Rivoluzioni violate. Un compromesso per l’identità

by redazione | 13 Giugno 2014 8:59

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Rivoluzioni vio­late. Pri­ma­vera laica, voto isla­mi­sta di Giu­liana Sgrena è una sor­presa, fin dalla coper­tina, che ripro­duce Miss Hybrid 1, una foto della gio­vane arti­sta ira­niana Shi­rin Alia­badi, il cui lavoro, si dice, esprime i desi­deri delle gio­vani ira­niane: hijiab, cioc­che di capelli pla­ti­nati, lenti a con­tatto colo­rate, pier­cing sul soprac­ci­glio, un pic­colo cerotto sul naso, segno di una recente chi­rur­gia pla­stica. Allu­sione felice a iden­tità in movi­mento.…
Il libro (Il Sag­gia­tore, pp. 229, euro 12,75) è un rac­conto vivace, a tutto campo, delle « rivoluzioni vio­late », da quella delle donne al volante in Ara­bia sau­dita, del 2011, fino alla inquie­tante for­ma­zione del calif­fato tra Iraq e Siria… La pro­spet­tiva in cui Giu­liana Sgrena si situa, è duplice: quella delle donne dei paesi delle rivoluzioni con le loro lotte per la libertà, i diritti, la giu­sti­zia sociale; quella della gior­na­li­sta per pas­sione e pro­fes­sione, che cerca, osserva, inter­roga, e informa con pun­ti­glio­sità e lin­guag­gio asciutto. È un viag­gio attra­verso Tuni­sia, Egitto, Alge­ria, Libia, Yemen, in com­pa­gnia di protagoniste/i e testi­moni di pro­cessi sociali gran­diosi, di salti in avanti ope­rati da movi­menti paci­fici e non­vio­lenti, che hanno in prima bat­tuta cac­ciato vec­chi despoti, ma spesso sono stati repressi con vio­lenza da nuovi regimi auto­ri­tari: tra l’incudine degli eser­citi e il mar­tello di governi isla­mi­sti, usciti da ele­zioni.
È un libro sui pro­cessi e le con­trad­di­zioni che, con ori­gini e spinte diverse, stanno cam­biando la fac­cia del Medi­ter­ra­neo del XXI secolo. Il pro­ta­go­ni­smo delle donne emerge con chia­rezza, e viene anche spie­gato che i pro­cessi di rivolta sociale, affon­dano le pro­prie radici, in anni pre­ce­denti, nelle rivolte del bacino mine­ra­rio di Gafsa in Tuni­sia e nelle lotte ope­raie (il sin­da­cato Ugtt è can­di­dato al pre­mio nobel per la pace), in quelle delle fab­bri­che tes­sili di Mahalla in Egitto. Alle rivo­lu­zioni della dignità che hanno spesso voci fem­mi­nili corag­giose, anche molto diverse, si oppon­gono altri pro­cessi: lotte per il potere dove pri­meg­giano mili­tari e par­titi isla­mi­sti, per schiac­ciare la costru­zione fati­cosa della demo­cra­zia, con un occi­dente sem­pre pronto a inter­venti armati distrut­tivi delle società, fomen­ta­tori di guerre civili, come in Libia e in Iraq, dispo­ni­bile ad alleanze con gruppi armati, che ser­vano al potere occi­den­tale per il con­trollo di risorse pri­ma­rie.
La con­danna dell’islam poli­tico (defi­nito come stru­men­ta­liz­za­zione della reli­gione per fini di potere) da parte dell’autrice, è senza appello. Eppure un capi­tolo è dedi­cato a Tawak­kul Kar­man, «il Nobel velato», corag­giosa gior­na­li­sta yeme­nita, diri­gente del movi­mento isla­mi­sta radi­cale, al Islah, «in prima linea nella rivolta con­tro il regime», a cui è stato asse­gnato il Pre­mio Nobel per la Pace nel 2011 (insieme a due libe­riane). Oppor­tu­ni­smo di Oslo o iden­tità in movi­mento?
Leg­gendo Rivoluzioni vio­late mi è venuta in mente un’altra gior­na­li­sta, appas­sio­nata cono­sci­trice del mondo arabo, la liba­nese Nahla Cha­hal, che parte da un punto di vista diverso. Nahla crede in un islam dei poveri, motore di «libe­ra­zione» (una parte dell’islam poli­tico di movi­mento, si ispira alla teo­lo­gia della libe­ra­zione nata in Ame­rica latina). Ma anche il suo giu­di­zio su Ennahda (Tuni­sia) come sui Fra­telli musul­mani (in Egitto) è nega­tivo: «Non sem­brano essere por­ta­tori di germi di una evo­lu­zione verso un islam della libe­ra­zione, cioè pro­gres­si­sta ed eman­ci­pa­tore, sia per quanto riguarda il governo della eco­no­mia che sul piano sociale, dove il grado di ’com­pro­messo’ con le riven­di­ca­zioni dei diritti delle donne, della libertà di espres­sione, ecc…variano da un paese all’altro, ma restano uni­ca­mente il risul­tato del rap­porto di forza con le altre com­po­nenti poli­ti­che e sociali. Tutti pre­sen­tano un lato ecces­si­va­mente prag­ma­tico che tende a valo­riz­zare l’adattamento alla realtà e un appe­tito di potere come fine in sé… anche il ’par­tito di dio’ (hez­bol­lah, ndr.) sem­bra essere sprov­vi­sto di qual­siasi visione glo­bale del mondo e dei suoi rap­porti. …Inve­stire l’islam, que­sta gigan­te­sca forza di mobi­li­ta­zione, nella dire­zione di una teo­lo­gia della libe­ra­zione richiede di più: la scelta del ’luogo’ a par­tire dal quale viene osser­vato il mondo e i suoi rap­porti. Fin­ché que­sto posi­zio­na­mento, che è sociale, non solo intel­let­tuale, non si rea­lizza, i tratti che tutti que­sti movi­menti pre­sen­tano come pros­simi ad una teo­lo­gia della libe­ra­zione, restano minimi, rapi­da­mente assi­mi­la­bili al potere in carica e utili nel migliore dei casi al suo rin­no­va­mento» (Inchie­sta, n.180, aprile-giugno 2013, dos­sier sul Fsm di Tunisi).
Visioni distanti, giu­dizi che si avvi­ci­nano: c’è di che discu­tere. Il libro vi con­tri­bui­sce egre­gia­mente. Anche per que­sto è prezioso.

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