Quei bambini detenuti con solo un’ora d’aria

L’agente della polizia di confine responsabile per la zona di Tucson, Manuel Padilla Jr., ha detto che scopo dell’agenzia è tenere i bambini al sicuro

FERNANDA SANTOS, la Repubblica redazione • 20/6/2014 • Bambini & Giovani, Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati • 706 Viste

NOGALES (ARIZONA). IN UN capannone di 11.150 metri quadrati all’estrema periferia di questa città nel deserto, gli agenti della polizia di confine allineano centinaia di bambini che probabilmente non hanno mai visto in vita loro un medico che li abbia vaccinati o abbia prestato loro le prime cure. Distribuiscono qualcosa da mangiare e giocano insieme a loro per un po’ a basket sotto un tendone, come quello dei circhi, che funge anche da spazio ricreativo.
In un centro di elaborazione del tutto improvvisato, i minori fermati mentre attraversavano senza genitori il confine nella Rio Grande Valley in Texas sono ospitati per almeno tre giorni in nove recinti. I maschietti sono separati dalle femminucce, così come i piccoli dai grandi. Le giovani ragazze madri e i loro neonati stanno in un recinto apposito, per conto proprio. Lo spazio per camminare non c’è. Sul pavimento di cemento sono allineati i materassi e sono fissate lunghe panche. I bambini arrivano qui dal Texas in continuazione, perché un centro simile in quello Stato non riesce ad accoglierne di più.
Gli agenti della polizia di confine mercoledì hanno detto che qui sono custoditi circa 900 bambini provenienti da Guatemala, El Salvador e Honduras. Gli ultimi arrivati indossano ancora i vestiti con i quali si sono avventurati in direzione degli Stati Uniti, mentre gli altri indossano magliette bianche e pantaloncini blu, come in riformatorio. Su un materasso una ragazzina piange col viso affondato in un sudicio agnellino di peluche. Poco distante, una bimba di 3-4 anni sorride tenendo per mano un agente della polizia di confine che la accompagna a fare due passi. Quasi fossero detenuti, i bambini non possono uscire all’aria aperta se non per sgranchirsi un po’, tra 45 minuti e un’ora al giorno.
L’agente della polizia di confine responsabile per la zona di Tucson, Manuel Padilla Jr., ha detto che scopo dell’agenzia è tenere i bambini al sicuro, controllando che stiano in salute, che mangino, e restino puliti. E aggiunge che è stato fatto molto «per garantire queste priorità». Quando gli agenti hanno notato che a colazione i bambini rifiutavano i burrito preparati con la farina normale, la mensa ha adottato quella di granoturco, come si usa in America centrale.
Mercoledì la polizia di confine ha offerto ai giornalisti la possibilità di osservare dal vivo questo centro, simile a quello di Brownsville in Texas, entrambi nell’occhio del ciclone nel dibattito in corso nella nazione sull’improvvisa ondata di minori non accompagnati che attraversano illegalmente il confine per entrare negli Stati Uniti. Da questi centri i bambini saranno spediti in strutture detentive per minori sparse in tutto il paese, da dove si cercherà poi di affidarli a parenti che vivono negli Stati Uniti, a condizione che collaborino con le procedure
di rimpatrio. Di fatto, però, il numero in rapido aumento di questi minori comporta gravi difficoltà per l’Amministrazione Obama dal punto di vista politico e umanitario, e nel dibattito in corso nella nazione inizia a farsi strada la necessità di una riforma delle politiche sull’immigrazione.
A Nogales le sfide logistiche legate all’accudimento dei bambini sono palesi. In ogni recinto ci sono tre gabinetti mobili, mentre le 60 docce sono all’interno di cinque grossi articolati. Negli spazi recintati non sembra esserci altro intrattenimento fuorché alcune televisioni che sembrano prive di sonoro, o qualche partita di calcio improvvisata in angoli affollati. Art Del Cueto, presidente della zona di Tucson del sindacato degli agenti della polizia di confine, ha detto che gli agenti sono sotto pressione: «Arrestare gli stranieri clandestini rientra nelle nostre mansioni» ha detto in un’intervista. «Occuparci di schedarli e smistarli rientra nelle nostre mansioni. Ma fare da babysitter no, ed è proprio quello che in molti stiamo facendo ».
I minori non accompagnati catturati alla frontiera con il Messico da ottobre 2013 sono circa 50mila. Gli agenti hanno mandato molti di loro nella stazione della polizia di confine di Brownsville. Mercoledì 400 bambini fermati nei giorni scorsi si sono ritrovati in celle fredde e affollate, che hanno soltanto panche di cemento lungo le pareti e nessuna brandina. Il centro ospita anche alcune clandestine adulte con i loro bambini e la popolazione è ben al di sopra della capienza massima di 250 detenuti. A Nogales, l’area di ingresso è piena zeppa di giovani ragazze adolescenti, che hanno appena consegnato tutti i loro averi in cambio di una ricevuta intestata a loro nome. Più tardi, i loro vestiti saranno lavati, asciugati, riposti in sacchi di plastica e sistemati con cura sulle mensole di metallo di una stanza che funge da magazzino, accanto a sacche di mimetica e zainetti riproducenti le principesse della Disney.
Le strutture come questa sono state studiate per accogliere detenuti soltanto per brevi periodi: nel caso di Nogales, il centro non è concepito per ospitare minorenni. Le autorità di confine hanno l’obbligo di trasferire i bambini non accompagnati da adulti entro tre giorni dall’arrivo ai Servizi sanitari e umanitari, che gestiscono centri di accoglienza a lungo termine nei quali i minori sono sottoposti a controlli medici e vivono in ambienti simili a campi, mentre le autorità cercano di rintracciare eventuali parenti che vivono negli Stati Uniti. Quando è stato chiesto agli agenti di Brownsville se riescono a rispettare la scadenza dei tre giorni, un funzionario della Sicurezza interna ha detto: «Ci piacerebbe agire molto più velocemente».
(© 2-014 New York Times News Service Traduzione di Anna Bissanti)

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