Guerra a Gaza, si muove l’Europa Ma i razzi e le bombe continuano

Guerra a Gaza, si muove l’Europa Ma i razzi e le bombe continuano

NEW YORK — Si stanno muovendo tutti, nella partita mediorientale: americani, europei, arabi, le Nazioni Unite. I bombardamenti israeliani sulla striscia palestinese e i razzi lanciati da Hamas contro le città ebraiche, proseguiti anche ieri sia pur con minore intensità, hanno innescato una gigantesca operazione diplomatica fatta di telefonate, incontri, visite lampo e pressioni, tanto frenetica quanto al momento priva di ogni conseguenza significativa sul campo.
Almeno a parole il segretario di Stato John Kerry continua a provarci. Ieri ha parlato al telefono con Benjamin Netanyahu, dicendo al premier israeliano di essere pronto a «dare una mano per arrivare a un cessate il fuoco». Ma la determinazione espressa dagli Usa, di «fare ogni cosa in nostro potere» per una tregua, fosse pure provvisoria e fragile come quella del 2012, si scontra con la doppia impotenza di Washington, che da un lato non vuole e non può esercitare forti pressioni su Israele e dall’altro non ha canali di comunicazione con Hamas.
Così la nuova crisi israelo-palestinese diventa un altro caso, voluto o subìto cambia poco, di «leading from behind», guidare rimanendo indietro, che è ormai la misura della diminuita influenza americana nella regione.
È l’Europa in questa fase a prendere la testa dell’offensiva. Su iniziativa del ministro degli Esteri inglese, William Hague, della crisi di Gaza si è discusso ieri a Vienna, a margine del vertice preliminare sul nucleare iraniano: con il capo del Foreign Office c’erano il segretario di Stato John Kerry e i capi delle diplomazie francese e tedesca, Laurent Fabius e Frank-Walter Steinmeier. «C’è bisogno di una rapida azione concertata internazionale per una tregua. La situazione richiede una trasformazione radicale della situazione a Gaza», ha detto Hague, indicando i temi da affrontare subito: il ripristino del controllo dell’Autorità palestinese sulla striscia, la libertà di movimento legittimo, la fine una volta per tutte della minaccia dei razzi e di altre forme di violenza in partenza da Gaza verso Israele. Anche Fabius ha ribadito che «la priorità assoluta è il cessate il fuoco».
A farsi carico di portare il messaggio direttamente alle parti in conflitto saranno Steinmeier e la nostra Federica Mogherini, al battesimo del fuoco della presidenza italiana della Ue. Il tedesco arriva a Gerusalemme stamane, mentre il capo della Farnesina è attesa martedì. La visita del ministro degli Esteri italiano era in programma da tempo, ma l’acuirsi delle violenze a Gaza e i tanti focolai nella regione, dalla Siria all’Iraq, l’hanno messa al centro del grande lavorio in corso. Mogherini avrà incontri con tutti i dirigenti israeliani e palestinesi, andrà poi in Giordania e infine al Cairo, sempre più snodo cruciale della crisi, visto che l’Egitto del generale Al Sisi appare al momento uno dei pochi interlocutori in grado di trattare con Hamas. Steinmeier e Mogherini coordineranno i loro sforzi in un colloquio domani pomeriggio.
Sull’Egitto, invitandolo a mediare, sta esercitando pressioni anche l’ex premier britannico Tony Blair, che sembra finalmente riscoprire la carica di inviato del «quartetto» (Usa, Russia, Onu e Ue) per il Medio Oriente e ha incontrato al Cairo il presidente Al Sisi. Ma a dispetto delle rassicurazioni egiziane, un portavoce di Hamas ha detto al New York Times che non ci sono state finora «iniziative serie» di Al Sisi «per una tregua».
Anche le Nazioni Unite sono in piena azione. Mentre l’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi, affronta una drammatica emergenza sul terreno, con decine di migliaia di sfollati da assistere, il segretario generale Ban Ki-Moon ha inviato a Ramallah, in Cisgiordania, il suo rappresentante speciale Robert Serry. È a lui che il presidente palestinese Abu Mazen ha rivolto ieri una formale richiesta scritta di «protezione internazionale» per il popolo palestinese da parte dell’Onu.
Paolo Valentino



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