I settarismi e le divisioni nel fronte musulmano

Isis. Ci sono gruppi islamici preoccupati dell’intransigente militarismo di al-Baghdadi

Giuliano Battiston, il manifesto redazione • 20/8/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 1058 Viste

Sul Cor­riere della Sera del 18 ago­sto, Angelo Pane­bianco lan­cia l’allarme: l’estremismo isla­mico rischia di tro­vare «sim­pa­tie, con­ni­venze e alleanze» nelle società demo­cra­ti­che occi­den­tali come acca­duto nel XX secolo per i movi­menti poli­tici tota­li­tari. Lo sguardo ammo­ni­tore di Pane­bianco è rivolto in par­ti­co­lare a quella «incom­pri­mi­bile quota di alie­nati» dispo­sta a for­nire mano­va­lanza oppure coper­tura e appog­gio intel­let­tuale ai movi­menti tota­li­tari, a costi­tuirne «le quinte colonne».

Euro­pei alie­nati ed estre­mi­sti isla­mici — uniti dall’odio verso Israele e dalla con­danna dell’individualismo e del mate­ria­li­smo occi­den­tali — sareb­bero il nuovo, grande peri­colo del XXI secolo. Lo sguardo di Pane­bianco si dimo­stri miope, sfo­cato, così osses­si­va­mente cen­trato sulla difesa delle poli­ti­che dello Stato di Israele da con­fon­dere in un gran cal­de­rone Hamas, l’ Isis (lo Stato isla­mico in Siria e Iraq), tutti gli altri gruppi jiha­di­sti che ope­rano in Medio Oriente e nel mondo «altro» da noi. Se c’è di mezzo l’Islam, sem­bra pen­sare Pane­bianco, allora si tratta di un unico, grande movi­mento tota­li­ta­rio pronto a gua­da­gnare ter­reno, occu­pare ter­ri­to­rio, issare ban­diere nere o verdi, minac­ciando i nostri valori liberali.

Per­ché un simile discorso non fun­ziona? Per­ché dà per scon­tato il pre­sup­po­sto: un fronte unito. Ora, sup­po­nendo che anche Pane­bianco sap­pia ma non dica che l’estremismo isla­mico è del tutto mar­gi­nale nella grande ummah (comu­nità) isla­mica, vale la pena ricor­dare che l’islamismo radi­cale è tutt’altro che unito, i gruppi jiha­di­sti tutt’altro che coesi, il Calif­fato pro­cla­mato dall’Isis con­te­stato anche in quella cir­co­scritta area del mondo musul­mano che attra­versa Iraq e Siria. Per­fino per i cre­denti che si augu­rano l’instaurazione di un Calif­fato, quello gui­dato da Abu Bakr Al-Baghadi non ha alcuna legit­ti­mità, l’avanzata dei suoi com­bat­tenti non è nient’altro che un «land-grabbing», un furto di terre, come spiega Reza Pan­khurst in una recente inter­vi­sta. Sto­rico e poli­to­logo spe­cia­liz­zato nei movi­menti isla­mici, anni di car­cere sotto il regime di Muba­rak, un pri­gio­niero di coscienza per Amne­sty Inter­na­tio­nal, a lungo tenuto d’occhio dai ser­vizi segreti inglesi, Reza Pan­khurst è autore di «The Ine­vi­ta­ble Cali­phate?» (Hurst 2013), un libro che rico­strui­sce la sto­ria della bat­ta­glia per un’unione isla­mica glo­bale dal 1924 a oggi, come recita il sottotitolo.

Mem­bro dell’Hizb ut-Tahrir, un movi­mento isla­mi­sta trans­na­zio­nale fon­dato nel 1953 che mira, per l’appunto, alla restau­ra­zione del Calif­fato, Reza Pan­khurst dice chiaro e tondo che il Calif­fato di Abu Bakr Al-Baghdadi non ha legit­ti­mità per­ché fon­dato solo sull’uso della forza mili­tare, per­ché privo di con­senso, per­ché ali­menta il set­ta­ri­smo e le divi­sioni tra i musul­mani anzi­ché la fra­tel­lanza e l’unione. Che il gruppo di guer­ri­glieri di al-Baghdadi sia figlio di una «rot­tura» del fronte qae­di­sta è noto, così come è nota la spac­ca­tura crea­tasi con la lea­der­ship di Ayman Al-Zawahiri, il medico egi­ziano che sin dall’età di 15 anni sognava la crea­zione di quell’«avanguardia dei pio­nieri» descritto nei testi del peda­go­gi­sta Sayyd Qutb.

Meno note le posi­zioni degli altri gruppi la cui lotta si ispira all’Islam. Tra que­sti, quelli che rico­no­scono all’ Isis dei meriti sono pochi, tra cui Al Qaeda nella peni­sola ara­bica (Aqap), che con un comu­ni­cato del 14 ago­sto ha annun­ciato il pro­prio sostegno.

Più nume­rosi i gruppi che guar­dano con pre­oc­cu­pa­zione all’intransigente mili­ta­ri­smo di al-Baghdadi e alla sua auto-celebrazione come Califfo. I Tale­bani, per esem­pio. Abdur Raheem Saqib, già respon­sa­bile del quo­ti­diano uffi­ciale del movi­mento tale­bano (Sha­riyat) e mem­bro della Com­mis­sione cul­tu­rale, ieri ha pub­bli­cato un arti­colo in cui riper­corre la sto­ria del rap­porto tra il movi­mento dei «tur­banti neri» e al Qaeda. Dopo aver spie­gato la dif­fe­renza tra un movi­mento jiha­di­sta sala­fita dalle ambi­zioni glo­bali (al Qaeda) e un movi­mento che ammi­ni­strava un ter­ri­to­rio nazio­nale secondo i prin­cipi dell’Islam deo­bandi (i tale­bani), Abdur Raheem ha ricor­dato che, secondo la legge isla­mica, non ci pos­sono essere due califfi, due leader.

Quando ciò avviene, ha aggiunto, sono ine­vi­ta­bili divi­sioni inte­stine e spac­ca­ture. Per lui, l’unico amir-ul-momineen, l’unica guida dei fedeli è il mul­lah Omar. Al-Baghadi, invece, un impo­store. Ma tanti pic­coli set­ta­ri­smi non fanno un nuovo movi­mento totalitario.

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