La battaglia di Scozia

Scozia. Al referendum che tra due mesi potrebbe mandare in pezzi l’Europa, non è in gioco solo l’indipendenza: per Glasgow, un tempo la “second city” dell’impero, ora piena di negozi chiusi e case fatiscenti, il voto sembra l’ultima speranza di uscire dalla crisi

ENRICO FRANCESCHINI, la Repubblica redazione • 16/7/2014 • Copertina, Internazionale • 1591 Viste

GLASGOW. LA SALA arrivi dell’aeroporto è stata trasformata in una pista d’atletica, a ciascun passeggero una corsia, come se dovessimo uscire dal terminal correndo i cento metri. Il tabellone delle partenze alla stazione centrale riporta un solo orario: il conto alla rovescia di quanto manca all’inizio del grande evento. E dovunque, nelle strade, sui giornali locali, in tivù, cartelloni e slogan pubblicitari avvertono che il 23 luglio a Glasgow cominciano i Ventesimi Commonwealth Games: le “Olimpiadi” delle ex colonie dell’Impero Britannico. Si tengono ogni quattro anni, come i Giochi Olimpici, e non sono un appuntamento sportivo di poco conto: questa edizione coinvolge 70 nazioni per un totale di un miliardo e mezzo di persone, avrà un milione di spettatori dal vivo, vedrà in azione 6500 atleti. Ma stavolta i Giochi del Commonwealth hanno anche o soprattutto un’importanza politica: sono l’ultima opportunità di influenzare in modo decisivo il referendum sull’indipendenza che si farà in Scozia il 18 settembre, fra poco più di due mesi. Un voto che può mandare in pezzi il Regno Unito e scatenare un’ondata di consultazioni secessioniste in tutta Europa.
Le due campagne che si affrontano nel referendum, “Yes Scotland” (per l’indipendenza) e “Better Together” (Meglio insieme — contro), cercheranno di sfruttare ciascuna a proprio vantaggio la kermesse di competizioni che sta per cominciare a Glasgow. Diversamente dalle Olimpiadi di due anni fa a Londra, qui non verrà schierato un “Team Gb”, una squadra della Gran Bretagna, bensì quattro squadre separate per ogni sua regione, come nel football, e i nazionalisti sperano di suscitare entusiasmo per il “sì” all’indipendenza in un tripudio di cornamuse e kilt per le medaglie o perlomeno le prestazioni dei campioni di casa. I quali non si limitano a parlare di sport: «Gareggiare in questi Giochi sotto la bandiera della Scozia ci farà sentire cosa vuol dire rappresentare il proprio paese, la propria gente, la propria cultura», dice la campionessa scozzese di judo Connie Ramsay.
Ma anche gli unionisti, sostenitori di una Scozia che continui a far parte del Regno Unito, giocheranno le loro carte. La regina Elisabetta, prima di trascorrere come ogni estate le ferie nel castello scozzese di Balmoral, verrà a inaugurare i Commonwealth Games, riaccendendo l’orgoglio per la nazione di cui è a capo. E il giorno dopo la conclusione dei Giochi il primo ministro David Cameron celebrerà nella cattedrale di Glasgow alla presenza dei leader di tutti i paesi del Commonwealth il centenario della prima guerra mondiale, a cui i popoli delle ex-colonie — scozzesi inclusi — diedero un contributo di eroismo e di sangue, sottolineando gli storici valori che li uniscono. «La linea del fronte del referendum, il luogo cruciale per decidere se la Scozia diventerà o meno indipendente, passa da Glasgow», spiega Ewan MacAskill, a lungo cronista dello Scotsman e dell’ Herald , i giornali della città. «I Giochi sono la chance per spingere il voto in una direzione o nell’altra », concorda Chris Green, corrispondente da Glasgow del quotidiano Independent .
Forse in Scozia non c’era un posto migliore per simboleggiare il dilemma. Se Edimburgo è la capitale politica della regione, e Aberdeen con i suoi giacimenti di petrolio la capitale economica, Glasgow ne costituisce da sempre la capitale morale.
È la più grande città scozzese, con 600 mila abitanti che salgono a 1 milione e 200 mila compresi i sobborghi: un quarto della popolazione scozzese. Era soprannominata la «second city» del British Empire (dopo Londra), il motore dell’impero. La rivoluzione industriale ne fece un centro di produzione tessile, chimica e ingegneristica di livello mondiale. Dai suoi cantieri sono uscite navi famose come la Queen Mary, il Royal Yacht Britannia (il piroscafo della famiglia reale), la Queen Elizabeth 2. La ferrovia Glasgow-Londra veniva chiamata «la spina dorsale della Gran Bretagna». Eppure, dopo avere dato tanto al paese, la città sulle rive del fiume Clyde si è spenta. Nel dopoguerra è iniziato un progressivo declino, la deindustrializzazione ha chiuso fabbriche e cantieri, l’East End di Glasgow è diventato sinonimo di un circolo vizioso di disoccupazione, miseria, abbandono.
Prima che fiocchino record ai Commonwealth Games, Glasgow ne ha dovuto ingoiare uno amaro: una statistica appena pubblicata indica che è il centro urbano con la più bassa aspettativa di vita del Regno Unito, 72 anni per i maschi, 78 per le femmine, una media di dieci anni inferiore al resto della nazione. I “glaswegian”, i suoi abitanti, non si limitano a morire prima degli altri: il quartiere dell’East End ha le peggiori cifre non solo della Gran Bretagna ma dell’Europa intera per povertà minorile, sanità, crimine, alcolismo, abuso di droghe.
C’è chi dà la colpa ai tagli al welfare e alle privatizzazioni selvagge della Thatcher, chi cita cause più antiche, perfino naturali, come la scarsità di vitamina D (per nove mesi all’anno il sole si vede poco da queste parti), o vecchie abitudini, come l’inclinazione al bere trasmessa di generazione in generazione. Come che sia, il governo di Londra non era riuscito a fermare la decadenza.
Quello autonomo scozzese, introdotto dalla devolution di Tony Blair e attualmente guidato dal premier indipendentista Alex Salmond, sostiene di poterci riuscire. Glasgow ha visto crescere gli investimenti negli ultimi anni e il suo centro commerciale porta i segni di una rinascita, con avveniristici palazzi, boutique e grandi magazzini, ristoranti
alla moda. La campagna “Yes Scotland” promette che anche i Commonwealth Games daranno una mano a far ripartire la città, rigenerando proprio l’East End, dove hanno sede impianti e villaggio per gli atleti, sul modello di quanto ha fatto Londra con le Olimpiadi per il proprio East End (le aree depresse, in questo paese, hanno ovunque gli stessi nomi). Ma è un progetto a lungo termine. Basta allontanarsi dalle vetrine scintillanti di Buchanan street per scoprire la vecchia Glasgow di edifici fatiscenti: serrande sprangate, avvisi di «fallito», «chiuso per cessata attività», «vendesi» e negozi della catena Poundland, dove niente costa più di un pound, una sterlina.
«La campagna del no all’indipendenza è basata sulla paura. Londra vuole spaventarci, ma né i conservatori né i nuovi laburisti che li scimmiottano hanno mai fatto qualcosa per noi. È ora che gli scozzesi tornino a essere governati dagli scozzesi come fino a 300 anni or sono ai tempi di Braveheart», s’infervorisce Joseph Gardiner, disoccupato di mezza età, in cambio di una birra al Bristol, uno dei pub rimasti aperti attorno a Duke street. «I politici sono tutti uguali, a Londra come a Edimburgo, pensano solo alle proprie ambizioni personali », replica Jack MacGregor, studente della Glasgow University. «L’indipendenza è un rischio, fare parte della Gran Bretagna crea comunque più occasioni di trovare lavoro, non possiamo giocare d’azzardo con il nostro futuro».
La città appare divisa, riflettendo l’equilibrio dell’ultimo sondaggio: 46 per cento di no all’indipendenza, 41 per cento di sì, 13 di indecisi. Di passioni contrastanti, del resto, Glasgow ha sempre vissuto, come testimonia l’ardente rivalità fra i tifosi cattolici dei Celtic e quelli protestanti dei Rangers, le due squadre di calcio cittadine. Chissà se sarà proprio una sfida sportiva, portata dai Giochi del Commonwealth, a decidere il destino
della Scozia.

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