L’addio di Israele ai tre ragazzi uccisi Missili su Gaza, si studiano i raid

Intensificati gli sforzi per scovare i mandanti. Divisioni nel governo

Davide Frattini, Corriere della Sera redazione • 2/7/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 1211 Viste

NOF AYALON — «Impareremo a cantare senza di te, continueremo a sentire la tua voce dentro di noi». Piange la madre che in questi venti giorni ha pianto meno delle altre due, piange la madre che si è presa sulle spalle il ruolo di parlare senza cedere. Piange Rachel quando ringrazia i soldati «perché avevate promesso di riportarcelo a casa e ci siete riusciti».
Il corpo di Naftali è davanti a lei e alle centinaia di israeliani che hanno camminato verso questo villaggio sulle colline tra Gerusalemme e Tel Aviv, la maggior parte indossa le larghe kippà all’uncinetto, il simbolo dei sionisti religiosi. La Cisgiordania non è lontana, l’incrocio dove il figlio e altri due ragazzi sono saliti la sera del 12 giugno sull’auto sbagliata, quella dei loro assassini.
Le cerimonie e il dolore convergono verso la città di Modiin dove Naftali Frenkel viene seppellito vicino a Gilad Shaar, 16 anni entrambi, ed Eyal Yifrah, 19. Le salme sono state trasportate dalle case dei genitori, accompagnate da migliaia di persone. Adesso a parlare sono i politici, anche per loro è il momento della preghiera, gli annunci, le strategie militari arriveranno dopo: «Un baratro morale ci separa dai nostri nemici. Loro celebrano la morte, noi la vita. Loro inneggiano alla crudeltà, noi alla pietà. Questa è la base della nostra forza» proclama il premier Benjamin Netanyahu dietro a un vetro antiproiettile. «Il terrorismo è come un boomerang: vuole colpire noi, il colpo gli si ritorcerà contro» promette il presidente Shimon Peres.
Quanto il boomerang picchierà duro è quello che Netanyahu discute con i suoi ministri ritornato a Gerusalemme. Prima della riunione, delinea in diretta televisiva gli obiettivi che vuole fissare per l’esercito: dare la caccia e catturare i palestinesi coinvolti nel sequestro e negli omicidi («non molleremo fino a quando saremo arrivati all’ultimo di loro, non importa dove si nasconda. Sono passibili di morte»), continuare le operazioni contro Hamas in Cisgiordania (i due sospettati indicati dai servizi segreti sono legati al movimento fondamentalista), intensificarle a Gaza «se i lanci di razzi lo renderanno necessario».
L’ipotesi di un’operazione militare su larga scala sembra per ora rinviata, di certo non è passata la linea di Avigdor Lieberman, il ministro degli Esteri, che proponeva di invadere la Striscia. Moshe Yaalon, ministro della Difesa, ripete che è il momento di decidere con la testa non d’istinto. L’altra notte l’aviazione israeliana ha bombardato 34 bersagli a Gaza in risposta ai lanci di missili, che sono continuati ieri con l’intervallo per il digiuno di Ramadan: all’alba e al tramonto, poche ore dopo i funerali.
In Cisgiordania l’esercito ha reintrodotto una pratica che non utilizzava dal 2005, alla fine era considerata inefficace: demolire le case dei palestinesi coinvolti negli attacchi. Nella zona di Abu Qatila, vicino ad Hebron, gli artificieri hanno fatto saltare l’ingresso agli edifici delle famiglie di Marwan Qawasmeh e Amer Abu Aisha. Sarebbero loro ad aver rapito i tre ragazzi ed aver sparato pochi minuti dopo averli fatti salire in auto i colpi che si sentono nell’audio reso pubblico ieri: è la telefonata di Eyal Yifrah alla polizia per lanciare l’allarme. «Sono stato rapito», riesce a dire. Poi le urla: «Giù la testa», i botti.
Ai telegiornali gli analisti ammettono che Israele non ha in mano la prova definitiva che leghi l’operazione ai leader di Hamas. Il clan Qawasmeh è noto fin da dalla seconda intifada per attentati che hanno messo in difficoltà le strategie politiche del movimento. Netanyahu non ha dubbi: «Hamas è responsabile e Hamas pagherà». La linea dura del governo deve servire anche a calmare il desiderio di vendetta tra gli estremisti israeliani. Ieri bande di ragazzi arrivati dalle colonie in Cisgiordania dava la caccia ai palestinesi per le strade di Gerusalemme, la polizia ha arrestato una quarantina di persone tra quelli che urlavano «morte agli arabi».
Dalla Striscia di Gaza i fondamentalisti mostrano il lato belligerante («le minacce non ci spaventano», annuncia il portavoce Sami Abu Zuhri), ma avrebbero chiesto alla Turchia di premere su Israele perché rinunci all’offensiva. Hamas è indebolito dalle operazioni in Cisgiordania (400 arresti) e dalle rinnovate divisioni con Abu Mazen, il presidente palestinese. L’intesa per l’unità nazionale tra le fazioni palestinesi vacilla, Abu Mazen ha condannato il sequestro e le sue forze di sicurezza hanno cooperato con gli israeliani nelle ricerche.
Davide Frattini

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