Accelerazione al Senato sulla riforma. Corteo di protesta al Colle

Accelerazione al Senato sulla riforma. Corteo di protesta al Colle

ROMA — Bagarre, cortei al Colle, proteste. Al Senato, sulle riforme costituzionali, scatta la «tagliola», o «ghigliottina» che dir si voglia. È la decisione della capigruppo, richiesta in mattinata da Luigi Zanda del Pd: a maggioranza, passa il contingentamento dei tempi. Non più di 135 ore totali, 80 per le votazioni. L’8 agosto, anche se l’esame di tutte le «correzioni» apportate dalle opposizioni (ufficiali e «dissidenti» di Pd e Forza Italia) non è finita, va comunque in scena il voto finale.
Una decisione che era nell’aria. Così, quando il presidente Grasso, nell’aula del Senato, la rende pubblica, la reazione delle opposizioni è immediata. Volano parole grosse, con i «grillini» più volte richiamati all’ordine. Loredana De Petris, la pasionaria di Sel, urla nel microfono. Paolo Corsini (Pd) cita «l’articolo 72 della Costituzione» che parla di «procedura normale per i disegni di legge in materia costituzionale». Davanti al bar, lo dice anche Roberto Calderoli, Lega, relatore del testo con Anna Finocchiaro (Pd), e al tempo stesso uno dei «capi» dei ribelli: «La tagliola non ci può essere». E aggiunge: «Vogliono andare a votare. Ottanta ore di votazione sono 4.800 minuti, anche votando un emendamento al minuto, con gli altri che facciamo?». Mario Mauro, ex ministro della Difesa, Popolari per l’Italia, lancia la proposta (seguita da Cinquestelle, Lega, Sel più «malpancisti» vari) di «lasciare l’aula». E lo fa, spiegherà più tardi, per «evitare che la situazione degeneri: sa, sono giovani, e un po’ intemperanti…». Il rischio di occupazione, infatti, era dietro l’angolo.
Escono in molti. Chi dice «un centinaio», chi un po’ meno: per il salone, e nei corridoi, si aggirano anche Augusto Minzolini (FI), Felice Casson e Corradino Mineo (Pd), gli stessi popolari, quelli del Gal. Leghisti, pentastellati e vendoliani, dopo una riunione comune, salgono tutti insieme, quasi in corteo, al Colle dove vengono ricevuti dal segretario generale Donato Marra. Beppe Grillo, via Facebook, li sostiene: «Bisogna essere orgogliosi dei nostri ragazzi. Ora sono davanti al Quirinale per difendere la nostra Costituzione. Napolitano non li ha incontrati? Era leggermente indisposto…».
Il clima è incandescente. E un’altra giornata se n’è andata. Votazioni? Cinque, in tutto. Tre mercoledì, due ieri. Fino a quando, sui lavori parlamentari, non piomba la richiesta di Zanda. Anche lui, nel suo intervento, alza i toni: «Non sarei voluto arrivare a questo punto, ma ho sentito pronunciare delle parole luride…». Paolo Romani, FI, è quasi sconsolato: «Abbiamo cercato tutte le mediazioni possibili. Lo dico a chi si oppone: ritirate gli emendamenti inutili». Nella capigruppo, Vito Petrocelli (M5S) chiede a Zanda: «Quale sarebbe un numero accettabile?». «Qualche centinaio», la replica. Equivale a una dichiarazione di guerra.
Ma tra governo e opposizioni, ormai, siamo al muro contro muro. Maria Elena Boschi, di nuovo, indossa i panni della «signora no»: «Questo numero di emendamenti è un ricatto: o li ritirano, o noi andiamo avanti». E la mezza «apertura» di Vendola? La porta, appena socchiusa, immediatamente viene sbarrata: «Sconcertante definire ricatto l’esercizio delle prerogative dell’opposizione. Non siamo ricattatori, ma certamente non siamo ricattabili». Le colombe, in questo clima, faticano a volare. Ci prova Gaetano Quagliariello, Ncd, che propone «il referendum confermativo in ogni caso». Anche, cioè, se la riforma costituzionale passa con la maggioranza dei due terzi. La Boschi sposa l’idea e twitta: «L’ultima parola spetterà comunque ai cittadini. #noalibi ». È la parola d’ordine renziana. Anche se non servirà certamente a placare le opposizioni.
Ernesto Menicucci



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