Bio e sociale, l’agricoltura 3.0

Reportage. Viaggio nella tenuta del Casale di Martignano, dove lavorano profughi africani e ragazzi a rischio drop out. Una pratica di buona economia e nuovo sviluppo, con cui curare e riabilitare persone con disabilità

Eleonora Martini, il manifesto redazione • 4/7/2014 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Buone pratiche e Buone notizie, Copertina, Stili di vita e di consumo, Terzo settore & Non profit • 1307 Viste

Yous­souf di notte va a sca­ri­care i camion di rifor­ni­mento dei McDonald’s di Roma, ma ogni mat­tina si pre­senta pun­tuale alla fat­to­ria del Casale di Mar­ti­gnano, sulle rive dell’omonimo lago che dista una tren­tina di chi­lo­me­tri dalla capi­tale, per­ché lì ci sono «i fra­telli» che lo atten­dono per impa­rare a fare lo yogurt bio­lo­gico. Lui è «for­tu­nato», un lavo­retto comun­que lo ha tro­vato e per­ciò dovrà uscire dal pro­getto di micro-reddito della coo­pe­ra­tiva sociale fon­data all’inizio dell’anno, ma altri pro­fu­ghi come lui atten­dono di essere inse­riti, nella spe­ranza che da quella espe­rienza si aprano nuove oppor­tu­nità di vita. Ven­gono dalla Gui­nea, dal Sena­gal, dal Mali, ragazzi poco più che ven­tenni arri­vati con i bar­coni, sbar­cati a Lam­pe­dusa o sulle coste sici­liane, alcuni di loro hanno vis­suto nel ghetto di Rosarno all’epoca della rivolta dei brac­cianti afri­cani, nel gen­naio 2010, e quando infine si sono libe­rati dalle mani dei capo­rali e sono diven­tati soci della coo­pe­ra­tiva non pote­vano tro­vare nome migliore per que­sta loro prima impresa che «Bari­kamà» — «Resistente».

Ma accanto a Sule­man, Yous­souf e agli altri richie­denti asilo che pro­du­cono yogurt bio­lo­gico, nei 140 ettari della fat­to­ria sociale del Casale di pro­prietà della fami­glia Fer­razza lavo­rano anche altri gio­vani a rischio di mar­gi­na­liz­za­zione. Mino­renni sulla via del drop out, usciti dal cir­cuito sco­la­stico e mai entrati in un per­corso di for­ma­zione o di lavoro, ragazzi che vivono la strada senza devianze o pro­blemi psico-fisici con­cla­mati e che per­ciò non avreb­bero alcun requi­sito per poter essere presi in carico dai ser­vizi sociali. O per­sone di qua­lun­que età con han­di­cap psi­chici o «con diverse abi­lità men­tali», come li descrive Aure­lio Fer­razza che insieme a un fra­tello e a una sorella affetta dalla sin­drome di down ha deciso di «dare un senso più ampio, anche per lei, a que­sta azienda agri­cola che esi­ste dal 1956 e dal 1999 è anche agri­tu­ri­smo». Tra i campi, fin quasi sulla riva del lago, «pasco­lano 600 pecore e 150 ani­mali; qui ogni anno ven­gono lavo­rati 200 quin­tali di latte e macel­lati 150 quin­tali di carne, con un giro d’affari di circa 700 mila euro». È una delle più grandi aziende che pra­tica l’agricoltura sociale nel Lazio, anche se sul sito dell’agriturismo di que­sta scelta non c’è traccia.

PIÙ RELA­ZIONI, PIÙ GUADAGNI

«Non mi inte­ressa pub­bli­ciz­zare il pro­dotto “sociale” ma solo quello bio­lo­gico e arti­gia­nale — spiega Fer­razza — voglio che i clienti diretti e quelli degli oltre 30 gruppi di acqui­sto che rifor­niamo set­ti­ma­nal­mente siano sod­di­sfatti solo della qua­lità». E infatti, spiega ancora il pro­prie­ta­rio, «un bene­fi­cio diretto eco­no­mico non c’è, per­ché per l’agricoltura sociale non esi­ste nes­sun sus­si­dio, ma da quando ci sono que­sti ragazzi il rischio di stan­dar­diz­za­zione del pro­dotto si è azze­rato per­ché la tra­smis­sione dei saperi e la cura del benes­sere delle per­sone che lavo­rano ha reso il pro­cesso arti­gia­nale molto più accu­rato. Con un con­se­guente gua­da­gno pure eco­no­mico».
A porsi il pro­blema dal punto di vista eco­no­mico è stata anche la com­mis­sione Agri­col­tura della Camera che a fine giu­gno ha messo a punto il testo di legge che per la prima volta norma l’agricoltura sociale (As). Nella rela­zione con­clu­siva si legge: «Per le isti­tu­zioni pub­bli­che, favo­rire lo svi­luppo dell’agricoltura sociale rap­pre­senta un inte­resse non solo etico, ma anche eco­no­mico. Infatti, in ter­mini eco­no­mici, inve­stire nelle fat­to­rie sociali è motivo di otti­miz­za­zione dei costi, per­ché con­sente alle per­sone, attra­verso il lavoro, di pas­sare dalla con­di­zione di sog­getto assi­stito a quella di sog­getto attivo della società, dall’essere un costo all’essere una risorsa. Al con­tempo le pra­ti­che di As offrono un rile­vante con­tri­buto allo svi­luppo del ter­ri­to­rio e delle comu­nità rurali, in quanto creano nuove oppor­tu­nità di red­dito e di occu­pa­zione, offrono con­crete pro­spet­tive di inclu­sione sociale per sog­getti vul­ne­ra­bili, gene­rano ser­vizi per il benes­sere delle per­sone e delle comu­nità, miglio­rano la qua­lità della vita nelle aree rurali e periur­bane, creano beni “rela­zio­nali”». Insomma, l’As «appare una pra­tica di buona eco­no­mia e di nuova cre­scita, che nell’attuale fase può costi­tuire una pic­cola rivo­lu­zione coper­ni­cana». L’economista agra­rio Save­rio Senni, docente all’Università della Tuscia, pone un que­sito: «Pos­sono i mer­cati, così tesi, e in modo sem­pre più spre­giu­di­cato, verso logi­che di com­pe­ti­ti­vità, essere luogo di incon­tro, di rela­zioni empa­ti­che tra gli indi­vi­dui, di reci­pro­cità e di respon­sa­bi­lità degli uni per gli altri?». L’As offre una rispo­sta. Affer­ma­tiva. Tanto che il feno­meno è emer­gente in tutta Europa: in Olanda, dove il set­tore si è svi­lup­pato già dagli anni ’90, c’è stato il boom delle care-farms dove si offrono ser­vizi di tera­pia e ria­bi­li­ta­tivi, in Gran Bre­ta­gna sono nume­rosi i giar­dini tera­peu­tici, in Fran­cia l’attenzione sale e in Ger­ma­nia l’As è pra­ti­cata soprat­tutto nell’ambito delle strut­ture isti­tu­zio­nali, pub­bli­che e pri­vate. Ma anche in Ita­lia sono già più di mille le aziende censite.

LA NATURA PER EDU­CARE E RIABILITARE

«Il lavoro nei campi o con gli ani­mali offre mille spunti tera­peu­tici e per un per­corso di cre­scita», rac­conta Andrea Zam­petti, docente di Scienza dell’educazione dell’Università Pon­ti­fi­cia Sale­siana che segue i ragazzi del Casale di Mar­ti­gnano e da anni usa l’As con per­sone con disa­bi­lità psi­chi­che, con tos­si­co­di­pen­denti o con minori a rischio drop out. «Per­ché sono qui? Beh, prima non facevo nulla, pas­savo le gior­nate in strada e i miei geni­tori mi hanno man­dato al Don Bosco, una comu­nità pri­vata del mio quar­tiere, il Pre­ne­stino — rac­conta timi­da­mente Leo­nardo, 18 anni appena, men­tre spinge una car­riola — Da lì, gli edu­ca­tori mi hanno pro­po­sto di venire a lavo­rare in que­sta azienda. Mi piace, sto bene, ho impa­rato tante cose». Leo­nardo, Sule­man, Yous­souf e gli altri lavo­rano fianco a fianco, nei campi, con gli ani­mali e nella pro­du­zione dei for­maggi, degli insac­cati, delle mar­mel­late o dello yogurt. «Sve­gliarsi ogni mat­tina, sce­gliere gli abiti per lavo­rare, o quelli migliori quando hai le riu­nioni o devi incon­trare altre per­sone, è un primo passo per ritro­vare la dignità, per eman­ci­parsi ed entrare in rela­zioni costrut­tive. L’As non neces­sa­ria­mente fun­ziona per un per­corso lavo­ra­tivo ma come per­corso tera­peu­tico invece è di altis­sima effi­ca­cia», spiega Zam­petti. Ma atten­zione, avverte, «l’agricoltura sociale è uno stru­mento che va usato al momento giu­sto e nel posto giu­sto». Zam­petti lo ha detto anche in audi­zione alla Com­mis­sione Agri­col­tura della Camera: «Non va bene per qual­siasi per­sona e non basta un pezzo di terra per fare As. Ed è uno stru­mento che va usato con com­pe­tenza, dun­que le risorse umane sono fon­da­men­tali». E biso­gna stare attenti: «Ci sono aziende che usano l’As per lavare la loro imma­gine, per coprire irre­go­la­rità o pro­du­zioni poco tra­spa­renti». Un pro­getto sociale può ripu­lire la “coscienza” dopo un pigno­ra­mento per moro­sità, per esem­pio, o per coprire ille­ga­lità nei con­tratti di lavoro.

UNA LEGGE SOCIAL-GREEN

Il testo di legge varato a fine giu­gno dalla Com­mis­sione Agri­col­tura della Camera, rece­pendo il rego­la­mento Cee 800 del 2008, con la fina­lità di pro­muo­vere l’As, si com­pone di sette arti­coli che defi­ni­scono la pra­tica, le atti­vità sociali e i per­corsi tera­peu­tici che vi rien­trano, e i «bene­fi­ciari». «È impor­tante avere una nor­ma­tiva nazio­nale — spiega il depu­tato di Sel, Franco Bordo, mem­bro della Com­mis­sione — per­ché così si dà la pos­si­bi­lità di acce­dere ai finan­zia­menti euro­pei che la nuova Pac (Poli­tica agri­cola comu­ni­ta­ria, ndr) mette a dispo­si­zione delle aziende che pra­ti­cano agri­col­tura sociale nei sei anni 2014–2020». Rac­conta Bordo che «il M5S ha pre­sen­tato alcuni emen­da­menti per ten­tare di con­te­nere l’applicazione di que­sta legge seguendo un po’ troppo, secondo me, le istanze degli impren­di­tori agri­coli pre­oc­cu­pati della con­cor­renza delle aziende di As». È una legge che però non fissa troppe regole, spiega il depu­tato di Sel, «lasciando ai ter­ri­tori e alle regioni di com­ple­tare l’opera, a seconda delle pro­prie pecu­lia­rità». Magari in un’area di cam­pa­gna dove non ci sono asili, «si può pen­sare a un pro­getto di sog­giorno per bam­bini», oppure «si può fina­liz­zare l’attività sociale all’educazione ambien­tale, ali­men­tare o alla sal­va­guar­dia della bio­di­ver­sità». «Abbiamo allar­gato un po’ l’idea ini­ziale – con­clude Bordo descri­vendo un pas­sag­gio che sem­bra andare nella dire­zione oppo­sta a quella auspi­cata da Zam­petti – per­ché già il mondo dell’As in Ita­lia è più vasto e ricco di quanto noi, in Par­la­mento, ci aspettavamo».

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This