Una settimana lunga cento anni

Malatesta lo aveva annunciato: «La rivoluzione è scoppiata!». La storia dei sette giorni del 1914 capaci di lasciare, nell’anconetano e nella Romagna, una traccia profonda nell’immaginario popolare: il proletariato sfiora la Rivoluzione Sociale

Giuseppe Galzerano, il manifesto redazione • 26/6/2014 • Copertina, Storia & Memoria, Storie • 1373 Viste

Cent’anni fa il pro­le­ta­riato ita­liano è scon­volto dalle noti­zie che pro­ven­gono da Ancona. Il 7 giu­gno 1914 i cir­coli repub­bli­cani, anar­chici e socia­li­sti con­vo­cano, nell’anniversario dello Sta­tuto Alber­tino, un grande comi­zio nazio­nale per l’abolizione delle Com­pa­gnie di Disci­plina nell’Esercito, per espri­mere soli­da­rietà e vici­nanza a tutte le vit­time del mili­ta­ri­smo e in par­ti­co­lare a due sol­dati anar­chici, dive­nuti sim­boli delle per­se­cu­zioni mili­ta­ri­ste. Il mura­tore Augu­sto Masetti, nato a Sala Bolo­gnese (Bo) il 12 aprile 1888, la mat­tina del 30 otto­bre 1911, alla caserma Cial­dini di Bolo­gna, gri­dando «Abbasso la guerra! W l’anarchia!», spara al colon­nello Stroppa che elo­gia la guerra di Libia, feren­dolo alla spalla. Giu­di­cato pazzo, è rin­chiuso nel mani­co­mio cri­mi­nale di Imola. Il tipo­grafo Anto­nio Moroni, nato a Milano il 17 ago­sto 1892, dalla Caserma di Napoli, in una let­tera al fra­tello, lamenta il duris­simo trat­ta­mento per le sue idee poli­ti­che. Pub­bli­cata dall’«Avanti! » il 23 dicem­bre 1912, gli costa l’incriminazione per dif­fa­ma­zione dell’esercito; pro­sciolto dal Tri­bu­nale di Cagliari il 27 aprile 1913, è tra­dotto alla com­pa­gnia di disci­plina di San Leo di Roma­gna (Pe).

GLI SPARI, I MORTI
Il comi­zio anti­mi­li­ta­ri­sta è vie­tato. Nella mat­ti­nata sono arre­stati alcuni anar­chici con Errico Mala­te­sta, agi­ta­tore e ora­tore molto cono­sciuto (nel 1897 ha fon­dato «L’Agitazione» e nel 1913 «Volontà»): la poli­zia teme voglia tur­bare la festa dello Sta­tuto. Gli ordini sono severi, proi­biti gli assem­bra­menti anche di due o tre per­sone. Un altro gruppo di lavo­ra­tori, con il gio­vane Pie­tro Nenni — che da poco dirige il perio­dico repub­bli­cano «Luci­fero», fon­dato nel 1870 — viene preso a pugni e a basto­nate. Mala­te­sta, che gode di molte sim­pa­tie per la coe­renza e il rigore poli­tico, avendo dato la sua parola che non sareb­bero avve­nuti disor­dini né tumulti, viene rila­sciato. Alla Casa del Pro­le­ta­riato con Mala­te­sta si deli­bera di tenere alle 16 in forma pri­vata il comi­zio di pro­te­sta a Villa Rossa, sede del Par­tito Repub­bli­cano. Alla mani­fe­sta­zione par­te­ci­pano gio­vani e repub­bli­cani. Pie­troni della Camera del Lavoro, Pie­tro Nenni e l’avvocato Oddo Mari­nelli per i repub­bli­cani, Mala­te­sta per gli anar­chici, Ercole Ciardi per i fer­ro­vieri e Pelizza per il Comi­tato di agi­ta­zione con­tro le com­pa­gnie di disci­plina, par­lano applau­di­tis­simi con­tro la guerra ( già nell’aria: la scin­tilla avverrà il 28 giu­gno con l’attentato di Sara­jevo). Alle 18, votato un vibrante ordine del giorno con­tro la guerra, Mala­te­sta se ne va prima degli altri, e la folla trova davanti Villa Rossa due cor­doni di cara­bi­nieri che — temendo vogliano distur­bare la festa dello Sta­tuto — non per­met­tono di pas­sare. I mili­tari improv­vi­sa­mente spa­rano all’impazzata. È un fuggi fuggi fra urla di ter­rore. Sul sel­ciato di Via Tor­rioni giace il tap­pez­ziere anar­chico di 22 anni Atti­lio Giam­bri­gnone, col­pito al petto, men­tre il com­messo repub­bli­cano Anto­nio Casac­cia di 24 anni, spa­rato men­tre esce, muore all’ospedale. Il fac­chino repub­bli­cano Nello Budini di 17 anni muore il giorno dopo.

IL COMI­ZIO DI MALATESTA

Nel comi­zio Mala­te­sta si limita a rim­pro­ve­rare i socia­li­sti e il loro quo­ti­diano per lo scarso appog­gio alla cam­pa­gna anti­mi­li­ta­ri­sta. Rac­conta il «Luci­fero» la sera del 7: il tenente Opezzi, per­duta la calma, aggre­di­sce ver­bal­mente Oddo Mari­nelli, che lo invita a fer­mare i cara­bi­nieri che — senza suo­nare i tre squilli di tromba — spa­rano, mirando chi è affac­ciato alle fine­stre di Villa Rossa e di Villa Sta­mura. Finita la spa­ra­to­ria Pie­tro Nenni e altri escono e si lan­ciano con­tro Opezzi, che giura di non aver ordi­nato il fuoco. Giun­gono cen­ti­naia di donne pian­genti ed impre­canti. Al que­store, Mari­nelli «indicò ad uno ad uno i fun­zio­nari che capeg­gia­vano il drap­pello degli assas­sini» e, dopo aver arrin­gato la folla, che gri­dava «Assas­sini!», ottiene il silen­zio della banda e il ritiro delle truppe. Al que­store chiede invano i nomi dei cara­bi­nieri e di ispe­zio­nare le rivol­telle per sapere chi ha spa­rato. Gli è detto che il con­trollo sarebbe avve­nuto in caserma; «Ma in mia pre­senza!» ribatte l’avvocato e la folla lo accom­pa­gna. Gra­zie a Mari­nelli «Luci­fero» pub­blica i nomi dei cara­bi­nieri che hanno spa­rato e il numero dei colpi che man­cano nelle loro pistole: a Giu­seppe Di Cola ne man­cano 6, altret­tanti a Depan­filo, facendo pre­sente che, dotati di rifor­ni­mento, molti hanno spa­rato e rica­ri­cato i loro fucili. Le canne delle rivol­telle risul­tano pulite ma all’avvocato Mari­nelli non è con­sen­tito con­trol­larle. La que­stura, soste­nendo che ave­vano spa­rato dall’interno del salone, attri­bui­sce la colpa ai cit­ta­dini. È falso, i par­te­ci­panti erano tutti disar­mati. Il gior­nale com­menta: «Se le belve mon­tu­rate vole­vano spa­rare a tutti i costi, pote­vano almeno spa­rare in aria», smen­ti­sce il lan­cio di sassi, tavoli, barili ed altro ai cara­bi­nieri, tranne il lan­cio di un fascio di canne sec­che e di mani­fe­stini bian­chi scam­biati per una pie­tra. Un’ondata di indi­gna­zione si dif­fonde per la città. Ne «La Stampa» dell’8 giu­gno un testi­mone ocu­lare con­ferma che non sono stati lan­ciati sassi e che la riu­nione pri­vata era stata indetta per pro­te­stare con­tro il comi­zio vie­tato all’ultimo momento. All’uscita le vie sono sbar­rate. I cara­bi­nieri respin­gono e basto­nano i cit­ta­dini che gri­dano «Assas­sini! vigliac­chi! Lascia­teci pas­sare! Non vogliamo far niente!». Nella not­tata i ritrovi pub­blici sono chiusi in segno di lutto e la Camera del Lavoro pro­clama lo scio­pero gene­rale, che sarà con­ti­nuato oltre la sepol­tura dei morti.

ECCIDI PRO­LE­TARI

Alla noti­zia dell’ennesimo ecci­dio pro­le­ta­rio, che si dif­fonde rapi­da­mente, avven­gono mani­fe­sta­zioni spon­ta­nee di pro­te­sta, soprat­tutto nelle Mar­che e nelle Roma­gne. A Napoli gli eser­cizi pub­blici sono chiusi, i dimo­stranti al Con­so­lato russo, in Piazza Ple­bi­scito, al rifiuto di togliere la ban­diera ita­liana, fran­tu­mano i vetri; al Con­so­lato degli Stati uniti otten­gono il ritiro della ban­diera ita­liana e ame­ri­cana. Tre dimo­stranti muo­iono e quat­tro sono feriti. Nelle strade e nelle piazze sol­dati e caval­le­ria. La Camera del Lavoro par­te­cipa in forma solenne ai fune­rali. La que­stura, tra repub­bli­cani e anar­chici, arre­sta trenta per­sone. Alla Camera l’8 giu­gno, l’onorevole Gra­zia­dei grida: «Que­sto degli eccidi pro­le­tari è un pri­mato dell’Italia tra le genti civili». Salan­dra — scrive «La Stampa» — «attra­versa un brutto quarto d’ora». Il Par­tito Socia­li­sta e la Camera del Lavoro pro­cla­mano lo scio­pero generale.

Ad Ancora ferita, pal­lida sotto il sole velato, Mala­te­sta «si aderge tonante nei comizi che si mol­ti­pli­cano, e l’agitatore anar­chico padro­neg­gia la folla con la sua carat­te­ri­stica elo­quenza, che fa vibrare sen­ti­menti di dolore, di pietà, di ribel­lione». Vio­len­tis­simo, afferma la neces­sità della rivolta armata con­tro lo Stato, con­tro i suoi poteri e con­tro l’esercito. Il vice-commissario di pub­blica sicu­rezza è messo in fuga con gli agenti inse­guiti con sassi e bastoni. A fine comi­zio, alle 11, un’imponente colonna fischia la pre­fet­tura; al Muni­ci­pio chiede di esporre la ban­diera abbru­nata in segno di lutto. Lanci di sassi fran­tu­mano i vetri, le abi­ta­zioni di alcuni ben­pen­santi sono assal­tate, i ferri delle recin­zioni sono spez­zati per farne pro­iet­tili, un gruppo di signore che sie­dono al caffè Garelli deve riti­rarsi. Viene pro­cla­mato il lutto cit­ta­dino. La città rimane al buio, il quo­ti­diano «L’Ordine» non esce da due giorni, al con­tra­rio del «Luci­fero», che narra gli avve­ni­menti. Le comu­ni­ca­zioni tele­gra­fi­che e tele­fo­ni­che sono sospese per ordine del governo.

LE BASTO­NATE AL «PROF. MUSSOLINI»

A Milano «il prof. Mus­so­lini, diret­tore dell’Avanti», viene morso ad una mano da un cara­bi­niere. Il sin­da­ca­li­sta Filippo Cor­ri­doni arringa la folla e rim­pro­vera chi applaude i sol­dati. Ha una forte basto­nata sulla paglietta e lo arre­stano. Al Duomo, in una feroce col­lut­ta­zione, il «prof. Mus­so­lini», basto­nato, stra­mazza al suolo. Scon­tri, feriti e anche morti — come a Firenze — si con­tano in ogni parte. Da Bolo­gna, 70 per­sone sono arre­state e 45 staf­fette cicli­sti­che par­tono per por­tare l’ordine dello scio­pero. I fer­ro­vieri scio­pe­rano. Nelle città ven­gono assal­tate le arme­rie. A Imola 200 mani­fe­stanti occu­pano la sta­zione, bloc­cano i treni, la folla grida «Viva la rivo­lu­zione sociale!». Alla Camera ci sono 25 inter­ro­ga­zioni. Per i fune­rali, che si pre­ve­dono impo­nenti, fis­sati il 10 giu­gno, arri­vano 2000 sol­dati. La pietà popo­lare para a lutto le case delle vit­time. Si pre­ve­dono non meno di die­ci­mila per­sone. Arri­vano i depu­tati dell’Estrema (repub­bli­cani e socia­li­sti) e altri rin­forzi di truppe. Nel pome­rig­gio die­tro le tre bare c’è una massa ster­mi­nata di per­sone, cal­co­late in oltre ven­ti­mila. In Roma­gna, dove i repub­bli­cano e gli anar­chici sono una com­po­nente fon­da­men­tale, la rivolta ha carat­tere rivo­lu­zio­na­rio: assalti e incendi a chiese e palazzi, un gene­rale è disar­mato e fatto pri­gio­niero, in alcune piazze sorge l’albero della libertà.
I dimo­stranti bloc­cano le linee fer­ro­via­rie, tagliano i fili tele­fo­nici e tele­gra­fici per impe­dire lo spo­sta­mento delle truppe e le comu­ni­ca­zioni e quindi l’organizzazione della repres­sione. Le noti­zie sul suc­cesso della rivo­lu­zione aumen­tano l’entusiasmo degli insorti. La pro­te­sta si estende da un capo all’altro. Le auto­rità, il governo e la monar­chia temono la Rivo­lu­zione e di essere spaz­zate via.

AUTO­GE­STIONE ANARCHICA

È ter­ri­bile la Set­ti­mana Rossa. Mala­te­sta, ne La caduta della monar­chia sabauda, su «Volontà» del 13 giu­gno scrive: «Non sap­piamo ancora se vin­ce­remo, ma è certo che la rivo­lu­zione è scop­piata e va pro­pa­gan­dosi. La Roma­gna è in fiamme […]E dap­per­tutto si vedono agire in bella con­cor­dia repub­bli­cani, socia­li­sti, sin­da­ca­li­sti ed anar­chici. La monar­chia è con­dan­nata. Cadrà oggi, o cadrà domani, ma cadrà sicu­ra­mente e pre­sto». In E ora?, del 20 giu­gno, pro­mette: «Ora con­ti­nue­remo […]Se il governo e la bor­ghe­sia s’immaginano di aver vinto la rivo­lu­zione e di averla domata, s’accorgeranno un giorno quanto mai è grande il loro errore». Nenni è arre­stato, Mari­nelli si rifu­gia in Sviz­zera. Mala­te­sta, che abita in Via Asta­gno, secondo la poli­zia un posto mal­fa­mato e che non é pos­si­bile sor­ve­gliare, pena la vita, visto l’ultima volta nel pome­rig­gio del 14 in mac­china, rag­giunge Lon­dra (rien­trerà nel 1919). Sano e salvo, scrive a Mus­so­lini, all’«Avanti!», — in segno di sfida alla poli­zia — l’indirizzo.

Da Inn­sbruck (a meno che non sia una falsa indi­ca­zione) il 21 giu­gno inca­rica l’avv. Augu­sto Giar­dini della difesa.Nella Set­ti­mana Rossa, Ancona è auto­ge­stita in modo mira­bile dagli anar­chici, che orga­niz­zano la distri­bu­zione dei viveri prima alle donne e ai fan­ciulli. Il 14 giu­gno è tutto finito: era man­cata l’unità, non c’erano orga­niz­za­zioni in grado d’incanalare le forze e dare un pro­gramma e uno sbocco rivo­lu­zio­na­rio. Nell’anconetano e nella Roma­gna lascia una trac­cia pro­fonda nell’immaginario popo­lare: il pro­le­ta­riato, dando prova di com­bat­ti­vità, aveva sfio­rato la Rivo­lu­zione Sociale.

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