Ai funerali del giovane nero ucciso

Ai funerali del giovane nero ucciso

FERGUSON (Missouri) — Il berretto dei St. Louis Cardinals riposa sopra la bara nera del diciottenne Michael Brown, accanto a una montagna di rose rosse. Cinquantamila mani si alzano al cielo, tra gospel, danze e grida di lode al Signore. Poi tutti si alzano in piedi quando Lesley, la madre del ragazzo, entra, vestita di rosso, seguita dai parenti nell’enorme chiesa battista alla periferia di St Louis. Qui in questo Stato a metà tra il Midwest e il Sud, si è celebrato ieri il funerale del ragazzo diventato un simbolo della discriminazione dei giovani neri e della violenza della polizia in America.
Sono venuti da tutto il Paese, quasi tutti afroamericani. Celebrità come Spike Lee e il rapper Diddy, attivisti dei diritti civili come Al Sharpton e Jesse Jackson, il leader della Nation of Islam Louis Farrakhan. E un’armata di televisioni che da due settimane seguono senza sosta la vicenda che ha commosso e diviso l’America. Persino il rapper Common ieri agli MTV Awards ha chiesto un minuto di silenzio per il diciottenne.
A pochi chilometri dalla chiesa, c’è il luogo dove Michael Brown è morto il 9 agosto con quel berretto del Cardinals in testa, ucciso da un poliziotto bianco mentre camminava, disarmato, in mezzo alla strada, diretto a casa della nonna Desuirea.
Le mani erano alzate al cielo in chiesa, così come lo erano in strada durante le proteste dei giorni scorsi. Gli amici di Mike giurano infatti che ha alzato le mani quando il poliziotto lo ha fermato in quel caldo mezzogiorno estivo, mentre i sostenitori dell’agente affermano che c’è stato un alterco prima degli spari. Quel che è certo è che il cadavere del ragazzo è rimasto per quattro ore e mezzo faccia in giù sull’asfalto, tra i poliziotti e i cani che lo annusavano, senza che i parenti potessero avvicinarsi. «Per la prima ora e mezzo non lo hanno nemmeno coperto con un lenzuolo», ha tuonato Al Sharpton in chiesa.
E le proteste sono esplose quella sera stessa, con lo slogan «Mani in alto, non sparate» sulla West Florissant Avenue, l’arteria principale di Ferguson. Le manifestazioni sono degenerate in assalti ai negozi, e la polizia ha usato il pugno di ferro: cecchini appostati su blindati, agenti con armi semiautomatiche e giubbotti antiproiettile che lanciavano lacrimogeni, poi è stata schierata anche la Guardia Nazionale. Scene reminiscenti dell’Iraq e dell’Afghanistan. Solo pochi giorni fa, in seguito gli appelli di Obama e del segretario alla Giustizia Eric Holder, dopo la promessa di una inchiesta federale accanto a quella locale (di un Gran Giurì in cui nove membri su 12 della giuria sono bianchi), e grazie alle preghiere degli stessi genitori di Michael Brown che non vogliono che la memoria del figlio sia infangata da disordini e violenze, la calma finalmente è tornata a Ferguson. Ieri per prudenza i negozi sulla West Florissant non avevano ancora rimosso i pannelli di legno che proteggono le vetrine, ma vi hanno scritto sopra con lo spray «Siamo aperti». Al centro commerciale c’era ancora un posto di blocco della Guardia Nazionale con tre agenti in mimetica, ma stanno smobilitando. I familiari del ragazzo hanno chiesto una «giornata di silenzio» e sembra che il loro desiderio sia stato esaudito. Ma che cosa succederà domani?
Sulle magliette rosso sangue di alcuni dei parenti c’è scritto: «Niente pace senza giustizia». «Il sangue di Mike ci chiama dalla terra, ci chiede vendetta e giustizia» dice lo zio Charles Ewing. Giustizia per loro significa l’arresto del poliziotto Darren Wilson. «Ne abbiamo avuto abbastanza.- ha detto Eric Davis, un cugino di Brown – Abbastanza di vedere I nostri fratelli e le nostre sorelle uccisi per strada». Ma quello della giustizia sarà un cammino lento con risposte che potrebbero arrivare solo a metà ottobre. Il fotogiornalista Scott Olson, autore di alcune delle immagini più intense delle proteste – come quella di una donna inginocchiata davanti ai fari della polizia nel fumo dei lacrimogeni pubblicata su Time – aggiunge che «Quel che deve cambiare qui a Ferguson è il rapporto tra la polizia e i giovani afroamericani». Uno dei problemi è che le forze di polizia a St. Louis sono dominate da agenti bianchi anche in quartieri dove la stragrande maggioranza è afroamericana. «Perciò ho deciso di entrare nelle forze dell’ordine» dice Desmond Morgan, un ventiduenne venuto da Memphis, primo in fila alle sette del mattino.
In attesa del verdetto, la famiglia ha ricordato Michael come un gigante buono, con i suoi soprannomi di Mike-Mike, Big Mike, la passione per il football, l’Xbox e la Playstation, i rapper Lil Wayne e Drake e la voglia di crescere. Aveva appena finito le superiori e oggi avrebbe dovuto essere alla seconda settimana di college. Non era un angelo, dicono commentando il video diffuso dalla polizia che mostra Michael mentre ruba sigari in un negozio. Ma quell’episodio, slegato dalla sparatoria, li ha feriti perché infanga solo la sua memoria. «Se siamo insieme o separati, non dimenticarti di una cosa: sarai sempre nel mio cuore» è stato l’ultimo messaggio della mamma. L’altro ieri lei e la nonna lo hanno sistemato nella bara, con le mani incrociate, la maglietta a quadretti, il gilet blu, e la cravatta a farfalla. I segni dei sei proiettili che lo hanno colpito erano invisibili sotto il trucco. Ora non resta che aspettare.
Viviana Mazza


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