Spari sui fedeli a messa Boko Haram fa strage di cristiani “I morti sono decine”

Spari sui fedeli a messa Boko Haram fa strage di cristiani “I morti sono decine”

AL TELEFONO arrivano scampoli di racconti drammatici: «Hanno ucciso decine di persone, hanno attaccato i fedeli e bruciato le chiese e le loro case». Stato federale di Borno, Nordest insanguinato della Nigeria: due mesi e mezzo fa i terroristi di Boko Haram hanno attaccato il paese di Chibok rapendo duecento studentesse e trascinandole nella foresta; settimana scorsa hanno devastato i villaggi della zona, ieri se la sono presa con le chiese e i fedeli di altri quattro villaggi a un quarto d’ora di bicicletta, bruciando quattro luoghi di culto cristiani e massacrando «almeno trenta persone» sparando all’impazzata durante la messa. Bombe a mano e fucilate, donne e bambini ammazzati senza avere il tempo di avere paura, altri uccisi tra le sterpaglie della savana mentre tentavano di fuggire.
Povera Chibok, travolta da terribile (e non più insolito) destino: un migliaio di case nel cuore di un’enclave cristiana all’interno di uno stato in maggioranza islamico, in cui gli islamisti di Boko Haram sognano di creare un califfato basato sulla Sharia. È qui il crocevia della disfatta, il simbolo di una Nigeria precipitata nel sangue di una guerra santa tra gli islamisti tagliagole e il governo corrotto e distratto. Il bollettino di guerra è orribile, e di tanto in tanto l’orrore sconfina nella capitale Abuja: quest’anno è già stata oltrepassata la ragguardevole soglia dei 2.000 uccisi da Boko Haram, ma negli ultimi giorni è difficile persino tenere i conti. Lo scorso fine settimana i rapimenti e le stragi nei villaggi della zona di Damboa, a una trentina di chilometri da Chibok, con l’attacco a un campo militare e 50 soldati uccisi sul posto da una gragnuola di colpi. Sparavano con armi pesanti, ben più pesanti degli Ak47 in dotazione all’esercito: avevano blindati con antiaeree, mitragliatrici e lanciagranate, raccontano i sopravvissuti. Poi le bombe nella scuola di Igiene e Tecnologia di Kano, la carneficina in due villaggi dello stato di Kaduna, nel centronord del paese; i 21 ammazzati da una bomba nel supermercato della capitale Abuja, i 13 uccisi da un’esplosione a Bauchi in un hotel a luci rosse nel quartiere cristiano… Non un giorno di tregua, non un solo giorno senza una mattanza. Quando non è Boko Haram a colpire, è il dramma di una faida senza fine tra i fulani, pastori nomadi musulmani, e i contadini cristiani.
Ma lassù nel Nordest, lungo la carrareccia che unisce Damboa alla “superstrada” A13 passando per Chibok, il sangue scorre insieme alle promesse vacue. Dopo il 14 aprile, quando gli islamisti si andarono a prendere duecento studentesse liceali trascinandole nella foresta di Sambisa e minacciando di rivenderle per pochi spiccioli, il mondo inorridì e i nigeriani puntarono il dito contro il governo: aveva ignorato gli allarmi preventivi e atteso giorni per reagire, sminuendo fino all’indifendibile. Ma sotto la pressione di quel mondo indignato, i governi occidentali — compreso il nostro — offrirono aiuti e intelligence per ritrovare le ragazze: dopo quasi tre mesi e qualche altro rapimento, delle ragazze non si sa nulla e gli islamisti di Boko Haram continuano a imperversare e a massacrare i cristiani dei villaggi intorno a Chibok. I ribelli islamisti che si battono per il califfato vogliono scambiare la tregua con la liberazione dei loro prigionieri. Il presidente Goodluck Jonathan non ha speso una parola, per Chibok. Si è addolorato per i morti di Bauchi e Kaduna, stati governati dal suo stesso partito Pdp, ma non del Borno: se la veda il governatore Kashim Shettima, che è del partito rivale Anpp. La povera gente, intanto, trema e muore.


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