Renzi e Hollande servirebbe un socialista in uno di questi due posti. Una ipotesi è l’ex ministro francese Pierre Moscovici perché a un italiano verrebbe opposta la presenza di Mario Draghi alla Bce. Per la stessa ragione l’Italia non può aspirare alla presidenza del Consiglio Ue, dove Merkel vedrebbe la premier danese Helle Thornig-Schmidt, socialdemocratica di impostazione liberista. Il socialdemocratico tedesco Martin Schulz, se confermato presidente dell’Europarlamento, esclude la candidatura di un eurodeputato del Pd, diventato primo partito eurosocialista alle Europee. Renzi potrebbe essere compensato con il responsabile Esteri dei governi Ue, che è anche vicepresidente della Commissione, inviando Federica Mogherini dalla Farnesina. Merkel pretende poi la conferma del suo connazionale e compagno di partito Günther Oettinger, come commissario Ue per l’Energia, e un ruolo di peso nella Commissione a un polacco (per tacitare i Paesi membri dell’Est).
Questo pacchetto sarebbe un trionfo per la Germania. Sull’immagine di Juncker però restano dubbi, non solo per l’isolato «no» inglese. I suoi 25 anni di frequentazione delle istituzioni Ue come ministro delle Finanze e premier lo fanno considerare espressione dell’Europa del passato. È già riemerso lo scandalo di spionaggio collegato alle sue dimissioni da primo ministro. Resta un simbolo di un mini-Stato noto paradiso fiscale. In più da presidente dell’Eurogruppo (dal 2005 al 2012) non capì la crisi finanziaria in arrivo e sostenne le misure di austerità rivelatesi disastrose per molti Paesi.
Ivo Caizzi

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