La teste di Magherini: “Io intimidita”

Firenze, la ragazza che aveva denunciato le violenze dei carabinieri all’ex calciatore Magherini morto dopo il fermo rivela “Mentre raccontavo quello che avevo visto un militare mi disse: ti verremo a cercare ovunque sarai”

LAURA MONTANARI LUCA SERRANO', la Repubblica redazione • 10/6/2014 • Carcere & Giustizia, Copertina, Diritti umani & Discriminazioni • 1332 Viste

FIRENZE . C’è la testimone intimidita dal carabiniere: «Prima che iniziassi a rispondere alle domande che avevano preparato ha definito il mio atteggiamento immorale». La ragazza, in un’intervista a Repubblica, è stata la prima a parlare di calci da parte dei militari a Riccardo Magherini a terra già ammanettato. C’è poi l’altra, convocata all’alba del 3 marzo e neppure informata che quell’uomo, fermato in strada a San Frediano dai militari che lo volevano arrestare, era già morto: «Come sta il ragazzo? È in ospedale?». «Eh, sì» risponde il maresciallo. Infine ci sono i file audio mancanti, mai consegnati ai familiari. Sono le nuove ombre che si aggiungono all’inchiesta sulla morte di Riccardo Magherini, ex speranza del calcio viola, arredatore, morto una notte a Firenze mentre chiedeva aiuto e dopo aver dato in escandescenze probabilmente sotto l’effetto della cocaina. Un’inchiesta che vede 4 carabinieri indagati per omicidio preterintenzionale e altri 7 fra medico e soccorritori per omicidio colposo.
L’esposto, preparato dall’avvocato Fabio Anselmo, è stato presentato ieri dal fratello di Riccardo, Andrea Magherini, in procura a Firenze. La testimonianza delle due ragazze è stata al centro dell’iniziativa, organizzata dal senatore Luigi Manconi al teatro del Cestello, «un rito civile per riportare questa dolorosa vicenda dove è nata, cioè a San Frediano». Erano presenti alcuni parlamentari fra cui il sottosegretario Ivan Scalfarotto: «Quando Riccardo è morto lo Stato non c’era, sono qui per un risarcimento morale forse un po’ tardivo ma necessario ».
La teste che aveva assistito al fermo, è stata svegliata alle 5,15 del 3 marzo e convocata subito in caserma «per deporre in vista del processo per direttissima », perché erano state «infrante delle vetrine» e c’era stato
un furto (di un cellulare). In realtà Riccardo Magherini era stato dichiarato morto alle 3 di notte e certo non poteva essere processato. «Gli faranno un Tso (trattamento sanitario obbligatorio)? » chiede lei. Risposta: «Mi sa che glielo hanno già fatto ». E quando, nel corso della deposizione, dopo aver detto che il fermo era avvenuto senza violenza, riferisce di aver visto dei calci tirati mentre l’arrestato era a terra, si accorge che il maresciallo non preme più sui tasti del computer. Lei protesta. «Ho dovuto insistere. Gli ho detto incredula: scusi, ma dei calci non lo scrive? “Non so, la deposizione è la sua, signorina, lo vuol scrivere?” mi ha risposto il maresciallo ». E lei conferma: «Certo che lo voglio».
L’altra testimone, rimproverata per aver rilasciato l’intervista, piange, è provata da quello che ha visto: chiede tempo per rispondere alle domande. In lacrime spiega «che l’atteggiamento del carabiniere» la mette «in soggezione». «Faccio notare che ero stata avvisata della convocazione in tribunale con pochissimo preavviso e che sarei dovuta partire per Roma il giorno stesso. A questo punto — riferisce la giovane in una mail all’avvocato dei Magherini — lo stesso carabiniere mi ha detto con tono arrogante e minaccioso che ovunque mi fossi trovata sarebbe lui stesso venuto a cercarmi ».
Quanto alle chiamate “mancanti” ce n’è una delle 2,41 fra l’operatore della centrale 118 e una volontaria della Croce Rossa: «Siamo scesi dall’ambulanza e c’hanno detto: “Se non siete un medico, noi s’ha bisogno di un medico…” per cui noi non si è né valutato né nulla» spiega la volontaria.
Ieri il padre e il fratello di Riccardo si sono presentati alla festa dell’Arma dove erano stati riservati loro due posti, ma poi, saputo che non era aperta al pubblico, hanno preferito non entrare: «Vogliamo soltanto dire che i valori dell’Arma sono i nostri stessi valori, il nonno di Riccardo era un carabiniere deportato in Germania dai nazisti».

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