Gli Usa pronti ai raid in Siria contro l’Is. Gaza, bimbo israeliano ucciso dai mortai

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« L’IS è il nemico numero uno dell’America. Va colpito anche in Siria». Il generale Dempsey, capo di Stato maggiore Usa, e Chuck Hagel, segretario della Difesa, non risparmiano epiteti nel definire lo Stato islamico «un’organizzazione apocalittica, con una strategia da Giudizio universale ».
«È molto più e peggio che un gruppo terrorista »: è lucido Hagel. «Riunisce ideologia, raffinata abilità militare tattica e strategica, ed è straordinariamente ben finanziata. Non s’è mai vista un’organizzazione simile». Spetta a Dempsey riassumere: «È la più grave minaccia per gli Usa. Il gruppo va sconfitto». Per la prima volta il generale prospetta un’azione nell’entroterra siriano. «Alla domanda se l’Is possa essere battuto senza che sia colpito anche in Siria, la risposta è “no”», è chiarissimo Dempsey. La frontiera fra Siria e Iraq è stata annullata dalle conquiste dei jihadisti, e perciò questi «dovranno essere presi di mira da entrambe le parti».
La risposta del generale spalanca non soltanto un nuovo capitolo del conflitto mediorientale, ma innesca una ridda di congetture: chi compierà i raid aerei in territorio siriano fra le «potenze regionali» cui il capo di Stato maggiore s’indirizza, scartando l’impiego dei caccia Usa, e tacciandole «d’essere rimaste finora a guardare»? I Paesi più forniti di aerei da combattimento sono Turchia, Giordania, Arabia Saudita. È improbabile che eseguano. Di più: Dempsey non conferma né esclude un’espansione dell’intervento Usa: «È questione presidenziale », taglia corto. Obama dovrà decidere. È evidente che né il generale né il capo della Difesa ostacoleranno la Casa Bianca. Quanto alle polemiche riguardo a un involontario rafforzamento del presidente siriano Assad, scomodo alleato contro l’Is, nei fatti se non negli intenti, la «minaccia senza precedenti» acquista la priorità.
A rinfocolare l’opinione pubblica, scettica verso un nuovo coinvolgimento militare in Medio Oriente, oltre al video dell’osceno assassinio di James Foley, considerato dalla Casa Bianca «un attacco terroristico contro l’America», ieri arriva la notizia delle due e-mail inviate dall’Is ai genitori del reporter. Nella prima i terroristi chiedevano un riscatto di 100 mila dollari o uno scambio di prigionieri. La seconda, inviata il 12 agosto, è stata pubblicata dal GlobalPost. Il sito mette in guardia contro il linguaggio «raccapricciante ». E infatti il tenore del “messaggio al governo e ai cittadini-pecore americani” è questo: «Non ci fermeremo finché si spegnerà la nostra sete del vostro sangue». Riguardo all’identificazione del boia, Sky News dubita che si tratti davvero di John l’inglese. Il vero aguzzino forse è un altro, mentre al jihadista britannico sarebbe stata affidata la lettura del proclama per un maggiore impatto propagandistico.
Questo non ferma i raid americani in Iraq: 90 dall’inizio dell’operazione. Sotto il profilo politico, invece, la sparatoria che fa strage di 70 sunniti in una moschea di Diyala assesta una spallata all’impegno del nuovo premier iracheno al-Abadi, preso a formare un governo che accomuni i rivali sciiti, curdi, sunniti. Chi siano i responsabili non è certo. Basta, però, il sospetto che siano sciiti ad accendere propositi di vendetta nelle tribù sunnite. Lo scontro settario, chiunque sia l’autore, è ripartito.


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