Assetati, a piedi nel nulla. Con gli yazidi braccati dall’Isis

Dire che hanno bisogno di tutto può sembrare una frase banale e forse anche esagerata per descrivere gruppi di profughi in fuga. Ma è senz’altro pertinente nel caso degli yazidi

Lorenzo Cremonesi, Corriere della Sera redazione • 12/8/2014 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 1122 Viste

FAYSH KHABUR — Dire che hanno bisogno di tutto può sembrare una frase banale e forse anche esagerata per descrivere gruppi di profughi in fuga. In genere, anche i più disperati sparsi negli angoli oscuri della Terra posseggono qualche soldo, un gioiello, una collana di valore nascosti nelle scarpe, nella culla del figlio; oppure possono ricorrere a un parente, a un amico residente da qualche parte che a un certo punto potrà dare una mano. Ma è senz’altro pertinente nel caso degli yazidi. «I cristiani iracheni almeno hanno la solidarietà delle Chiese e la comunità internazionale che li aiuta. Noi siamo soli, non abbiamo nessuno», dicono stremati. Un fiume di naufraghi perseguitati dalle brigate del cosiddetto «Califfato», con tante storie individuali di orrore e paura.
Arrivano al ponte sul Tigri che segna il confine tra le regioni curde siriane e quelle irachene presso il villaggio di Faysh Khabur letteralmente senza niente. Non hanno nulla, né soldi, né vestiti di ricambio, né cibo, né medicinali. In molti casi persino le ciabatte e le magliette che indossano sono state donate dai guerriglieri del Ypk, i curdi siriani, che dal momento della loro discesa dalla montagna di Sinjar verso la Siria li hanno scortati per 250 chilometri sino al punto di rientro in Iraq. Da qui un servizio di minibus gratuito (non saprebbero come pagare) li porta ai campi di tende in allestimento dell’Onu e nei centri raccolta urbani sparsi tra le cittadine di Dahuk e Zakho. Hanno abbandonato i vecchi e gli infermi che non potevano camminare per una settimana a oltre 1.200 metri di quota senza alcun rifugio. Resti di umanità braccata, ossessionati dal fantasma dello sterminio. «E’ una replica contemporanea del genocidio in Bosnia, della pulizia etnica anni Novanta, riadattata in chiave mediorientale», denunciano all’ufficio Unicef di Dohuk. Le parole dei profughi sembrano confermare.
«La notte tra il tre e quattro agosto ho ricevuto due telefonate dai miei parenti residenti nella cittadina di Sinjar, una trentina di chilometri da Tel Azir, il mio villaggio. Mi hanno detto che dovevamo scappare subito. I pazzi criminali del Califfato stavano sequestrando le nostre donne e fucilando gli uomini in massa. Dovevamo salire sulla montagna dove loro non arrivano con i gipponi. In meno di due ore eravamo in marcia. Davanti a noi le brigate dei peshmerga (i militari dell’enclave curda irachena, ndr) erano già in rotta. Da lontano abbiamo sentito nel buio che gli islamici usavano i megafoni sui minareti delle moschee per imporre il loro ultimatum: se non ci fossimo convertiti, ci avrebbero ucciso», ricorda Kheri Dakhil, studente 24enne che è riuscito a condurre oltre venti famigliari verso la salvezza. Sua sorella minore, elenca i nomi delle amiche che non ce l’hanno fatta: «Sono state catturate subito. Gli islamici cercano le ragazze più giovani. Le separano dal marito e dai figli, se sono sposate. Così hanno preso Ghalia Barakat di 33 anni; Hadu Dakhilluwarde di 28 anni; Khalifa Sharaf di 32 e mia cugina 32enne Zere».
Mirza Kholo, 28 anni, è un pastore del villaggio di Khanassor. Appare consumato dalla fatica, con rughe profonde a segnare la fronte, le labbra rotte dalla disidratazione, i pantaloni della tuta infangati, la maglia bucata. «Non abbiamo bisogno di aiuto, non c’è più nulla da perdere», mormora rassegnato. Ha perso 250 tra pecore e capre, oltre la casa e i campi coltivati a grano. «Sulle montagne di Sinjar c’erano alcuni pozzi per l’acqua. Ma non bastavano alle migliaia di sfollati che si erano accampati tutto attorno. Era importante avere le proprie riserve e tenerle in disparte», dice. Sino all’ultimo si era tenuto l’asinello per il trasporto di tre giare d’acqua che hanno tenuto in vita lui e trenta famigliari. Ma poi ha dovuto abbandonare anche quello. A sua volta racconta degli omicidi di massa. Gli islamici riprendono le esecuzioni con i telefonini e le diffondono subito in Rete per moltiplicare l’effetto terrore. Vicino lui la nipote dodicenne menziona la zia e le cugine prese dagli islamici: Gole Halaravo, 70 anni; Hamsha 32 anni; Linda 28. Hussein Hissa, 28enne impiegato in una compagnia edile turca residente nel villaggio Gherezar, indica una decina di bambini feriti, alcuni gravemente con i volti gonfi e gli arti rotti, che si lamentano mostrando i bendaggi di fortuna. «Le loro famiglie scappavano su trattori e minibus, quando i guerriglieri hanno sparato con armi pesanti. I mezzi si sono rovesciati, ci sono stati almeno quattro morti. E per sei giorni i bambini si sono accodati alla nostra fuga senza alcuna assistenza medica. Solo pochi minuti fa sono stati bendati», dice. Un anziano ricorda di avere visto la fucilazione a sangue freddo di otto uomini davanti alle loro abitazioni, quindi il «rapimento di 14 ragazze di età compresa tra i 13 e 24 anni». All’ombra di folti cespugli verdi stanno accoccolate tre ragazze, due sono sorelle, Sahar Hassan di 15 anni e Wanza di 17, assieme all’amica Ghula Aio di 18. Hanno visto il rapimento di due sorelle loro amiche nella casa vicina nel villaggio di Sipaieshekh: la ventenne Halima Haji e la 17enne Adiba di 20. «Abbiamo sentito che gli uomini armati urlavano al padre che doveva convertirsi. Ma lui non voleva. Abbiamo visto che allora prendevano le nostre amiche. Le obbligavano a stare in un gruppo di altre donne prigioniere. Noi siamo scappate con i nostri famigliari. Si sono sentiti spari in lontananza. Poi siamo rimaste sette giorni a camminare per le montagne. Ci dicevano che gli americani gettavano dal cielo acqua e cibo. Ma c’erano troppi profughi. Quando arrivavamo noi tutto era stato già preso».
Lorenzo Cremonesi

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