Gaza, segnali di ritiro ma Netanyahu avverte “Finiremo la missione di distruggere i tunnel”

Tank e militari israeliani abbandonano le postazioni al Nord. Ancora raid e vittime. Hamas: “Questa tregua non ci vincola”

FABIO SCUTO, la Repubblica redazione • 3/8/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 936 Viste

GERUSALEMME. I GENERALI di Netanyahu hanno quasi «terminato la missione di distruggere i tunnel di Hamas » e ordinato l’inizio del rientro entro i confini delle truppe di terra e dei carri armati. Il cielo della Striscia si è fatto color ocra per le volute di sabbia che alzavano dai cingolati dei Merkava 5. Israele avvia il ritiro da Gaza senza aver accettato nessuna delle condizioni poste da Hamas, né le briglie imposte da una tregua. Tank e commandos sono appena oltre il confine pronti a tornare al primo cenno di nuove ostilità dei miliziani islamici. I droni non sono stati richiamati, ronzano ancora nei cieli resi bui dai black-out, il tempo di risposta a un attacco sarà immediato. Hamas non si si sente “vincolato” dal ritiro israeliano, «continueremo a colpire» fa sapere il movimento islamista.
La guerra di Gaza non è finita, è in “stand by”.
Il premier Benjamin Netanyahu ieri sera in diretta tv ha annunciato che Israele «si prenderà tutto il tempo necessario per la completa distruzione dei tunnel», che però è vicina. Finora, di diversa lunghezza e profondità ne sono stati individuati e fatti esplodere 31, alcuni lunghi solo qualche centinaio di metri, altri anche due chilometri. In uno, abbastanza ampio, i soldati della Brigata Givati hanno trovato persino due motociclette, per una rapida fuga dei miliziani dopo l’attacco.
La decisione era nell’aria da venerdì sera quando il Gabinetto di sicurezza si è riunito per discutere se andare avanti nell’offensiva fino a distruggere Hamas, negoziare un cessate il fuoco attraverso l’Egitto o adottare una politica unilaterale. «Certamente non vogliamo neanche premiarli con un accordo», aveva detto una fonte vicina all’ufficio del premier, scartando la possibile intesa mediata dall’Egitto che prevede tra l’altro l’annullamento del blocco su Gaza: misura in vigore da sette anni e la cui revoca è il successo che Hamas
vorrebbe offrire alla popolazione stremata da questa guerra. I mediatori accorsi al Cairo sono stati battuti sul tempo, la decisione israeliana di non inviare nessun mediatore li ha colti di sorpresa: con Hamas non si tratta.
I primi a capire che il 2 agosto sarebbe stata una giornata diversa sono stati gli abitanti dei Beit Hanoun e Beit Lahiya, due dei villaggi palestinesi più vicini al confine con Israele nel settore nord della Striscia e più colpiti in questa guerra. Nel pomeriggio hanno ricevuto messaggi dall’esercito israeliano che li informava della possibilità di rientrare nelle due zone perché le operazioni militari in quell’area erano terminate, avvertendo però dei pericoli rappresentati «dagli esplosivi lasciati in tutta l’area da Hamas». Truppe e carri armati hanno anche iniziato in serata un graduale ridispiegamento a Khuzaa – il villaggio raso al suolo martedì scorso – che è poco distante da Khan Younis.
Per ultime le armi hanno taciuto a Rafah – nell’estremo sud – teatro di un furioso bombardamento dopo la scomparsa di un soldato israeliano in quel settore, la cui sorte è ancora un giallo. Ancora in mattinata gli incursori dell’Idf entravano nell’abitato per quasi due chilometri e si combatteva casa per casa. Trentacinque dei 76 morti di ieri, sono stati uccisi in questi raid.
Dopo quasi quattro settimane di guerra e sette tregue fallite, l’ultima frantumata da meno
di 24 ore, la gente di Gaza ha paura e non si fida. Troppi dei 1670 civili uccisi e dei quasi novemila feriti, sono stati vittime inconsapevoli della fiducia nei cessate-il-fuoco. «Abbiamo paura a tornare indietro, semplicemente perché non possiamo fidarci di loro», dice Assad Ghanam, che in sessanta anni a Beit Lahiya le guerre di Gaza le ha vissute tutte. «Mio zio e sua moglie sono tornati durante una tregua per nutrire i polli e gli altri animali e sono stati uccisi».
«Non ci torno», spiega Nadal Salman di venti anni che ha perso due fratelli in queste settimane e preferisce stare nella scuola dell’Unrwa di Jabalya dove è scappato due settimane fa, «non abbiamo più la casa che stata distrutta da un bombardamento, non abbiamo più nulla».
Nel suo discorso in tv Netanyahu ha anche parlato di “ricostruzione” nella Striscia che ha subito enormi distruzioni nelle strutture dei servizi essenziali, la centrale elettrica, le rete
idrica e fognaria. Diecimila le case distrutte, ventimila quelle colpite, 32 ospedali chiusi, 117 le scuole dell’Onu danneggiate. Ma Israele avverte la comunità internazionale che qualsiasi «aiuto per la ricostruzione di Gaza », dopo la fine dell’offensiva, «sarà condizionato al disarmo di Hamas e alla smilitarizzazione della Striscia». Ma intanto se davvero cesseranno le ostilità finalmente potranno entrare gli aiuti umanitari di cui hanno bisogno disperato le oltre 280 mila persone accalcate nelle scuole dell’Unrwa, su un totale di oltre 400 mila sfollati. La fame, la sete, i bisogni minimi di igiene e sanità. Il secondo atto del dramma di Gaza.

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