L’oligarchia che specula sugli aumenti choc delle tariffe

Cgia. In 10 anni l’acqua è aumentata dell’85,2%, i rifiuti dell’81,8%, il gas del 53,5%, i trasporti urbani del 49,6%. Bortolussi: «Si è passati da un monopolio pubblico ad un regime oligarchico che ha tradito i principi legati ai processi di liberalizzazione». E alle porte c’è il nuovo round delle privatizzazioni annunciate dal governo Renzi

Roberto Ciccarelli, il manifesto redazione • 6/7/2014 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 885 Viste

Dieci anni di pri­va­tiz­za­zioni pagate dai cit­ta­dini alle aziende che ero­gano ser­vizi pub­blici essen­ziali: acqua, gas, poste, tra­sporti urbani e fer­ro­viari, pedaggi auto­stra­dali. Un’oligarchia di imprese pub­bli­che e pri­vate ha appro­fit­tato dei pro­cessi di libe­ra­liz­za­zione, avviati in Ita­lia sin dagli anni Novanta, e ha impo­sto i suoi inte­ressi sui beni essen­ziali per la vita della popo­la­zione in una società moderna.
Nell’ultimo decen­nio della dere­go­la­men­ta­zione e della pri­va­tiz­za­zione, le tariffe dei prin­ci­pali ser­vizi pub­blici hanno regi­strato aumenti record. La più cara è l’acqua i cui costi sono aumen­tati dell’85,2 per cento; seguono i rifiuti, +81,8 per cento; il gas con il 53,5 per cento (2,3 volte in più dell’inflazione), i pedaggi auto­stra­dali, +50,1 per cento; i tra­sporti urbani, +49,6%. I ser­vizi postali, gestiti dal mono­po­li­sta Poste ita­liane diven­tata una Spa nel 1998, sono cre­sciuti del 37,8 per cento, un incre­mento uguale a quello regi­strato dall’inflazione. In que­sto aumento dei prezzi, non com­pen­sato da una cre­scita dei red­diti che invece sono crol­lati, solo i ser­vizi tele­fo­nici hano subìto una con­tra­zione dei prezzi del 18,8 per cento, men­tre l’inflazione è aumen­tata del 38,5 per cento. Tra le 10 voci prese in esame dalla Cgia di Mestre, que­sta è l’unica ad avere regi­strato una dimi­nu­zione. Ad esclu­sione della tele­fo­nia, il ser­vi­zio taxi ha subito l’ incre­mento per­cen­tuale più contenuto.
Il segre­ta­rio Cgia Giu­seppe Bor­to­lussi sostiene che le tariffe ita­liane sull’acqua «restano le più basse in Europa», come quelle dei biglietti fer­ro­viari. Una valu­ta­zione che non sem­bra tenere conto del calo dei salari. Dal 1991 al 2013 i salari a prezzi costanti per ora lavo­rata in Ita­lia sono cre­sciuti del 3,69% men­tre negli Stati Uniti sono cre­sciuti del 36,34%, del 32,85% in Fran­cia, del 28,53% in Ger­ma­nia. Un crollo, pro­dotto da una più che ven­ten­nale poli­tica dei bassi salari e di esten­sione strut­tu­rale della pre­ca­rietà sul lavoro, che oggi porta a con­si­de­rare anche que­sti aumenti come un con­tri­buto sostan­zioso all’impoverimento generale.
«Pre­oc­cupa – aggiunge Bor­to­lussi — il boom regi­strato dall’asporto rifiuti. Nono­stante in que­sti ultimi sei anni di crisi eco­no­mica sia dimi­nuita la pro­du­zione di rifiuti e sia aumen­tata la rac­colta dif­fe­ren­ziata, le fami­glie e le imprese hanno subito dei rin­cari ingiu­sti­fi­cati». «Gli aumenti del gas –pro­se­gue Bor­to­lussi– hanno sicu­ra­mente risen­tito del costo della mate­ria prima e del tasso di cam­bio, men­tre l’energia elet­trica dell’andamento delle quo­ta­zioni petro­li­fere e dell’aumento degli oneri gene­rali di sistema, in par­ti­co­lare per la coper­tura degli schemi di incen­ti­va­zione delle fonti rin­no­va­bili. I tra­sporti urbani, invece, hanno segnato gli aumenti del costo del car­bu­rante e quello del lavoro. Non va dimen­ti­cato che molti rin­cari sono stati con­di­zio­nati anche, e qual­che volta soprat­tutto, dall’ aggra­vio fiscale».
La Cgia difende i prin­cipi «libe­rali» del libero mer­cato, ma regi­stra il fal­li­mento delle poli­ti­che di libe­ra­liz­za­zione e di pri­va­tiz­za­zione ini­ziate sin dall’inizio degli anni Novanta in Ita­lia. «In molti set­tori si è pas­sati da un mono­po­lio pub­blico ad un regime oli­gar­chico che ha tra­dito i prin­cipi legati ai pro­cessi di libe­ra­liz­za­zione» osserva Bor­to­lussi. Una tra­sfor­ma­zione mai real­mente com­presa dai governi ita­liani che hanno con­ti­nuato a reci­tare il man­tra del libero mer­cato e dello Stato minimo dal 1992 ad oggi e che pre­senta nuove inco­gnite oggi.
Anche il governo Renzi è sulla strada per for­ma­liz­zare un nuovo pac­chetto di pri­va­tiz­za­zioni e di libe­ra­liz­za­zioni dei ser­vizi da cui dice di volere otte­nere più di 12 miliardi di euro utili, a suo dire, per abbas­sare il debito pub­blico. Un pro­getto che non ha fun­zio­nato durante la prima ondata delle pri­va­tiz­za­zioni effet­tuate negli anni in cui il debito pub­blico ita­liano cre­sceva in maniera stratosferica.
Bor­to­lussi avverte il rischio di una nuova dege­ne­ra­zione oli­gar­chica all’alba delle pri­va­tiz­za­zioni annun­ciate dal mini­stro dell’Economia Padoan. «Invi­tiamo il Governo Renzi a moni­to­rare con molta atten­zione quei set­tori che pros­si­ma­mente saranno inte­res­sati da pro­cessi di dere­go­la­men­ta­zione. Non vor­remmo che tra qual­che anno molti prezzi e tariffe, che prima dei pro­cessi di liberalizzazione/privatizzazione erano con­trol­lati o comun­que tenuti arti­fi­cio­sa­mente sotto con­trollo, regi­stras­sero aumenti espo­nen­ziali con forti rica­dute nega­tive per le fami­glie e le imprese».

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