Ocse: l’Italia accelera, unica nel G7 La spinta della produzione industriale

Ma S&Poor’s avverte: il debito può frenare lo sviluppo per anni I tecnici della Camera: dubbi sulle coperture per il bonus da 80 euro

Antonella Baccaro, Corriere della Sera redazione • 11/6/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Lavoro, economia & finanza nel mondo, Studi, Rapporti & Statistiche • 491 Viste

ROMA — Timidi segnali della produzione industriale e della domanda interna ma l’annunciata contrazione nel primo trimestre del Pil (Prodotto interno lordo) non cambia. È questo il quadro che emerge dai dati diffusi ieri dall’Istat, che parla di una «fase stagnante» per il nostro Paese, in cui si registrano «variazioni» congiunturali del Pil «minime, intorno allo zero»: -0,1% sul trimestre e -0,5% sull’anno.
Un contributo positivo arriva, per la prima volta dal quarto trimestre 2010, dall’incremento congiunturale dei consumi pari allo 0,1% (su base annua il calo si attesta allo 0,3%). Un dato che, scomposto, rivela che a tornare positiva è in particolare la spesa delle famiglie residenti che, su base tendenziale, risulta invece in ribasso dello 0,6%. Un incoraggiamento viene dall’organizzazione internazionale Ocse, secondo cui l’Italia è l’unico Paese del G7 dove la crescita accelera in aprile: su base annua l’incremento è del 2,4%, più che doppio rispetto alla Germania (+0,5%). Nell’Ue «la ripresa economica rimane fragile, ma sta acquisendo una base più ampia — ha commentato ieri il commissario Ue agli Affari economici, Olli Rehn —. Non è più limitata solo al cuore dell’Europa, ma ne stanno beneficiando anche i Paesi più colpiti» dalla crisi. Sul fronte della produzione industriale in Italia, l’Istat rileva un aumento ad aprile dell’1,6% rispetto a un anno prima, il dato tendenziale più alto dall’agosto 2011, e dello 0,7% rispetto a marzo. Ma il Centro Studi Confindustria gela le attese, stimando una variazione nulla della produzione industriale per maggio. Il quadro dunque rimane «nel complesso debole ma orientato al miglioramento. Gli indicatori disponibili per il manifatturiero — sottolinea la nota Csc — non delineano una netta accelerazione ma segnalano il proseguimento di un lento recupero nei prossimi mesi». Per il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, non è una «ripartenza». Mentre l’agenzia di rating Standard & Poor’s rileva che il debito pubblico e privato di Italia, Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda e Slovenia è mediamente raddoppiato nel periodo 2006-2013 e la necessità di ridurlo potrebbe «bloccare la ripresa per anni».
Intanto prosegue con qualche difficoltà il cammino del decreto Irpef che contiene la normativa sul bonus di 80 euro in busta paga e sul quale il governo potrebbe, per questione di tempi di conversione, porre la fiducia. Ieri i tecnici del servizio Bilancio della Camera, come già i colleghi del Senato, hanno sollevato una serie di dubbi sulle coperture del provvedimento. Si parte dalla platea dei beneficiari, che sarebbe stata individuata sulla base di dati sui redditi 2011 e che dunque oggi «potrebbe aver subito un cambiamento significativo, sia dal punto di vista numerico sia dal punto di vista del reddito». Così, nel chiedere spiegazioni sul motivo dell’uso di tabelle datate, il servizio del Bilancio osserva che nel frattempo «da un lato potrebbero risultare incrementati i soggetti cosiddetti incapienti o senza reddito di lavoro dipendente (riducendo quindi il numero dei beneficiari), dall’altro lato — si spiega — potrebbero rientrare nel beneficio soggetti che nel 2014 realizzano redditi inferiori rispetto a quelli del 2011».
Altro dubbio, espresso anche dai colleghi del Senato, riguarda il taglio dell’Irap: la riduzione del gettito derivante dal calo dell’Irap del 10% è stimata 2.059 milioni annui, una cifra che non corrisponde al 10% del gettito Irap realizzato nel 2013, pari a 24.813 milioni. Circa la rivalutazione delle quote di Bankitalia, che il Senato si era spinto a definire incostituzionale, i tecnici della Camera sottolineano la necessità di calcolare bene il valore dell’operazione (stimato in 6,9 miliardi) perché è su quella cifra che si applica l’aumento di imposta sulle plusvalenze al 26%. E ancora, perplessità vengono manifestate sulla prevista riduzione dei costi da parte delle società partecipate dallo Stato che pare a tratti impraticabile. Infine il rinvio del pagamento Tasi, infilato dal Senato nel decreto Irpef, potrebbe avere un impatto sull’Erario «in termini di maggiori spese per interessi a carico del Bilancio dello Stato sulle quote corrisposte».
Antonella Baccaro

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