Hamas, l’enorme debolezza al cuore dell’escalation

A poco a poco, i corpi di cen­ti­naia di morti nelle strade di Gaza, la noti­zia della morte di oltre venti sol­dati israe­liani, una nuova incur­sione pale­sti­nese attra­verso i tun­nel comin­ciano a inte­res­sare i media occi­den­tali e ad allar­mare diversi lea­der poli­tici, da Washing­ton a Lon­dra. Diventa più chiaro che solo un deciso inter­vento inter­na­zio­nale potrà fre­nare la mini-guerra a Gaza. Pochi giorni fa, gli egi­ziani hanno pro­po­sto una tre­gua; Israele si è affret­tata ad accet­tare. Da allora il pre­mier Ben­ja­min Neta­nyahu ripete che que­sto ha dato al paese un grande cre­dito inter­na­zio­nale e ha reso evi­dente chi è inte­res­sato alla pace.

Gli egi­ziani, che erano stati zitti per una set­ti­mana, si sono dimen­ti­cati di coor­di­nare l’appello con Hamas, in par­ti­co­lare con la sua ala mili­tare. Neta­nyahu, attac­cato dall’estrema destra per la sua appa­rente debo­lezza, strom­bazza che l’accettazione del ces­sate il fuoco è stata un grande suc­cesso diplo­ma­tico, tale da atte­nuare la rea­zione all’intervento di terra a Gaza. Improv­vi­sa­mente il punto non sono più stati i mis­sili che cade­vano sulla testa degli israe­liani ma i peri­co­lo­sis­simi tunnel…

L’opinione pub­blica israe­liana resta con­vinta che solo la forza e le truppe a Gaza garan­ti­ranno che non si tor­nerà più «al peri­colo di Hamas». «Loro (Hamas) attac­cano la nostra popo­la­zione civile e chie­dono ai loro con­na­zio­nali di fare da scudi umani con­tro i nostri giu­sti e neces­sari attac­chi». Sulla base di que­sta dot­trina «uma­ni­sta», l’immane distru­zione della Stri­scia di Gaza con­ti­nua, i morti pale­sti­nesi sono oltre 500 e i feriti supe­rano i 2mila. Con più di 20 morti fra i sol­dati israe­liani, le pro­po­ste si sus­se­guono: dai mini­stri Liber­man e Stei­nitz che chie­dono di rioc­cu­pare la Stri­scia a quelli un po’ più coscienti del disa­stro che l’azione com­por­te­rebbe. I ser­vizi di sicu­rezza e i mili­tari paiono più mode­rati dei mini­stri bellicosi.

L’enorme debo­lezza poli­tica ed eco­no­mica di Hamas è la chiave per capire come mai l’ala mili­tare dell’organizzazione abbia con­tri­buito all’esca­la­tion e for­zato la mano alla poli­tica israe­liana. E lì è anche la chiave per un pos­si­bile ces­sate il fuoco. Le pri­ma­vere arabe sem­bra­vano aver raf­for­zato Hamas che a quel punto aveva rifiu­tato i ten­ta­tivi di riu­ni­fi­ca­zione pale­sti­nese. Con l’arrivo al potere di Morsi e dei Fra­telli musul­mani in Egitto, l’organizzazione era diven­tata più forte e si sen­tiva appog­giata. Quando Morsi, un anno e mezzo fa, impose il ces­sate il fuoco durante l’ultima ope­ra­zione israe­liana, non fu solo Israele ad accet­tare, ma la stessa Hamas obbedì subito. Morsi, cosciente dei pro­blemi eco­no­mici e biso­gnoso di legit­ti­ma­zione inter­na­zio­nale, agì di con­certo con gli Usa. Il golpe (o la rivo­lu­zione) che fece cadere Morsi pro­vocò le pro­te­ste sta­tu­ni­tensi; tut­tora al Sisi, il nuovo pre­si­dente, deve tenerne conto. La fred­dezza dei rap­porti fra Usa ed Egitto è evi­dente; il segre­ta­rio di Stato John Kerry in due occa­sioni ha can­cel­lato una visita al Cairo, e gli egi­ziani hanno fatto sapere che gli sta­tu­ni­tensi devono scor­darsi l’epoca in cui «loro pigia­vano un tasto e qui obbedivano».

Tur­chia e Qatar non sono stati invi­tati alle ceri­mo­nie di inse­dia­mento di al Sisi; l’ostilità del regime egi­ziano nei loro con­fronti è grande. E soprat­tutto, molti di quelli che hanno appog­giato la sol­le­va­zione che ha por­tato al potere al Sisi, e lo stesso pre­si­dente, vedono in Hamas uno stru­mento degli ambienti isla­mi­sti — che sabato hanno assas­si­nato più di venti sol­dati egi­ziani. In Egitto, le mani­fe­sta­zioni con­tro Hamas sono impo­nenti e senza pre­ce­denti. Attual­mente è il Qatar l’alleato più forte di Hamas, il cui lea­der poli­tico, Kha­led Meshal, risiede a Doha. Le pos­si­bi­lità di un appog­gio eco­no­mico sono rile­vanti ma neces­si­tano dell’autorizzazione di altre forze, fra le quali Israele. C’è una grande urgenza, non solo per pagare i danni enormi di que­sti giorni: oltre 40mila dipen­denti del governo di Hamas a Gaza non rice­vono gli sti­pendi da quando è nato il governo di unità nazio­nale Hamas-Olp. I 60mila dipen­denti del governo di Abu Mazen, a casa, con­ti­nuano a rice­vere la paga, quando le ban­che funzionano.

E’ l’occasione per rima­neg­giare le forze; il pre­si­dente egi­ziano vi vede l’opportunità per ridare al pro­prio paese un ruolo cen­trale, impre­scin­di­bile in qual­siasi accordo per­metta di con­fi­nare gli Usa in un ruolo non cen­trale. Il segre­ta­rio gene­rale dell’Onu Ban Ki-moon e Kerry volano in Qatar; Abu Mazen incon­tra l’emiro e Kha­led Mashal, sem­pre in Qatar: l’obiettivo è tro­vare la for­mula che per­metta agli egi­ziani di con­ti­nuare a essere l’attore prin­ci­pale, con­di­zio­nando il Qatar senza la resa totale di Hamas. Le diverse for­mule dovranno assi­cu­rare un ces­sate il fuoco e con­te­nere delle pro­messe (dige­ri­bili dagli israe­liani) sulla rico­stru­zione di Gaza e l’apertura della grande pri­gione a cielo aperto. L’apertura del valico di Rafah fra la Stri­scia di Gaza e l’Egitto signi­fi­che­rebbe il ritorno degli euro­pei o della forza pre­si­den­ziale di Abu Mazen, pos­si­bi­lità che si era aperta con il governo di unità nazio­nale palestinese.

Per il pre­si­dente al Sisi e per Abu Mazen, il ces­sate il fuoco potrebbe essere l’occasione per ricon­qui­stare un ruolo cen­trale nella regione e nei suoi pro­cessi. Qatar, Ara­bia sau­dita e Usa cer­che­ranno di spin­gere il carro impan­ta­nato con­vinti che que­sto favo­rirà i loro inte­ressi che sono molto diversi. Il mini­stro della Difesa israe­liano segnala che ser­vi­ran­noan­cora due o tre giorni per la distru­zione dei peri­co­lo­sis­simi tun­nel, e su qua­lun­que acco­mo­da­mento o accordo si allun­gherà l’ombra di un grande assente: non s’intravvede alcun miglio­ra­mento degli oriz­zonti politici.



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