Il virus mutante della sovranità

Disordine mondiale. Alcune considerazioni su come è cambiato, con la crisi, il diritto internazionale e i rapporti tra le classi a partire dal volume di Alessandro Colombo «Tempi decisivi» edito da Feltrinelli

Massimiliano Guareschi, il manifesto redazione • 3/7/2014 • Copertina, Internazionale, Libri & culture • 1173 Viste

Il titolo, Tempi deci­sivi, potrebbe fare pen­sare a un romanzo di Char­les Dic­kens. Il sot­to­ti­tolo Natura e reto­rica delle crisi inter­na­zio­nali, invece, chia­ri­sce subito che non ci tro­viamo in ambito let­te­ra­rio espli­ci­tando l’asse tema­tico su cui insi­ste l’ultimo libro, edito da Fel­tri­nelli (pp. 266, euro 24), di Ales­san­dro Colombo, autore in pas­sato di uno dei migliori libri dispo­ni­bili sulle «nuove guerre», La guerra ine­guale (il Mulino), a cui era seguito La disu­nità del mondo (Fel­tri­nelli), acuta ana­lisi sulle ten­denze alla fram­men­ta­zione e alla regio­na­liz­za­zione inne­sta­tesi sul dive­nire, appa­ren­te­mente irre­si­sti­bile, della glo­ba­liz­za­zione. La più recente tappa di tale iti­ne­ra­rio di ricerca sce­glie il ter­reno del con­fronto con la parola più infla­zio­nata del pre­sente: crisi. A entrare in gioco è un dato pres­so­ché costante dell’autorappresentazione della moder­nità che, per citare Rei­n­hart Kosel­leck (Crisi, ombre corte 2012), si affida a tale con­cetto sia per defi­nire il nor­male fun­zio­na­mento delle cose, con un pre­sente per­ce­pito come costan­te­mente in ritardo nei con­fronti dei pro­cessi che lo attra­ver­sano, sia per nomi­nare i momenti di rottura.

MONDI UNI­PO­LARI

Con un pro­ce­dere per molti versi più simile al movi­mento digres­sivo della socio­lo­gia di Georg Sim­mel che al gusto per la model­li­stica tipico delle Rela­zioni inter­na­zio­nali, il libro di Colombo azzarda una feno­me­no­lo­gia della crisi cer­cando di cogliere le costanti che si affer­mano nelle plu­rime agget­ti­va­zioni appo­ni­bili al ter­mine (eco­no­mica, cul­tu­rale, psi­co­lo­gica ecc.). Il fuoco ana­li­tico, però, si con­cen­tra soprat­tutto sulla dimen­sione poli­tica e, in par­ti­co­lare, sulle dina­mi­che inter­na­zio­nali a par­tire da un’interrogazione sulla crisi del pre­sente. O sulle crisi, in quanto, come sot­to­li­nea Colombo, l’attuale con­giun­tura si carat­te­riz­ze­rebbe per il con­ver­gere di più serie «cri­ti­che»: in primo luogo, la crisi eco­no­mica ma anche quella dell’ordine inter­na­zio­nale, a par­tire dal fal­li­mento del ten­ta­tivo degli Stati Uniti di con­so­li­dare il «momento uni­po­lare», per non dire della crisi di legit­ti­mità delle élite demo­cra­ti­che nazio­nali e delle orga­niz­za­zioni inter­na­zio­nali. Ciò pro­duce un con­te­sto deci­sa­mente pro­ble­ma­tico, non privo di pre­ce­denti sto­rici, ma che, come si nota, sem­bra distin­guersi per una strana par­ti­co­la­rità. A fronte della recessione/stagnazione eco­no­mica, della pola­riz­za­zione sociale, dell’incapacità delle isti­tu­zioni di gover­nare i pro­cessi si mani­fe­sta l’afasia della teo­ria e una sorta di estasi della poli­tica.
La crisi, da que­sto punto di vista, non suscita oppo­sti schie­ra­menti, che sul ter­reno del dibat­tito cul­tu­rale o dell’azione poli­tica, ambi­scano a pre­fi­gu­rare o ad agire pos­si­bili solu­zioni, magari radi­cal­mente anti­te­ti­che e con­flit­tuali. E così, men­tre si rin­no­vano gli atti di fede in ricette che hanno ripe­tu­ta­mente dimo­strato il loro fal­li­mento, ci si appella a gene­ri­che riforme o all’universalismo della buona volontà.

SOVRA­NITÀ DEL PRINCIPE

Diversi sono gli spunti di rifles­sione rin­trac­cia­bili nel libro di Colombo. Se ci si con­cen­tra sul ter­reno delle Rela­zioni inter­na­zio­nali, intese come disci­plina, si può notare come il rea­gente «crisi» inter­ro­ghi cri­ti­ca­mente gli assunti posti alla base della defi­ni­zione della poli­tica inter­na­zio­nale come ambito retto da una logica sui gene­ris, altra rispetto a quella della poli­tica interna. É su tale distin­zione e su una cor­re­la­tiva radi­cale sele­zione delle varia­bili giu­di­cate per­ti­nenti che si sono fon­date le ambi­zioni da parte dell’indirizzo a lungo ege­mo­nico nelle Rela­zioni inter­na­zio­nali, il rea­li­smo, di costruire una scienza non mera­mente descrit­tiva ma anche pre­cet­tiva e pre­dit­tiva da pro­porre come «sapere al ser­vi­zio del prin­cipe». Da que­sto punto di vista, la crisi, per il suo effetto con­ta­gio che si tra­smette da un ambito all’altro – con le dina­mi­che poli­ti­che interne che si tra­smet­tono nella dimen­sione inter­na­zio­nale e vice­versa – con­fonde i piani. L’accresciuta poro­sità della «pelle con­fi­na­ria» chia­mata a distin­guere due dif­fe­renti sfere rette da logi­che con­si­de­rate auto­suf­fi­cienti fa emer­gere il carat­tere con­ven­zio­nale della fin­zione della sovranità, incon­di­zio­nata all’interno delle pro­prie fron­tiere e uni­ta­ria­mente pro­iet­tata nell’arena inter­na­zio­nale per affer­marsi nelle rela­zioni pon­de­rali con altre unità egual­mente per­so­ni­fi­cate e con­si­de­rate por­ta­trici di inte­ressi uni­tari. Nelle parole di Colombo, «se la crisi può con­fon­dere del tutto la distin­zione fra ordine inter­na­zio­nale e ordini interni, è per­ché alcune cose sfug­gono sem­pre a que­sta distin­zione, in misura diversa secondo le epo­che e i luo­ghi». Di con­se­guenza, «la crisi non crea, ma attiva seg­menti di con­nes­sioni già esi­stenti; anzi rivela, di volta in volta, da dove nascono e per dove pas­sano que­sti seg­menti, quanto sono estesi, quali sog­getti coin­vol­gono e quanto a fondo sca­vano la geo­me­tria giu­ri­dica e spa­ziale della con­vi­venza inter­na­zio­nale moderna»
Sarebbe tut­ta­via ridut­tivo con­si­de­rare Tempi deci­sivi solo nei ter­mini di una presa di posi­zione interna a un dibat­tito disci­pli­nare, in cui si fanno valere le ragioni di un’impostazione infor­mata sto­ri­ca­mente, in sin­to­nia con autori quali Ray­mond Aron o Carl Sch­mitt, con­tro le ansie model­li­sti­che della teo­ria main­stream. In fondo, ci tro­viamo di fronte a un libro sulla crisi scritto in tempi di crisi, che si pone come inter­ro­ga­zione cri­tica sulla con­giun­tura in cui siamo. E pro­prio su que­sto punto vale la pena sof­fer­marsi per­ché a entrare in gioco sono le impasse o, se si pre­fe­ri­sce, la para­lisi costi­tuente che sem­bra costi­tuire la cifra domi­nante di que­sti anni. La crisi, non solo svela la natura con­tin­gente e social­mente deter­mi­nata di ciò che il corso delle cose ci fa per­ce­pire come natu­rale ma, esi­bendo l’inadeguatezza delle rou­tine e dei fun­zio­na­menti isti­tu­zio­nali, richiama l’esigenza di una deci­sione in grado di reci­dere i nodi che la prassi ordi­na­ria non è in grado di scio­gliere. Da qui, aggiunge Colombo, la cor­re­la­zione fra la fase cri­tica e lo stato di ecce­zione. Si tratta di una carat­te­riz­za­zione assai dif­fusa negli ultimi decenni, con l’ipotesi di una sospen­sione tem­po­ra­nea dell’ordinamento che si è affer­mata come chiave di let­tura per le fasi di crisi met­tendo da parte un les­sico che, in ter­mini posi­tivi o nega­tivi, riman­dava a una dina­mica costi­tuente: rivo­lu­zione, con­tro­ri­vo­lu­zione, colpo di stato.

ECLISSI DELLE ALTERNATIVE

In realtà, la rela­zione fra situa­zione emer­gen­ziale e deci­sione sovrana appare deci­sa­mente più pro­ble­ma­tica di quanto, sulla base di alcune sten­to­ree for­mule di Carl Sch­mitt, si è soliti pen­sare. Se con lo stato di ecce­zione a imporsi è la ratio neces­si­ta­tis, viene imme­dia­ta­mente a cadere l’idea di una libera deci­sione, di una scelta fra più alter­na­tive. Di fronte all’emergenza, infatti, si pro­dur­rebbe una situa­zione di scon­certo, di para­lisi, di blocco della dimen­sione deli­be­ra­tiva a favore di un idem sen­tire riguar­dante la per­ce­zione di una minac­cia. A tal pro­po­sito, più che di deci­sio­ni­smo si potrebbe par­lare di sublime, nel senso attri­buito al ter­mine da Burke o, con accenti diversi da Kant, come scon­certo di fronte a ciò che appare minac­cioso e smi­su­rato. Infatti, se è dato cogliere un tratto di spe­ci­fi­cità con­di­visa fra i casi rubri­cati in que­sti anni sotto l’etichetta «stato di ecce­zione», esso riguarda il loro porsi come rea­zioni obbli­gate a uno stato di neces­sità, sotto la minac­cia ora del ter­ro­ri­smo ora della spe­cu­la­zione finan­zia­ria. E qui risulta utile la let­tura in chiave este­tica dei feno­meni emer­gen­ziali. A imporsi, in quei fran­genti, è non tanto una fan­to­ma­tica sospen­sione dell’ordinamento che apre la strada a una libera deci­sione sovrana quanto un supe­ra­mento della con­sueta dia­let­tica poli­tica, del gioco degli schie­ra­menti e delle opzioni, a favore dell’unanime per­ce­zione, ela­bo­rata essen­zial­mente a livello emo­tivo ed emo­zio­nale, del fatto che di fronte alla minac­cia non esi­stono alter­na­tive se non l’adozione di misure che si impon­gono come necessità.

PRO­CESSI COSTITUENTI

La let­tura ecce­zio­na­li­sta del pre­sente, però, pre­senta anche altri pro­blemi. In primo luogo, essa fini­sce per dare per scon­tata la per­si­stenza di un deter­mi­nato ordine, costi­tu­zio­nale, giu­ri­dico o eco­no­mico, ascri­ven­done le for­za­ture e le vio­la­zioni a una sua sospen­sione solo tem­po­ra­nea. Colombo, come si è visto, evi­den­zia il trade off fra momenti in cui la distin­zione fra ordine inter­na­zio­nale e ordini interni costi­tui­sce una cor­nice plau­si­bile dei pro­cessi in atto e altri in cui tale arti­co­la­zione è smen­tita dal poten­zia­mento dei «seg­menti di con­nes­sione» che ope­rano tra­sver­sal­mente rispetto ai suoi ter­mini. Gli sce­nari del pre­sente, da que­sto punto di vista, pos­sono essere letti come una fase all’interno di quel gioco oscil­la­to­rio.
Ma si può anche rite­nere che il prin­ci­pio ordi­na­tore incen­trato sulla fin­zione della sovra­nità risulti defi­ni­ti­va­mente spiaz­zato dall’emergere di spa­zia­lità mul­ti­sca­lari cor­re­late a una pro­li­fe­ra­zione ete­ro­ge­nea di dispo­si­tivi con­fi­nari, dalla per­dita di presa delle oppo­si­zioni fon­danti delle della moder­nità poli­tica (interno/esterno, militare/civile, pace/guerra, privato/pubblico), dalla sem­pre mag­giore auto­no­mia fun­zio­nale e cogni­tiva mani­fe­stata da regimi set­to­riali ope­ranti a scala glo­bale. Se si pro­pende per tale ipo­tesi, ci tro­ve­remmo di fronte non a una sospen­sione prov­vi­so­ria di un ordine – costi­tu­zio­nale, sociale ed eco­no­mico – desti­nato a tor­nare, una volta pas­sata la bufera, ma a un pos­sente pro­cesso costi­tuente a scala glo­bale cui, con ogni evi­denza, le poli­ti­che adot­tate nel sublime della crisi stanno impri­mendo una note­vole accelerazione.

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