Ucciso ragazzo arabo, rivolta a Gerusalemme

Rapito e bruciato a 16 anni. Abu Mazen accusa i coloni. La polizia: non c’è solo la pista politica

Davide Frattini, Corriere della Sera redazione • 3/7/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 750 Viste

GERUSALEMME — Le granate assordanti rimbombano nella moschea. Le preghiere non si fermano come gli scontri tra arabi e poliziotti israeliani che fuori vanno avanti da ore. Da quando nel quartiere di Shuafat sono cominciate a girare le voci che il corpo trovato carbonizzato nella foresta attorno a Gerusalemme sia quello di Mohammed, che il giovane palestinese sia stato ucciso per vendetta. È quello che pensano i parenti: «È un crimine dei coloni, la rappresaglia per l’uccisione dei tre ragazzi israeliani», dice il cugino Said. È quello che ripete Abu Mazen, il presidente palestinese: «Sono stati loro, il premier Benjamin Netanyahu adesso deve dare la caccia ai responsabili». È quello che temono i politici israeliani che si affrettano a condannare ogni forma di ritorsione personale.
Gli amici avevano avvertito il padre di Mohammed all’alba: «È stato rapito, lo hanno costretto a salire su un’auto». Le telecamere sul negozio di famiglia hanno ripreso la scena, è uno degli elementi su cui lavora la polizia. Che per ora continua a mantenere aperte tutte le ipotesi: l’omicidio potrebbe avere motivazioni non politiche. «Mi hanno detto che pensano a una lite all’interno del clan, a questioni di onore — dice l’imam della moschea —. Non è possibile, l’ultima disputa tra cugini è stata due anni fa e sono stato io a mediare la riconciliazione».
Mohammed Abu Khudair aveva sedici anni. Ieri si è svegliato alle 3.30, ha consumato il piccolo pasto prima della preghiera, ha giocato al computer con il fratello, è uscito per andare in moschea. È stata l’ultima volta che la madre Suha lo ha visto. Un’auto sarebbe arrivata dalla direzione della colonia di Pisgat Zeev — dicono i testimoni — e avrebbe compiuto un’inversione per avvicinarsi al ragazzo. «Quando abbiamo capito che lo stavano portando via — ci siamo messi a urlare e abbiamo provato a inseguirli».
Benjamin Netanyahu, il premier israeliano, promette di trovare i colpevoli di quello che John Kerry, segretario di Stato americano, definisce un «crimine efferato»: «Quelli che intraprendono azioni di vendetta finiscono solo per destabilizzare una situazione già esplosiva». Al tramonto le sirene sono suonate nel sud di Israele: la fine della giornata di digiuno per il mese di Ramadan è coincisa con i lanci di razzi dalla Striscia di Gaza.
Il palo del cartello stradale usato come clava non basta a distruggere quel che resta della pensilina. Qui passa il treno leggero che attraversa Gerusalemme. Adesso sono solo fiamme e la nebbia dei gas lacrimogeni. I palestinesi sospettano che qualunque straniero o faccia sconosciuta possa essere un agente israeliano. Minacciano, fermano, perquisiscono. Gli scontri sono andati avanti fino alla notte, i feriti sono almeno settanta, l’asfalto coperto dalle pietre lanciate sembra bianco.
La casa di Mohammed sta in mezzo alla violenza. La madre nomina tutti i suoi figli, sette, uno dopo l’altro fino a quello che non tornerà. La polizia ha portato lei e il marito Hussein nella caserma in centro, ha prelevato la saliva per i test del Dna. Per riavere il corpo devono aspettare l’autopsia, i funerali sono previsti per oggi.
«I palestinesi non hanno bisogno di aspettare i risultati del medico legale — scrive Amos Harel sul quotidiano Haaretz —. A differenza degli investigatori non hanno dubbi su chi e perché abbia commesso l’omicidio». Martedì sera, dopo i funerali dei tre ragazzi israeliani uccisi in Cisgiordania, gruppi di estremisti ebrei hanno marciato per le strade di Gerusalemme gridando slogan razzisti e attaccando chi sembrava arabo.
Davide Frattini

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