Droni israeliani contro gli ospedali

Bombardato un centro disabili. Da Israele l’ordine alla popolazione di diversi centri di Gaza di abbandonare le loro case. Oltre 130 il totale dei morti palestinesi in cinque giorni di offensiva aerea. In buona parte civili

Michele Giorgio, il manifesto redazione • 13/7/2014 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 1175 Viste

Sheikh Rad­wan, Beit Lahiya, Jaba­liya. Si allunga, giorno dopo giorno, l’elenco dei luo­ghi delle stragi. Ieri altri 30 pale­sti­nesi sono stati uccisi, 135 dall’inizio, cin­que giorni fa, dell’offensiva aerea israe­liana “Mar­gine Pro­tet­tivo”. Nep­pure il tempo di rac­con­tare degli al Haj deci­mati l’altro giorno a Khan Yunis o dei Ghan­nam uccisi a Rafah, che nuovi raid aerei israe­liani ci obbli­gano ad andare oltre, ad occu­parci nel nuovo mas­sa­cro. Nomi e vite diven­tano solo let­tere che scor­rono sullo schermo del com­pu­ter prima di essere spinte in basso da con­ti­nui aggior­na­menti che negano il tempo per scri­vere come si dovrebbe di uomini, donne e bam­bini uccisi quasi sem­pre senza un per­ché. Come Anas Qan­dil, 17 anni di Gaza, che aveva affi­dato a Face­book il suo ter­ri­bile desi­de­rio. «Dio, ti prego, abbi pietà di me, non ho dor­mito da ieri. Che la nostra casa sia bom­bar­data e così la faremo finita una volta per tutte». Fir­mato #Sleepy, il son­no­lento. Da ieri Anas dorme per sem­pre. Lo ha ucciso una bomba in via Nasser.

O gli otto morti e i circa 20 feriti dell’esplosione di un razzo spa­rato verso un capan­nello di per­sone nel quar­tiere Sheikh Rad­wan di Gaza. Un per­ché ci sarebbe, ci spie­gano, il drone inten­deva col­pire l’abitazione della sorella di Ismail Haniyeh, l’ex pre­mier di Hamas. Essere parenti può costare la vita. Lo ha capito troppo tardi un nipote di Haniyeh, anche lui tra le vit­time dell’attacco aereo. E sarebbe stato giu­sto rac­con­tare con spa­zio ade­guato anche la vicenda di Hola Washahi, 30 anni, e Suha Abu Saada, 47, uccise ieri alle prime luci del giorno a Beit Lahiya, da un mis­sile che ha cen­trato un isti­tuto di carità per donne disabili. Esi­stenze, pre­su­miamo, segnate da poche gioie e con­cluse da una morte assurda. «Per me erano come delle sorelle, vive­vano qui da tanti anni ed erano diven­tate parte della mia fami­glia. Noi siamo una strut­tura uma­ni­ta­ria, ci occu­piamo di disabili e di niente altro», rac­conta Jamila Alaywa, diret­trice dell’istituto. Per Israele, a quanto pare, tutti gli edi­fici di Gaza sono poten­ziali depo­siti di armi e razzi e rifu­gio per “ter­ro­ri­sti”. Dall’inizio della set­ti­mana 282 case di Gaza sono state rase al suolo, altre nove­mila sono state dan­neg­giate seve­ra­mente, di que­ste 260 non sono più abitabili.

E forse siamo solo all’inizio per­ché sta, o sta­rebbe, per scat­tare l’operazione di terra. Doz­zine di carri armati israe­liani sono stati tra­spor­tati su colonne di camion con­vo­gliate verso Gaza, dove sono già con­cen­trati migliaia di sol­dati. Qual­che pale­sti­nese ieri sera l’offensiva dava per immi­nente, altri addi­rit­tura per comin­ciata. Chi può fugge. Oggi dovreb­bero lasciare Gaza, attra­verso il valico di Erez con Israele, altri 800 pale­sti­nesi in pos­sesso di un pas­sa­porto stra­niero. I meno pri­vi­le­giati invece ten­tato di sca­val­care il muro di Rafah con l’Egitto, con esito spesso letali. Ma non il par­roco di Gaza, Jorge Her­nan­dez, inter­pel­lato ieri a Radio­va­ti­cana, che ha spie­gato che i cri­stiani vivono come qual­siasi altro pale­sti­nese di Gaza sotto le bombe, in peri­colo. «La solu­zione per vivere in pace — ha spie­gato il sacer­dote — sup­pone la giu­sti­zia. C’è man­canza di volontà poli­tica di dare a cia­scuna parte il suo. In que­sto stato di cose non si può pen­sare la pace».

Il dot­tor Basam al Aishi, diret­tore dell’ospedale “Wafa” di Shu­jayeh, cre­deva di averne già viste tante nei suoi 47 anni di cit­ta­dino di Gaza. Eppure due giorni fa ha preso atto dell’esistenza di nuovi stru­menti di morte, lui che le vite pensa a sal­varle e a curare gli amma­lati. Il suo ospe­dale da 70 posti letto, ha rice­vuto il “roof knoc­king” (“bus­sare al tetto”, c’è un video che lo mostra http://?www?.you?tube?.com/?w?a?t?c?h???v?=?w?a?S?P?s?I?9?-?g?e?8?#?t?=43). Sono pic­coli razzi con cari­che di esplo­sivo ridotte che i droni o i piloti alla guida di eli­cot­teri da com­bat­ti­mento, pos­sono sgan­ciare con­tro un edi­fi­cio per avvi­sare gli occu­panti e spin­gerli ad eva­cuarlo prima dell’attacco vero e pro­prio. Di fronte a que­ste raf­fi­nate pra­ti­che di morte, rac­conta al Aishi, l’intero staff rimase senza parole ma deciso a non muo­versi. «Tanto per comin­ciare molti di noi non sape­vano dell’esistenza di que­sto tipo di mis­sili e comun­que il “Wafa” è solo un ospe­dale con 70 posti letto per la ria­bi­li­ta­zione di pazienti feriti in inci­denti gravi o che hanno avuto l’infarto. Per­chè gli israe­liani dovreb­bero distrug­gerlo», si chiede al Aishi. Così l’altro giorno tra uno scam­bio di bat­tute con i col­le­ghi e una riu­nione dei 200 dipen­denti dell’ospedale, arriva l’attacco vero. «Alle cin­que del pome­rig­gio – ricorda il medico — un razzo ha col­pito il quarto piano dell’ospedale, in quel momento vuoto per­ché per pre­cau­zione ave­vamo tra­sfe­rito i pazienti nelle stanze più in basso. I danni sono stati note­voli ma per for­tuna non ci sono stati morti e feriti». Subito dopo atti­vi­sti locali e inter­na­zio­nali hanno for­mato uno scudo umano per pro­teg­gere l’ospedale. «Gli israe­liani vogliono spin­gerci ad andare via – spiega al Aishi – il nostro ospe­dale è ad est del capo­luogo, in quella zona di Gaza (a ridosso delle linee con Israele, ndr) che, si dice, gli israe­liani vor­reb­bero rioc­cu­pare per un lungo periodo. La pre­senza di un ospe­dale è sco­moda, per­chè pre­supp­pone un via­vai di per­sone che loro non desi­de­rano. Noi però – assi­cura il medico – non andremo via, reste­remo qui a lavo­rare e ria­bi­li­tare le per­sone che ne hanno bisogno».

La fine dell’offensiva israe­liana — oltre 2000 mis­sili e colpi spa­rati in cin­que giorni, uno ogni tre minuti, ha cal­co­lato l’Euro-Mediterranean Human Rights Net­work tra avia­zione, arti­glie­ria e marina — è ancora lon­tana. Non ces­sano i tiri dei razzi da Gaza. Anzi ieri l’ala mili­tare di Hamas ieri ha per­sino dato l’orario di ini­zio dell’attacco su Tel Aviv. «Pre­pa­rate le vostre bat­te­rie di difesa Iron Dome. Alle ore 21 locali (le 20 in Ita­lia) attac­che­remo Tel Aviv», hanno annun­ciato gli uomini delle Bri­gate Ezze­din al Qas­sam, pre­ci­sando che avreb­bero fatto uso di razzi J80. Nelle ore pre­ce­denti, Hamas e il Jihad hanno lan­ciato razzi verso le città israe­liane del Neghev e del sud del paese e in dire­zione di Geru­sa­lemme. In un caso un mis­sile si è abbat­tuto sulla casa del vil­lag­gio pale­sti­nese di Sair (Hebron), senza fare vittime.

Alle porte ci sono le incur­sioni di terra. Non deve illu­dere la dichia­ra­zione dei 15 mem­bri del Con­si­glio di Sicu­rezza dell’Onu che ieri ha chie­sto «il ripri­stino della calma e una ripresa del ces­sate il fuoco del novem­bre 2012». La realtà è che all’orizzonte non c’è una media­zione cre­di­bile in grado di por­tare alla tre­gua. L’Egitto potrebbe svol­gere un ruolo deci­sivo ma il pre­si­dente post-golpe Abdel Fat­tah al Sisi non ha alcuna inten­zione di rial­lac­ciare i rap­porti con Hamas che il Cairo nei mesi scorsi ha dichia­rato una orga­niz­za­zione ter­ro­ri­sta. Gli Usa lan­ciano di nuovi segnali di dispo­ni­bi­lità ma non si rie­sce a capire come Washing­ton possa mediare tra Israele e Hamas, visto che non ha con­tatti con il movi­mento isla­mico pale­sti­nese, incluso negli elen­chi ame­ri­cani delle orga­niz­za­zioni ter­ro­ri­sti­che. Cir­co­lano voci di ini­zia­tive regio­nali che potreb­bero for­ma­liz­zarsi durante la riu­nione di lunedì della Lega araba, ma non c’è nulla di concreto.

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