Carcere, senza capo né coda

Carcere, senza capo né coda

Nem­meno l’ultimo Con­si­glio dei mini­stri prima della pausa estiva ha prov­ve­duto alla nomina del Capo del Dipar­ti­mento dell’Amministrazione Peni­ten­zia­ria. Sono pas­sati più di due mesi dalla non ricon­ferma di Gio­vanni Tam­bu­rino e in que­sto periodo sono cir­co­late le voci più dispa­rate, dalle più inve­ro­si­mili e peri­co­lose ad alcune estre­ma­mente suggestive.

Que­sto tempo non è stato però uti­liz­zato per una discus­sione pub­blica su che tipo di gestione delle car­ceri sarebbe neces­sa­ria dopo la con­clu­sione non defi­ni­tiva seguita alla con­danna della Corte euro­pea dei diritti umani. Il decreto con le misure com­pen­sa­tive non sana total­mente la situa­zione e l’Italia con­ti­nua a essere un paese sor­ve­gliato spe­ciale ancora per un anno.

È un vero pec­cato che il mini­stro Orlando non abbia deli­neato un iden­ti­kit del nuovo capo del Dap che segnasse una netta discon­ti­nuità e con­sen­tisse di avan­zare can­di­da­ture con­no­tate da sto­rie e pro­grammi alternativi.

I garanti hanno chie­sto senza esito un incon­tro con il mini­stro pro­prio per un con­fronto sul ver­tice del Dap, sulla nomina del garante nazio­nale dei dete­nuti, sulla riforma del carcere.

Pare invece che come in un gioco dell’oca si sia tor­nati alla casella ini­ziale, ma ciò che appare allu­ci­nante è che per la prima volta nella sto­ria delle car­ceri ita­liane si assi­sterà a un fer­ra­go­sto privo del ver­tice respon­sa­bile. Tra ferie dei prov­ve­di­tori e dei diret­tori, del per­so­nale civile e della poli­zia peni­ten­zia­ria assi­ste­remo alla novità degli isti­tuti gover­nati dai dete­nuti. Pur­troppo non si trat­terà di una felice auto­ge­stione ma la cer­ti­fi­ca­zione dello stato di abban­dono delle galere. Per for­tuna il numero dei dete­nuti è sceso a quota 54.100 e il rischio di rivolte (gra­zie anche al mec­ca­ni­smo pre­miale) è pari a zero; l’unico peri­colo è che si veri­fi­chi qual­che sui­ci­dio che comun­que non farebbe noti­zia né susci­te­rebbe scandalo.

Il rischio è che passi la con­vin­zione che l’emergenza sia supe­rata e che si possa tor­nare al tran tran dell’ordinaria ammi­ni­stra­zione. Non può essere così, per­ché migliaia di dete­nuti, tre­mila a detta del mini­stro Orlando, molte di più secondo la valu­ta­zione delle asso­cia­zione che hanno redatto il «Quinto Libro Bianco» sugli effetti della Fini-Giovanardi, stanno scon­tando una pena ille­git­tima a dispetto della sen­tenza delle sezioni unite della Cas­sa­zione. Non può essere così per­ché molti isti­tuti sono ben oltre la capienza rego­la­men­tare (final­mente siamo riu­sciti a far eli­mi­nare dai docu­menti dell’amministrazione la fin­zione della capienza tol­le­ra­bile) e soprat­tutto per­ché in troppe car­ceri non sono ancora adot­tate le pre­scri­zioni indi­vi­duate dalla Com­mis­sione Palma per rispet­tare i prin­cipi costi­tu­zio­nali e le norme del Rego­la­mento peni­ten­zia­rio del 2000.

Molte que­stioni essen­ziali per il rispetto dei diritti umani sono ancora aperte. Dalla chiu­sura non più pro­cra­sti­na­bile degli Opg al rico­no­sci­mento del diritto alla affet­ti­vità e alla pre­vi­sione del reato di tor­tura. Per non dire dell’esecuzione penale esterna senza uomini e mezzi su cui si stanno sca­ri­cando non solo le alter­na­tive alla deten­zione, ma anche la nuova messa alla prova per gli adulti. È dav­vero ora di met­tere in can­tiere una Con­fe­renza nazio­nale sul car­cere, sul suo fal­li­mento come stru­mento ria­bi­li­ta­tivo e sul senso della pena. Idee, parole e pra­ti­che si rive­lano ormai con­sunte e dav­vero l’appuntamento con un nuovo Codice Penale che superi il Codice Rocco non può essere eluso. Il 21 novem­bre a Firenze l’Ufficio del garante della Regione Toscana orga­niz­zerà su que­sti temi un semi­na­rio inter­na­zio­nale. Può essere l’inizio di una rifles­sione. Ma sono urgenti e indif­fe­ri­bile le scelte che finora sono man­cate e che tar­dano incomprensibilmente.



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