Pozzi contaminati e fame Gaza, carcere a cielo aperto

Gaza. Oltre un milione e settecentomila persone chiuse in una gigantesca gabbia senza speranza. Dove medicinali,elettricità e anche il cibo entrano solo con l’ok israeliano

Umberto De Giovannangeli, l'Unità redazione • 10/7/2014 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 2724 Viste

La guerra di Gaza vista dall’Ambasciatore d’Israele in Italia, Naor Gilon. In questo drammatico frangente, Israele, dice a l’Unità il diplomatico, chiede all’Europa e all’Italia, presidente di turno dell’Ue, di «premere fortemente su Hamas affinché accetti, le tre condizioni fondamentali per il negoziato: fine del terrorismo, riconoscimento di Israele e accettazione dei trattati di pace precedentemente firmati».
Bombardamenti a tappeto a Gaza, razzi palestinesi su Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa. È di nuovo guerra?
«In primis mi permetta di cambiare la sequenza della sua domanda. Hamas ha attaccato Israele con razzi e missili e solo in un secondo momento Israele ha risposto militarmente. Secondo punto: non è esatto dire che Israele bombarda Gaza a tappeto, ma colpisce precisamente i terroristi di Hamas e i depositi di armi di questa organizzazione criminale. Guardiamo a come si è svolta la crisi: Abu Mazen ha formato un governo di unità con Hamas che noi non abbiamo accettato. Hamas, legittimato da Abu Mazen, ha rapito tre innocenti civili israeliani, uccidendoli spietatamente solamente perché ebrei. Quindi, Hamas ha cominciato a bombardare le città israeliane, tra le quali Tel Aviv e Gerusalemme, con i missili e razzi. Nessun governo al mondo potrebbe accettare una situazione simile. Nessun Paese potrebbe accettare una condizione in cui la maggior parte dei cittadini vivono sotto la minaccia dei missili. Il primo ministro Netanyahu ha dato a Hamas il tempo per ristabilire la calma, rimarcando che “la pace porterà altra pace”. Hamas, tuttavia, ha scelto di continuare l’attacco contro gli inermi civili. Purtroppo, quest’attacco dimostra che, o Abu Mazen non ha alcun controllo su quanto accade nella Striscia di Gaza, o deliberatamente non intende fermare l’attacco in corso. Entrambe le ipotesi, ovviamente, sono assai negative».
In un articolo pubblicato nei giorni scorsi su Haaretz, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama ha affermato che la sicurezza non può che nascere da un negoziato di pace. Condivide questa affermazione?
«Noi tutti desideriamo la pace. Per questo, sosteniamo la soluzione dei due Popoli per due Stati, anelata da tutti noi, e riteniamo che questa potrà essere raggiunta solo per mezzo del negoziato. Siamo estraneamente dispiaciuti nel vedere che Abu Mazen ha preferito l’alleanza con Hamas alla continuazione del negoziato di pace. Hamas, voglio ricordarlo, è un’organizzazione terrorista riconosciuta come tale dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti. Nel suo statuto, Hamas non solo non riconosce l’esistenza di Israele, ma chiede l’uccisione di tutti gli israeliani e di tutti gli ebrei».
Per l’ennesima volta un governo israeliano afferma: «Per Hamas è la fine», una frase che abbiamo già ascoltato tante volte in passato; ma Hamas è sempre lì. «Israele ha sempre chiesto alla comunità internazionale che agisca con forza per costringere Hamas ad accettare le tre condizioni base del negoziato di pace: fine del terrorismo, riconoscimento di Israele e accettazione dei trattati di pace precedentemente firmati. Sino ad ora, come lei ha visto, Hamas ha scelto di sostenere l’ideologia radicale del fondamentalismo islamico di cui, tra l’altro, è parte anche l’Isil, organizzazione jihadista che ha invocato la conquista di Roma. Con questo tipo di organizzazione, non può esistere dialogo alcuno».
In questo contesto drammatico Israele come guarda all’Europa ed in particolare al semestre di presidenza italiana dell’Ue?
«La nostra richiesta all’Europa, all’Italia e a tutta la Comunità Internazionale è di premere fortemente su Hamas affinché accetti, come suddetto, le tre condizioni fondamentali per il negoziato. Senza di queste, nessun Governo di unità palestinese potrà essere legittimato. Proprio per questo, chiediamo inoltre che siano fatte altrettante pressioni su Abu Mazen, affinché egli scelga tra la continuazione del “patto con il diavolo” o il ritorno al negoziato di pace. Solamente attraverso il negoziato potremo ridare prospettive e speranze ai due popoli».
*Sul conflitto israelo-palestinese, l’Unità ha avviato un ciclo di interviste con i protagonisti delle due parti. Nei giorni scorsi abbiamo intervistato due tra i più autorevoli esponenti della leadership palestinese: Hanan Ashrawi e Saeb Erekat. Le interviste sono consultabili sul sito del giornale.

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