Droga, lo scudo Usa per i trattati Onu

Fuoriluogo. La foglia di coca in Bolivia, la cannabis in Uruguay, le “stanze del consumo” in Canada, l’esperienze del Colorado e della California. Sono ormai tante le politiche sulle droghe lontane dalla “tolleranza zero” che tuttora permea le convenzioni internazionali sugli stupefacenti. L’assemblea generale dell’Onu del 2016 è un’opportunità unica per aprire un dibattito vero e cambiare le convenzioni

?Martin Jelsma *, il manifesto redazione • 9/7/2014 • Copertina, Droghe & Dipendenze • 750 Viste

Le riforme del con­trollo sulla droga in atto nelle Ame­ri­che met­tono in ten­sione la cor­nice legale glo­bale dise­gnata dalle tre con­ven­zioni delle Nazioni Unite: sta­bi­lire quanto i con­fini delle con­ven­zioni pos­sano essere allar­gati sta diven­tando una que­stione deli­cata. La decri­mi­na­liz­za­zione della deten­zione di droga a uso per­so­nale, decisa da molti paesi latino ame­ri­cani, e l’apertura di una «stanza del con­sumo» a Van­cou­ver, in Canada, hanno già inne­scato dispute legali con lo Inter­na­tio­nal Nar­co­tics Con­trol Board (Incb), l’organo che pre­siede all’attuazione delle Convenzioni.

Di recente, l’azione della Boli­via per legit­ti­mare la foglia di coca e la lega­liz­za­zione della can­na­bis negli stati di Washing­ton e del Colo­rado e in Uru­guay, hanno cam­biato per sem­pre il pano­rama della poli­tica della droga. Oggi il pro­blema non è più se si debba aggior­nare il sistema delle con­ven­zioni Onu o meno, ma piut­to­sto il come e quando farlo.

È uno sce­na­rio da incubo, per Washing­ton e per la buro­cra­zia Onu. Nel secolo scorso, gli Stati Uniti si sono impe­gnati più di ogni altra nazione per influen­zare il dise­gno del con­trollo glo­bale sulla droga e per obbli­gare il mondo a rispet­tarlo. Aprire il dibat­tito ora, rischia di minare lo stru­mento legale che gli Stati Uniti hanno usato così spesso per costrin­gere gli altri paesi a ope­rare in accordo con i pro­pri principi.

Il dipar­ti­mento di Stato Usa ha ini­ziato una nuova cam­pa­gna inter­na­zio­nale, simile a quella a suo tempo intra­presa con­tro la Boli­via per la foglia di coca rac­co­gliendo i paesi «amici delle Con­ven­zioni». La nuova cam­pa­gna vuole «difen­dere l’integrità delle tre Con­ven­zioni» sep­pur per­met­tendo una loro inter­pre­ta­zione più fles­si­bile e «una qual­che dif­fe­ren­zia­zione a livello nazio­nale». Washing­ton pro­pone di con­ce­dere più fles­si­bi­lità nell’allocazione delle scarse risorse desti­nate all’attuazione dei trat­tati. Que­sta inter­pre­ta­zione, fino ad oggi sem­pre respinta dall’Incb, è la base della tesi degli Stati Uniti secondo cui la deci­sione fede­rale di non inter­ve­nire nella rego­la­men­ta­zione della can­na­bis a livello sta­tale sarebbe in accordo con le con­ven­zioni dell’Onu.

Se la comu­nità inter­na­zio­nale accet­tasse que­sto discorso, in cam­bio Washing­ton con­ce­de­rebbe anche all’Uruguay e ad altri paesi di rego­la­men­tare legal­mente la can­na­bis senza con­se­guenze. Tut­ta­via, la nuova «linea mite» degli Stati Uniti non si estende fino ad altre que­stioni come la poli­tica boli­viana per la coca o le misure di ridu­zione del danno come le «stanze del consumo».

Rifor­mare le con­ven­zioni non è un per­corso facile. Ma evi­tare il dibat­tito serve solo a per­pe­tuare una cor­nice legale incoe­rente e datata: il che porta a più ipo­cri­sia, che cela l’infrazione dei trat­tati, la quale a sua volta mina il rispetto delle con­ven­zioni inter­na­zio­nali. Gra­zie ad alcune clau­sole di riserva, la fles­si­bi­lità degli attuali trat­tati è stata utile per pro­muo­vere mag­giore rispetto dei diritti umani e per soste­nere la lega­lità della ridu­zione del danno e di certe misure di depe­na­liz­za­zione. Ma non è sufficiente.

La cor­nice nor­ma­tiva dell’Onu dovrebbe rap­pre­sen­tare un ter­reno morale alto e offrire ai paesi una guida per fare ciò che è giu­sto, invece di dare spa­zio a inter­pre­ta­zioni (opi­na­bili sul piano legale) per evi­tare di fare cose sba­gliate. Le clau­sole di riserva delle con­ven­zioni non cam­biano la natura dei trat­tati in qual­cosa la cui «inte­grità» valga la pena di difen­dere. L’attuale impianto dei trat­tati è ispi­rato alla tol­le­ranza zero: l’assemblea gene­rale Onu del 2016 rap­pre­senta un’opportunità unica per aprire un dibat­tito vero e cam­biare le convenzioni.

* Trans­Na­tio­nal Insti­tute, Amster­dam. Ver­sione originale

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