Alitalia. Tre miliardi bruciati per il no ad Air France salvezza possibile nel 2008

Alitalia. Il piano per i 2.171 esuberi: a chi aderisce buonuscita da 10.000 euro. A metà settembre scatta la mobilità volontaria

PAOLO GRISERI, la Repubblica redazione • 10/8/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 880 Viste

UN GIRO di valzer da 3 miliardi e più. Tanto è costato al contribuente italiano il gioco elettorale su Alitalia, quello che nella primavera del 2008 bloccò la cessione della maggioranza della compagnia di bandiera ad Air France in nome di una italianità che divenne il cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi nella campagna vittoriosa per le elezioni politiche. Sei anni dopo il progetto della compagnia di Parigi, cacciato dalla porta con ignominia come si trattasse di un’invasione straniera, rientra dalla finestra con il timbro degli emiri di Abu Dhabi. Ma la sostanza del piano è praticamente identica. Nel mezzo c’è stata la parentesi dei capitani coraggiosi, guidati da Roberto Colaninno, che ottennero un’Alitalia priva dei debiti, quella che all’epoca si definì la “gold company”, perché i 3 miliardi di buco erano finiti nella “bad company” e scaricati sui conti dello Stato.
Nel marzo del 2008 il progetto presentato dal numero uno di Air France, Jean-Ciryl Spinetta, prevedeva 1.500 esuberi tra i dipendenti di Alitalia, 100 tra i dipendenti esteri e 500 negli organici di Az Servizi. In tutto 2.100 tagli al personale. Una scelta certamente drammatica che suscitò le proteste dei sindacati: «Un livello di esuberi inaccettabile», aveva dichiarato il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, esprimendo la
posizione anche di Cisl e Uil. Nel piano presentato da Etihad e firmato venerdì con l’assenso di tutti i sindacati, gli esuberi previsti sono 2.171. Un ordine di grandezza superiore ma molto vicino a quello di sei anni fa, a dimostrazione che le ricette per il risanamento non possono essere molto diverse tra loro (nel frattempo la gestione Colaninno ha messo in cassa integrazione 6 mila dipendenti).
Il progetto della compagnia parigina prevedeva di trasformare Roma nell’hub principale con 13 rotte intercontinentali da incrementare, una all’anno, a partire dal 2010. Uno schema che metteva in secondo piano Malpensa, scalo abbandonato dagli stessi milanesi perché mal collegato. Ma il declassamento dell’aeroporto in provincia di Varese aveva scatenato le ire del varesotto Umberto Bossi e di tutti i leghisti dando fiato alla battaglia elettorale di Berlusconi per l’italianità (singolare contraddizione). Oggi la proposta di Etihad è quella di aumentare di 7 le rotte intercontinentali da Roma mentre Malpensa diventerà un hub cargo. Per i passeggeri milanesi verrà rafforzato Linate.
Infine le risorse finanziarie. Air France nel 2008 si sarebbe accollata il pagamento di 1,4 miliardi di euro di deficit della vecchia Alitalia, praticamente la metà del buco che andò a costituire la dotazione della “bad company” nata per sgravare dai debiti i capitani coraggiosi di Colaninno sponsorizzati da Berlusconi e dal suo ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. Oltre a pagare metà del buco, Air France avrebbe investito un altro miliardo per una spesa totale di 2,4 miliardi, quasi 700 milioni in più dell’impegno di spesa sottoscritto venerdì da Etihad (1,758 mld).
Tirando le somme, la proposta Air France era simile, e in alcuni punti migliore, di quella sottoscritta con Etihad. Nel frattempo sono passati sei anni e il mito dell’italianità si è rivelato un’illusione. Nell’ottobre del 2008, intervistato da Aldo Cazzullo, l’allora commissario straordinario di Alitalia, Augusto Fantozzi, aveva detto orgoglioso: «A giudicare dalle reazioni di chi mi ferma per strada, l’italianità conta. Penso che faccia piacere, arrivando in un aeroporto straniero, vedere gli aerei con il logo tricolore». Un logo costato oltre 3 miliardi e sei anni di tempo perso.

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