Investimenti per la crescita La promessa di Juncker

Investimenti per la crescita La promessa di Juncker

STRASBURGO — L’ex premier lussemburghese Jean-Claude Juncker ha ottenuto l’approvazione dell’Europarlamento e dal novembre prossimo potrà insediarsi alla presidenza della Commissione europea. La maggioranza composta dal suo partito popolare Ppe, i socialdemocratici S&D e gli euroliberali Alde, che contava su 479 seggi, ha tenuto. Juncker è passato nell’aula di Strasburgo con 422 si, 250 no e 57 astenuti/schede nulle (su 729 presenti). Se si aggiungono 10-15 dei 50 verdi, che avevano annunciato il «sì», ha perso una settantina di consensi nel voto segreto. I capi di Stato e di governo avevano dato il via libera con 26 favorevoli e solo Regno Unito e Ungheria contrari.
Decisiva si è rivelata, come per l’elezione del presidente tedesco dell’Europarlamento Martin Schulz (409 voti), l’estensione ai 67 liberali della «grande coalizione» tra Ppe e S&D. Altrimenti non sarebbe stato raggiunto il minimo di 376 «sì». Questo potrebbe complicare lo sviluppo della legislatura perché su alcuni dossier era già difficile conciliare le posizioni del Ppe di centrodestra (che include Forza Italia e Ncd) con quelle di S&D di centrosinistra (che include il Pd). Le rivendicazioni dell’Alde sono attese già nel Consiglio dei capi di governo di stasera a Bruxelles sulle euronomine.
Juncker ha dovuto promettere molte concessioni per ottenere i consensi necessari. Il capogruppo di S&D Gianni Pittella ha annunciato l’appoggio decisivo dei suoi 191 eurodeputati solo poco prima del voto. L’obiettivo era ottenere soprattutto nuove politiche orientate al rilancio della crescita e dell’occupazione, che indicassero una chiara svolta rispetto al passato del lussemburghese alla guida dell’Eurogruppo dei ministri finanziari. In quegli anni (dal 2005 al 2012) era stato promotore del rigore finanziario filo Germania e delle misure di austerità rivelatesi recessive in vari Paesi. La principale promessa è stata «un ambizioso pacchetto di interventi per l’occupazione, la crescita e gli investimenti», pescando nel bilancio dell’Ue e della banca comunitaria Bei, per «mobilitare fino a 300 miliardi di ulteriori investimenti pubblici e privati nell’economia reale nei prossimi tre anni». Dovrebbe iniziare «entro il febbraio 2015».
Nel programma esposto prima del voto, le aperture di Juncker al centrosinistra sono risultate numerose. Si va dalla «reindustralizzazione» al lavoro per i giovani fino al reddito minimo garantito. Molto più prudente e generico è apparso sulla flessibilità nei vincoli Ue sui bilanci. E’ rimasto in linea con il suo Ppe e con il rigore gradito alla cancelliera tedesca Angela Merkel, principale sponsor del lussemburghese fin dall’inizio. «Il patto di Stabilità non lo modificheremo», ha detto Juncker auspicando «riforme strutturali». Pittella ha replicato «noi la votiamo, ma avremmo voluto più chiarezza sulla flessibilità» e ha annunciato verifiche «intransigenti».
L’ex premier lussemburghese ha promesso più donne alla Commissione e ha cercato di compiacere tutte le aree dove poteva raccogliere voti. «Ci ha detto una cosa a noi e agli altri gruppi un’altra — lo ha provocato il leader dei conservatori britannici Syed Kamall, che hanno votato «no» —. Vorremmo che il vero Juncker ci dicesse cosa veramente pensa». L’opposizione più dura è arrivata dai leader euroscettici. «Non credo a una sola parola di quanto ha detto», ha affermato il britannico Nigel Farage del gruppo Efdd (cui aderisce il M5S). La francese Marine Le Pen (con cui è alleata la Lega Nord) ha ricordato che da premier del Lussemburgo «dirigeva un paradiso fiscale». Anche l’estrema sinistra (cui aderisce la Lista Tsipras) ha votato contro.



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