Berlino, grattacieli e case di lusso. Le ruspe minacciano Cuvry

Cuvry, la «favela» di Kreuzberg fa gola agli speculatori. Tutta la zona nelle mire della potente cartello immobiliare Mediaspree

Federico Di Pasqua, il manifesto redazione • 31/8/2014 • Copertina, Internazionale • 1174 Viste

Piove su cumuli di rifiuti e lamiere delle barac­che, ma Ste­phan non sem­bra farci caso «dovre­ste vedere in inverno!» com­menta, men­tre fuma un moz­zi­cone di siga­retta seduto sulla car­cassa di una lava­trice.
Non lo si direbbe, ma siamo nella «ricca» Ger­ma­nia, che ogni giorno si sco­pre meno ricca. A Ber­lino. E Ste­phan, nato nella capi­tale tede­sca, vive da quasi due anni, insieme ad altre due­cento per­sone, tra la Cuvry­strasse e la Schle­si­sche­strasse nella cosid­detta Cuvry­bra­che, una barac­co­poli grande quanto un campo di cal­cio som­mersa da rifiuti e abi­ta­zioni di for­tuna, infe­stata dai ratti, senza elet­tri­cità né acqua corrente.

L’esistenza stessa della Cuvry, una vera e pro­pria favela a pochi chi­lo­me­tri dal cen­tro, rap­pre­senta una strana ano­ma­lia per la capi­tale dell’«economia trai­nante» della Ue, «qual­cosa a cui l’Europa si deve ancora abi­tuare» come ha scritto Nik Afa­na­sjewxy sul Tages­spie­gel. Qui con­vi­vono arti­sti e sen­za­tetto in un insieme biz­zarro di ini­zia­tive arti­sti­che e soli­dali, epi­sodi di cri­mi­na­lità e disa­gio sociale.

Sasha il leg­gen­da­rio fon­da­tore, inse­dia­tosi nella zona nei primi anni Due­mila, vive tutt’ora su una zat­tera gal­leg­giante sulla Sprea, fa parte dello zoc­colo duro dei primi occu­panti: immi­grati del vicino est, disoc­cu­pati tede­schi e fami­glie rom.

Nell’area su cui sorge la Cuvry, a ridosso del muro, a par­tire dagli anni 90 si sono suc­ce­duti diversi pro­getti spe­cu­la­tivi in seguito abban­do­nati, sotto la spinta incal­zante della Media­spree. La potente società immo­bi­liare avrebbe un colos­sale piano di inve­sti­menti inter­na­zio­nali e vor­rebbe fare di tutta l’area a ridosso della Sprea una gigan­te­sca val­ley di grat­ta­cieli azien­dali, hotel e cen­tri com­mer­ciali. Ma il pro­getto incon­tra l’assoluta oppo­si­zioni dei resi­denti anche dei limi­trofi quar­tieri di Trep­tow e Frie­dri­ch­shain che temono l’aumento indi­scri­mi­nato degli affitti nella zona.
Già nel 2012 que­sto con­teso angolo di Kreuz­berg doveva rien­trare in un piano finan­ziato dal museo Gug­ge­n­heim di New York e dalla Bmw che pro­spet­tava la costru­zione di un’area labo­ra­to­rio per pro­getti arti­stici urbani. Ma a seguito delle pro­te­ste paci­fi­che dei resi­denti, il pro­getto è stato spo­stato altrove. È da allora, con i sit-in dei mani­fe­stanti, che si sono creati i primi inse­dia­menti dell’attuale barac­co­poli al grido di Free Cuvry.

La sto­ria della Cuvry attira cen­ti­naia di turi­sti che ogni giorno si affac­ciano tra i cumuli di rifiuti per una foto ricordo del pre­zioso affac­cio sul fiume Sprea o dei gigan­te­schi graf­fiti di Blu, uno tra gli esempi più cele­bri della street art ber­li­nese. L’opera dell’artista ita­liano, alta più di dieci metri, si estende lungo tutta la parete del palazzo con­fi­nante alla barac­co­poli e raf­fi­gura il busto di un uomo ele­gante, ai cui polsi splen­dono oro­logi d’oro legati insieme da una pesante catena.

Ste­phan sem­bra incar­nare lo spi­rito liber­ta­rio del suo micro­co­smo di lamiere. Osserva i turi­sti e sor­ride, ci tiene a farsi foto­gra­fare die­tro le sbarre di una gri­glia da cam­peg­gio che porta con sé. «Sapete cos’è que­sta?», chiede, «que­sta è una pri­gione, tutto intorno a Cuvry, i soldi, le auto­mo­bili, sono una libera pri­gione». I turi­sti orien­tali foto­gra­fano men­tre i bam­bini rom cam­mi­nano scalzi tra le lamiere e i ratti non sem­brano distur­bare nessuno.

Ma i tempi in cui la viva­cità delle azioni cul­tu­rali costi­tuiva il sim­bolo della Free Cuvry e la ren­deva un polo d’attrazione per la scena under­ground cit­ta­dina sono ormai lon­tani. L’area infatti, che ospita tut­tora una biblio­teca auto­ge­stita, un bar e una «spiag­gia», dove su divani di for­tuna si rac­col­gono gli occu­panti intorno al fuoco, non rie­sce più a con­te­nere le ondate di dispe­rati che si affol­lano sui pochi metri ancora dispo­ni­bili, esa­spe­rando le con­di­zioni igie­ni­che già pre­ca­rie dell’insediamento che tutt’ora è a grave rischio di incendio.

La spe­cu­la­zione edi­li­zia e i nume­rosi sgom­beri avve­nuti su ini­zia­tiva dell’amministrazione cit­ta­dina — che dal pros­simo dicem­bre non sarà più gui­data dall’attuale sin­daco social­de­mo­cra­tico Klaus Wowe­reit — hanno tra­sfor­mato gli spazi rima­sti in campi di bat­ta­glia per la soprav­vi­venza. Il caso più ecla­tante risale alla fine del 2013, quando l’irruzione della poli­zia nella fab­brica di gelati, da anni in totale stato di abban­dono, nella cen­tra­lis­sima Koe­per­nic­ke­strasse, costrinse in mezzo alla strada oltre trenta migranti bul­gari. Que­sto gruppo, in seguito tra­sfe­ri­tisi nella barac­co­poli di Cuvry­strasse, risie­deva paci­fi­ca­mente nel vec­chio sta­bi­li­mento indu­striale da oltre due anni.

Ora gli abi­tanti dell’ormai sovraf­fol­lato inse­dia­mento sanno che il loro angolo di mondo tra la Sprea e la Schle­si­sche strasse sta per scom­pa­rire. La ditta di monaco Nieto Gmbh, di pro­prietà dell’imprenditore Artur Süs­skind, asso­ciato al gruppo Media­spree, è pronta a costruire immo­bili di lusso con affac­cio sul fiume: è ini­ziato quindi un conto alla rove­scia per l’esiziale inter­vento della poli­zia che por­terà alla scom­parsa della libera Cuvry.

I com­mer­cianti già sem­brano gioire del futuro sgom­bero, imma­gi­nan­dosi bene­fi­ciari dei rapidi gua­da­gni pro­spet­tati dalla gen­tri­fi­ca­zione che ha tra­sfor­mato l’ex area popo­lare in uno tra i quar­tieri più amati dai turi­sti. La voce dei resi­denti invece si fa sen­tire. «Cuvry deve restare». «Sono nata a Ber­lino e la città deve rima­nere coe­rente con la sua voca­zione alla tol­le­ranza. Dove andremo a vivere quando i prezzi delle case sali­ranno alle stelle?», dice Verena, bari­sta di uno dei tanti locali che affol­lano le colo­ra­tis­sima strade della zona.

Nel frat­tempo nes­suno sem­bra accor­gersi, tra le tende e le barac­che, della cata­strofe immi­nente. Sul muro di fronte all’ingresso una scritta recita «home is where the heart is», casa è dove c’è il cuore. A poca distanza alcuni metri di filo spi­nato coro­nano que­sto mes­sag­gio, sepa­rando la Cuvry e i suoi abi­tanti dagli inqui­lini cir­co­spetti, seduti sui loro bal­coni con vista sul fiume.

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This