Bengasi in mano ai fondamentalisti Proclamato l’«emirato islamico»

Bengasi in mano ai fondamentalisti Proclamato l’«emirato islamico»

Bengasi come Mosul? La prospettiva di un «califfato» di guerriglieri professionisti e fanatici dell’estremismo islamico alle porte dell’Italia si fa sempre più concreta. Ed è una prospettiva che sta ormai chiaramente scolpita nel precipitare della Libia nel caos della guerra civile seguito alla defenestrazione della dittatura di Muammar Gheddafi tre anni fa. Allora l’intervento della Nato garantì il successo delle milizie irregolari contro le truppe del Colonnello. Ma negli ultimi tre anni quelle stesse milizie si sono fatte la guerra a vicenda per la conquista dell’egemonia sul Paese, a scapito di qualsiasi tentativo di far nascere un governo sovrano centrale. E oggi i gruppi legati all’ideologia radicale qaedista, in certi casi condizionati fortemente da elementi giunti dall’estero, paiono avere la meglio.
Nelle ultime ore la situazione, già pregiudicata, si è fatta ancora più grave. A Bengasi, dopo oltre due mesi di violenti combattimenti (circa 150 morti solo nelle ultime due settimane), la coalizione delle milizie islamiche ha battuto le forze più moderate comandate dall’ex generale dell’esercito Khalifa Haftar. Il collaboratore libico del Corriere , residente a Bengasi, già da sei giorni segnala che il centro città è in mano agli islamici. «Mancano acqua, elettricità, non c’è sicurezza, i negozi sono aperti a singhiozzo, non si trova benzina, impossibile viaggiare. Gli uomini di Haftar non ce la fanno. Gli islamici sono molto meglio armati e continuano ad attaccare, dice. Lo stesso Haftar, che tra aprile e maggio pareva avere la meglio, è fuggito verso l’Egitto. Alcune fonti lo segnalano al Cairo.
«La nostra è solo una ritirata tattica e non totale. Ci riorganizziamo per contrattaccare» ha dichiarato Haftar alla rete televisiva Al Arabiya . Le sue parole sono però contraddette dalle grida di vittoria di Ansar Al Shariah, il gruppo radicale più noto, tra l’altro accusato da Washington di avere assassinato due anni fa l’ambasciatore americano in Libia, Christopher Stevens, assieme a quattro connazionali. Un suo portavoce a Bengasi ha annunciato ieri la creazione di un «emirato islamico». Non è ancora chiaro se si tratti di un goffo tentativo di emulare il «califfato» sbandierato dai gruppi estremisti siriani e iracheni a Mosul un mese fa, oppure costituisca l’attuazione di un progetto ben pianificato. Ma è comunque certo che da oltre un anno i radicali delle «montagne verdi» nella Cirenaica, specie nelle cittadine di Derna e Al Baydah, hanno creato minirepubbliche islamiche indipendenti dalla sovranità di Tripoli. Le loro avanguardie armate cercano ora di arrivare alla capitale.
Qui l’unica buona notizia delle ultime ore è stata l’estinzione del gigantesco incendio causato dai combattimenti presso i vasti depositi di petrolio alla periferia. Per il resto, resta violento lo scontro armato tra milizie islamiche guidate da quella di Misurata e gruppi più «laici» alleati alla milizia di Zintan. Gli scambi a fuoco più serrati avvengono nei pressi dell’aeroporto internazionale («ormai distrutto», ha detto il ministro Mogherini). Tutto ciò non può che contribuire all’esodo degli stranieri con mezzi messi a disposizione dai Paesi d’origine. Ieri hanno chiuso nuove ambasciate, tra cui quella spagnola e greca. Resta aperta la rappresentanza italiana. In questa fase Roma enfatizza il rapporto speciale tra Italia e Libia. «Restare in Libia significa tentare di avere un ruolo su alcune delle questioni geopolitiche più importanti dei prossimi anni» dichiara Matteo Renzi. Anche l’Eni non abbandona le proprie attività nella regione occidentale, concentrata negli impianti di Melitah e il gasdotto Greenstream. È praticamente l’unica compagnia petrolifera straniera ancora in funzione. Sebbene abbia evacuato gran parte del personale italiano, annuncia di produrre al momento «tra i 230 e 250 milioni di barili di greggio al giorno» contro il milione e 600 mila in tempi normali. Meglio comunque dei 100.000 di poche settimane fa.
Lorenzo Cremonesi



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