Iraq. Mosul è in mano agli islamisti

Iraq. L’esercito diserta, il premier dichiara l’emergenza. A tre anni dal ritiro degli Usa il Paese è nel caos totale

Chiara Cruciati, il manifesto redazione • 11/6/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 739 Viste

Mosul è caduta. Sven­to­lano le ban­diere nere della jihad isla­mica sopra i tetti della seconda città ira­chena, in quella pro­vin­cia di Ninawa culla della civiltà assira, lungo le sponde del Tigri, dove gli archeo­logi sco­va­rono il più antico spar­tito musi­cale al mondo, una per­ga­mena vec­chia di 4.500 anni.

Quelle note ance­strali sono oggi sovra­state dalla vio­lenza set­ta­ria di un Paese nel caos. Il pre­mier Nouri al-Maliki ieri ha chie­sto al par­la­mento di dichia­rare lo stato di emer­genza e imporre la legge mar­ziale dopo la potente offen­siva lan­ciata dagli isla­mi­sti dell’Isil con­tro l’intera pro­vin­cia di Ninawa, strap­pata in poche ore al debole con­trollo di Bagh­dad. Un’operazione già ten­tata nei giorni scorsi, quando si erano ina­spriti gli scon­tri in tutto il Nord, e che ieri si è tra­dotta nella fuga del gover­na­tore pro­vin­ciale e nella riti­rata della poli­zia e dell’esercito.

Venerdì l’Isil aveva attac­cato Mosul con mezzi blin­dati, ma i mili­tari ave­vano respinto l’offensiva con il soste­gno di mili­zie tri­bali. Ieri la resa: gli isla­mi­sti, con gra­nate, armi auto­ma­ti­che e attac­chi sui­cidi, hanno occu­pato il quar­tier gene­rale gover­na­tivo e dato alle fiamme le sta­zioni di poli­zia. Hanno libe­rato un numero impre­ci­sato di dete­nuti – per l’Isil oltre due­mila, mille per la poli­zia – e assunto il con­trollo dell’aeroporto, di un base mili­tare dell’aviazione (che gli con­se­gne­rebbe così jet e eli­cot­teri) e dei chec­k­point intorno alla città.

Imme­diata la fuga verso il Kur­di­stan a piedi o con mezzi di for­tuna di migliaia di civili, ter­ro­riz­zati dai pos­si­bili scon­tri tra isla­mi­sti e governo e dalla fero­cia dei mili­ziani. È fug­gito anche il gover­na­tore al-Nujaifi, che prima si è pre­mu­rato di lan­ciare un appello alla popo­la­zione abban­do­nata: «Chiedo agli uomini di Mosul di difen­dersi e for­mare comi­tati pub­blici per aiu­tare la gente e pro­teg­gere i quar­tieri». Da soli, per­ché per le strade non c’è trac­cia di poli­ziotti e sol­dati, molti hanno sfi­lato le uni­formi e diser­tato: «Abbiamo perso Mosul. Eser­cito e poli­zia hanno lasciato le loro posi­zioni. È il totale col­lasso delle forze di sicu­rezza», ha detto alla stampa un colon­nello del com­mando locale.

Nelle stesse ore Maliki dichia­rava l’emergenza e chie­deva il soste­gno di Onu e Lega Araba, dimo­stran­dosi inca­pace di repri­mere l’avanzata impe­tuosa del gruppo qae­di­sta, faci­li­tata dalla per­mea­bi­lità del con­fine siriano. Il pre­mier si è appel­lato anche alla popo­la­zione civile, pro­met­tendo la riforma delle forze di sicu­rezza (per la cui impre­pa­ra­zione non sono pochi quelli che pun­tano il dito con­tro gli Stati Uniti) e la con­se­gna delle armi ai cit­ta­dini che si uni­ranno all’esercito per com­bat­tere le mili­zie islamiste.

Sul debole governo di Bagh­dad pesa la respon­sa­bi­lità di aver ina­sprito la cam­pa­gna di esclu­sione della comu­nità sun­nita ira­chena. Come Anbar, pro­vin­cia deva­stata e par­zial­mente occu­pata dalle forze qae­di­ste a dicem­bre, anche Ninawa è area a mag­gio­ranza sun­nita, rele­gata ai mar­gini del potere poli­tico nono­stante sia il prin­ci­pale cen­tro com­mer­ciale del Paese.

La caduta di Mosul è un grave smacco soprat­tutto per Washing­ton (e la “guerra per la demo­cra­zia”) che negli anni pas­sati aveva con­cen­trato innu­me­re­voli sforzi nel ten­ta­tivo di ripu­lire la pro­vin­cia dagli stra­sci­chi della ribel­lione anti-Usa.

Al con­fine con la Siria Ninawa, da mesi infor­mal­mente con­trol­lata dall’Isil, è cro­ce­via pre­fe­ren­ziale per le mili­zie cre­sciute e radi­ca­tesi nelle vio­lenze della guerra civile siriana, che si muo­vono con faci­lità da un lato all’altro della fron­tiera e sono pro­ta­go­ni­ste di una faida interna alle oppo­si­zioni per il con­trollo delle regioni Nord-Ovest siriane.

Qui l’Isil (ormai sepa­rato dall’Al Qaeda di Al Zawa­hiri, che ne ha disco­no­sciuto l’appartenenza) ha iso­lato i gruppi anti-Assad rivali, i mode­rati dell’Esercito Libero Siriano e gli isla­mi­sti del Fronte al-Nusra: la resa dei conti ha pro­vo­cato in poco più di un mese oltre 630 morti e 130mila rifu­giati. La guerra civile non fa che acursi, con il regime che man­tiene il con­trollo di parte del Paese e i qae­di­sti che si radi­cano nell’altra, mar­gi­na­liz­zando le ormai quasi ine­si­stenti oppo­si­zioni moderate.

Quasi due Stati paral­leli, quello di Dama­sco e quello dell’Isil, con il secondo che punta non tanto alla depo­si­zione di Assad quanto alla nascita di una sorta di calif­fato, tra Siria e Iraq, fon­dato sulla Shari’a.

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