I razzi di Hamas sulle città israeliane Onu, Europa e Usa inseguono la tregua

Attacco sul Nord di Gaza. «Incursione dal mare»

Davide Frattini, Corriere della Sera redazione • 13/7/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 820 Viste

GERUSALEMME — Quarantasette minuti. Quando la guerra è anche psicologica l’attesa sotto la tensione diventa un’arma quanto la paura sotto le bombe. «Alle 21 bersaglieremo Tel Aviv con un nuovo tipo di missile, più potente», annuncia l’esercito irregolare di Hamas. Che attorno alla minaccia costruisce un reality show: il canale del movimento fondamentalista mostra un orologio con il conto alla rovescia. Con un po’ di ritardo sul programma le sirene risuonano nel cielo della città: sette razzi vengono intercettati dal sistema «Cupola di ferro», le esplosioni sono quelle dello scontro tra i proiettili. Non ci sono feriti o danni ai palazzi.
Dalla Striscia di Gaza gli estremisti proclamano vittoria. In realtà l’obiettivo del raid (in contemporanea una raffica di missili è stata sparata verso il centro del Paese e le aree a sud di Gerusalemme) è fallito: le Brigate Ezzedin Al Qassam volevano dimostrare di poter battere la tecnologia israeliana, non ci sono riusciti. Dall’inizio dello scontro, martedì, hanno sparato oltre 700 razzi contro le città dall’altra parte, non hanno causato la distruzione e il panico che minacciavano nella loro propaganda.
L’aviazione, l’artiglieria e la marina israeliana hanno risposto intensificando i bombardamenti sulla Striscia. I morti di questi cinque giorni sono almeno 160: 25 sarebbero stati uccisi nei bombardamenti seguiti all’attacco su Tel Aviv. Ieri notte in un raid contro la casa del capo della polizia di Gaza sono morti 15 palestinesi, quasi tutti suoi familiari. L’esercito ha avvertito gli abitanti che vivono nel nord dello stretto territorio di evacuare le case: «Stiamo preparando un raid massiccio». È lì, verso il valico con Israele, che i miliziani hanno nascosto le batterie per il lancio di missili, è lì che si concentra l’azione di Tsahal ed è da lì che un’eventuale invasione di terra — il governo di Benjamin Netanyahu non l’ha mai esclusa — dovrebbe partire. Nella notte, Hamas ha dichiarato che l’incursione delle forze speciali era stata lanciata dalla spiaggia.
Le sirene sono suonate ieri sera anche a Nahariya, città sulla costa, verso il confine con il Libano: sono caduti tre razzi, senza danni. Due giorni fa un altro katyusha aveva colpito il Nord del Paese, sparato sempre dal Libano da un gruppo estremista palestinese. Hezbollah, il movimento sciita filo-iraniano, ha negato di essere coinvolto.
I leader di Hamas e il premier Netanyahu continuano a respingere l’ipotesi di un cessate il fuoco. Oggi i ministri degli Esteri di Gran Bretagna, Francia, Germania e Stati Uniti discuteranno a Vienna una proposta di tregua. Tony Blair, inviato del Quartetto per il Medio Oriente, sta provando a mediare assieme agli egiziani. L’ex premier britannico ha incontrato al Cairo Abdel Fattah al Sisi, il generale diventato presidente, ed è tornato a Gerusalemme. Tra le condizioni che potrebbero essere fissate c’è il ritorno alla calma stabilita dopo gli otto giorni di guerra nel 2012 e l’apertura della frontiera di Rafah con l’Egitto, che verrebbe affidata al controllo delle forze palestinesi del presidente Abu Mazen. Nel pacchetto: la promessa del Qatar di aiutare economicamente Hamas.
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha votato ieri all’unanimità una risoluzione che chiede un ritorno al cessate il fuoco di due anni fa. Ma non fissa un termine di tempo entro cui lo scontro deve finire.

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