Juan Car­los. Dalla transizione agli scandali

by redazione | 3 Giugno 2014 12:11

«Morirò con la corona in testa». Lo aveva detto tante volte Juan Car­los I de Bor­bón, il sovrano che «viveva il suo regno come un sacer­do­zio», come rac­con­tano i suoi col­la­bo­ra­tori. E invece, in curiosa coin­ci­denza con la festa della Repub­blica ita­liana, dopo 39 anni sul trono di Spa­gna, il primo re dell’epoca demo­cra­tica, uno dei pro­ta­go­ni­sti della tran­si­zione e della sto­ria con­tem­po­ra­nea del paese, ha deciso di abdi­care in favore del figlio Felipe.

La noti­zia è stata data ieri in mat­ti­nata dal pre­si­dente del governo Mariano Rajoy ed è stata poi annun­ciata per­so­nal­mente dal monarca in un breve ma epo­cale mes­sag­gio tra­smesso in tv alle 13. Come set, la con­sueta scri­va­nia con l’immancabile ban­diera di Spa­gna e lo scudo bor­bo­nico a vegliare su una pic­cola foto di fami­glia con il prin­cipe Felipe accanto al padre, quasi a sot­to­li­neare il pas­sag­gio di con­se­gne nel segno della con­ti­nuità dina­stica: «Mio figlio Felipe incarna la sta­bi­lità — ha dichia­rato don Juan Car­los — Una nuova gene­ra­zione reclama un ruolo da pro­ta­go­ni­sta e vale la pena lasciarle la prima linea». Una deci­sione che — come ha egli stesso ha rive­lato — aveva già preso lo scorso gen­naio pro­prio in con­co­mi­tanza con il suo set­tan­ta­seie­simo com­pleanno e con il pro­gres­sivo peg­gio­ra­mento delle sue con­di­zioni fisi­che. Pesano gli anni sulle gambe mal­ferme di Juan Car­los, pro­vato da una lunga serie di inter­venti all’anca e apparso in affanno, ricurvo sulle quasi onni­pre­senti stam­pelle, in molte delle ultime appa­ri­zioni. Ma pesa, anche e soprat­tutto, l’infilata di scan­dali che ha eroso il pre­sti­gio della casa reale (che fu mas­simo negli anni ‘90) e ha oscu­rato la figura del re, facen­done pre­ci­pi­tare il con­senso ai minimi sto­rici. Se nel 1995, gli spa­gnoli — secondo i son­daggi del Cen­tro de Invest­ga­ción Socio­ló­gica — asse­gna­vano alla corona un voto di 7,5 su 10, oggi la boc­cia­tura è cla­mo­rosa: un 3,7, sot­to­li­neato anche dalla nume­ro­sis­sime mani­fe­sta­zioni di ieri, che hanno ideal­mente rac­colto il testi­mone del cor­teo che l’anno scorso sfilò per Madrid fino alle porte del palazzo reale al grido di «scacco al re».

Eppure — anche se non è esat­ta­mente un ful­mine a ciel sereno — la noti­zia è di quelle capaci di cogliere di sor­presa un intero paese: tant’è che nem­meno la costi­tu­zione, pur con­tem­plando la rinun­cia del monarca, pre­vede una pro­ce­dura legale per l’abdicazione. Si prov­ve­derà con la mas­sima urgenza, per poter dare un volto nuovo a un’istituzione che negli ultimi anni ha vis­suto un incubo. Il primo sci­vo­lone reale avvenne in Bost­wana nel 2012, quando Juan Car­los I, andato a cac­cia di ele­fanti all’insaputa degli spa­gnoli e in com­pa­gnia dell’amante, si ruppe l’anca e fu costretto ad ammet­tere il costoso, ele­fan­ti­cida e fedi­frago viag­gio, che agli spa­gnoli, pro­strati dalla crisi, fece l’effetto di uno schiaffo in fac­cia. Un altro scan­dalo scosse la monar­chia quando ven­nero alla luce un’eredità nasco­sta al fisco e con­su­lenze milio­na­rie per lo Stato (quindi pagate dai con­tri­buenti) affi­date alla bionda amante tede­sca Corinne Zu Sayn Witt­gen­stein. Com­por­ta­menti non esat­ta­mente legali (né regali), tanto più indi­ge­sti agli spa­gnoli tra­volti dai tagli e dall’austerità impo­sti dal governo e difesi dalla corona. Nulla, in ogni caso, in con­fronto al bara­tro dell’imperdonabile caso Nóos, anche que­sto esploso in piena crisi, nel 2010: un giro di tan­genti e fondi e neri all’ombra dell’egida bor­bo­nica che ha tra­volto il genero del sovrano, Iñaki Urdan­ga­rin, e lo scorso feb­braio ha fatto sedere, per la prima volta nella sto­ria, un com­po­nente della casa reale — l’infanta Cri­stina, moglie di Urdan­ga­rin e secon­do­ge­nita di Juan Car­los — sul banco degli impu­tati. Un colpo duris­simo che ha ammac­cato forse irre­pa­ra­bil­mente lo scudo bor­bo­nico e ha sep­pel­lito il nome e i meriti sto­rici della monar­chia sotto una col­tre di fango che ora toc­cherà a Felipe lavare via. Un com­pito dav­vero arduo, per­ché l’abdicazione del padre lascia nella mani del prin­cipe de Astu­rias (ormai Felipe VI) una Spa­gna più che mai scet­tica nei con­fronti dell’istituzione monar­chica e ormai lon­tana dalle vicende della tran­si­zione su cui si fonda gran parte del pre­sti­gio accu­mu­lato (e dila­pi­dato) dal monarca uscente. Fu Juan Car­los I, infatti, nono­stante il giu­ra­mento di fedeltà alle leggi fran­chi­ste e ai prin­cipi del Movi­miento Nacio­nal, a pro­muo­vere e pro­mul­gare la Ley para la reforma polí­tica, vera a e pro­pria pie­tra ango­lare del pro­cesso di tran­si­zione. Que­sta legge, che fu appro­vata nel 1976 dall’83% del par­la­mento e riscosse il 94% dei con­sensi una volta sot­to­po­sta a refe­ren­dum, fu lo stru­mento giu­ri­dico su cui si basò lo sman­tel­la­mento della dit­ta­tura e che portò alla ste­sura della costi­tu­zione. Anche nelle oscure vicende del ten­tato colpo di stato del 1981 don Juan Car­los ebbe un ruolo cru­ciale, negando l’appoggio ai mili­tari gol­pi­sti e difen­dendo la costi­tu­zione in uno sto­rico inter­vento tele­vi­sivo che, a rive­derlo, sem­bra fare un po’ da con­trap­punto al mes­sag­gio di abdi­ca­zione dif­fuso ieri.

Felipe — che por­terà sul trono di Spa­gna la prima regina di clase media, divor­ziata ed ex gior­na­li­sta — deve pren­dere il posto di un padre ingom­brante, che ha fatto la sto­ria del suo paese e ha ripor­tato la Spa­gna sullo sce­na­rio inter­na­zio­nale dopo gli anni bui del fran­chi­smo, dimo­strando doti diplo­ma­ti­che che hanno bril­lato soprat­tutto nelle rela­zioni con i paesi dell’America latina.

Qua­ran­ta­sei anni, ter­zo­ge­nito di Juan Car­los I de Bor­bón e Sofía di Gre­cia, il prin­cipe delle Astu­rie non ha la Sto­ria dalla sua parte ma «ha stu­diato» per anni e con pro­fitto, da re. Gli ven­gono rico­no­sciuti un alto senso isti­tu­zio­nale e la buona impres­sione in tutte le uscite uffi­ciali. Dalla sua parte c’è anche il dato ana­gra­fico, che lo iscrive in una gene­ra­zione ormai al di sopra delle divi­sioni del fran­chi­smo. Felipe dovrebbe ripen­sare la corona, logora per l’intrinseco ana­cro­ni­smo dell’istituzione e per gli eventi recenti. Tra­spa­renza e sobrietà dovreb­bero essere le parole d’ordine e Felipe VI lo sa bene: «Siamo un’istituzione pub­blica il cui obiet­tivo è ser­vire gli spa­gnoli», ha dichia­rato in pas­sato. Sem­bre­rebbe un buon pre­sup­po­sto. La prima grande sfida riguar­derà la gestione delle pres­sioni indi­pen­den­ti­ste cata­lane, finora argi­nate dal cen­tra­li­smo garan­tito dalla figura di Juan Car­los I. Sarà una sfida impor­tante che darà, sul medio ter­mine, la misura dello spes­sore del nuovo re di Spagna.

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