L’angoscia del Papa “È la Terza guerra mondiale fermiamo gli aggressori ma non usiamo le bombe”

Le riflessioni di papa Bergoglio in aereo, di ritorno dal suo viaggio a Seul “Gli ingiusti, come quelli in Iraq, vanno bloccati, ma tocca alle Nazioni Unite non a un Paese solo. Io sono disponibile ad andare nel Kurdistan”

MARCO ANSALDO, la Repubblica redazione • 19/8/2014 • Copertina, Diritti umani, Guerre, Armi & Terrorismi • 1574 Viste

A BORDO DEL VOLO PAPALE SEUL-ROMA. «SIAMO nella Terza guerra mondiale. Ma fatta a pezzi, a capitoli. Il mondo è in guerra dappertutto. E l’umanità è spaventata da due problemi: la crudeltà e la tortura, un peccato mortale. Gli aggressori ingiusti, come quelli in Iraq, vanno fermati. Non dico con le bombe, però bisogna valutare con quali mezzi: e con una decisione comune delle Nazioni Unite, non di un Paese solo. In Cina andrei subito, anche domani, da un popolo nobile e saggio. E sono disponibile a visitare in Kurdistan i cristiani. Se un giorno non me la sentissi di andare avanti, farei come Benedetto XVI, che è diventato Papa emerito. Ora vivo questa popolarità, ma so che durerà poco tempo: 2-3 anni e poi… (sorride) anch’io nella Casa del Padre».
Appena rientrato a Roma da Seul, dopo 5 giorni intensi di viaggio e una maratona di 12 ore di volo, Papa Francesco è subito andato a pregare alla Basilica di Santa Maria Maggiore, prima di rientrare in Vaticano. Ma in aereo, in piedi, ha risposto per più di un’ora alle domande dei giornalisti. Ansioso di ascoltare uno dietro l’altro gli inviati al seguito, chiede: «Dopo, a chi tocca?».
Santità, che cosa ha provato quando ha incontrato i parenti delle vittime naufragate lo scorso aprile sul traghetto coreano?
«Quando tu ti trovi davanti al dolore umano, devi fare quello che il tuo cuore ti porta a fare. Lì c’erano padri e madri che avevano perduto i figli. Io sono un sacerdote, sento che li devo avvicinare. So che la consolazione che potrei dare non è un rimedio, non ridà la vita. Ma la vicinanza umana in quei momenti dà forza, la solidarietà ».
Le forze militari Usa hanno cominciato a bombardare i terroristi dell’Is in Iraq per proteggere le minoranze. Lei approva il bombardamento americano?
«In questo casi in cui c’è un’aggressione ingiusta posso dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo: fermare, non dico bombardare, o fare la guerra. Dico: fermarlo. E i mezzi con cui si deve fermarlo vanno valutati. Ma una sola nazione non può giudicare come operare. Tocca alle Nazioni Unite. Fermare l’aggressore ingiusto è però un diritto che l’umanità ha, perché costui non faccia del male».
E pensa di andare in Kurdistan dai cristiani sotto attacco?
«Sì, sono disponibile. Con i miei collaboratori abbiamo pensato di andare lì una volta terminato il viaggio in Corea. In questo momento non è forse la cosa migliore, ma sono disposto a farlo ».
Lei è il primo Papa a sorvolare la Cina, che proprio adesso è qui sotto a noi. Il suo telegramma di saluto è stato accolto dal presidente cinese. Avrebbe desiderio di andare a Pechino?
«All’andata ero in cabina con i piloti, mancavano 10 minuti all’ingresso nello spazio aereo cinese, e dovevano chiedere l’autorizzazione. Ho ascoltato, anche come rispondevano, e il pilota ha inviato il mio telegramma. Poi sono tornato al
mio posto. E ho pregato tanto per quel popolo nobile e bello, un popolo saggio. Anche noi gesuiti abbiamo una storia lì, con padre Matteo Ricci. Se ho voglia di andare in Cina? Sicuro. Domani! Noi rispettiamo il popolo cinese, la Chiesa chiede solo libertà per il proprio lavoro, nessun altra condizione. La Santa Sede è aperta ai contatti, perché ha una vera stima per il popolo cinese».
Il prossimo viaggio sarà intanto l’Albania, poi forse l’Iraq, quindi Filippine e Sri Lanka. E dopo?
«L’anno prossimo vorrei andare a Filadelfia all’incontro delle famiglie. E sono stato invitato alle Nazioni Unite e a New York. I messicani vogliono che vada alla Madonna di Guadalupe, si potrebbe approfittare, ma non è sicuro. Anche i reali di Spagna mi hanno invitato, però non è ancora deciso».
Che rapporto ha con Papa Benedetto? C’è uno scambio di opinioni, di idee?
«Ci vediamo. Due settimane prima di partire lui mi ha mandato uno scritto interessante, ha chiesto la mia opinione. Il nostro è un rapporto tra fratelli. Forse questo non piace a qualche teologo, ma io penso che un Papa emerito non sia un’eccezione. Il suo è stato un nobile gesto di coraggio. E la figura del Papa emerito oggi è già un’istituzione, perché la nostra vita si allunga e a una certa età non c’è la capacità di governare bene, il corpo si stanca anche se la salute è buona. Se non me la sentissi di andare avanti, farei lo stesso. Benedetto ha aperto una porta».
Che cosa ha provato quando ha incontrato le 7 donne di conforto, le schiave sessuali coreane della Seconda guerra mondiale? E andrà l’anno prossimo a Nagasaki, in Giappone?
«Sono stato invitato. Andare sarebbe bellissimo. Le sofferenze sono i frutti della guerra. Oggi siamo in un mondo in guerra. Dappertutto. Siamo nella Terza guerra mondiale, ma a pezzi. Vorrei fermarmi su due parole. La crudeltà: oggi i bambini non contano, una volta si parlava di guerra convenzionale, adesso le bombe uccidono tutti. Dobbiamo fermarci e pensare al livello di crudeltà a cui siamo arrivati. Questo deve spaventare. E poi: la tortura. Oggi è uno dei mezzi quasi ordinari da parte dei servizi di intelligence, dei processi giudiziari. Ma è un peccato mortale ».
Lei tiene un ritmo molto impegnativo, non riposa e non fa vacanze. C’è da preoccuparsi?
«Una volta ho letto un libro: “Rallegrati di essere nevrotico”. Io ho alcune nevrosi. E le proprie nevrosi bisogna trattarle bene… Bisogna dare loro il mate ogni giorno. Il fatto è che sono attaccato alla vita. L’ultima volta che sono stato in vacanza era il 1975. Adesso però ho cambiato ritmo: a luglio e agosto dormo di più, ascolto musica, leggo dei libri, mi riposo. Devo essere più prudente, avete ragione».
E come gestisce questa popolarità immensa?
«La vivo con la generosità. Interiormente cerco di pensare ai miei peccati, ai miei sbagli. Io so che tutto questo durerà poco tempo, due-tre anni e poi… (fa un gesto col mento verso l’alto) anch’io nella Casa del Padre. La vivo più naturalmente di prima, quando mi spaventava un po’. Ma cerco di non sbagliare».
E che tipo di vita fa in Vaticano, a parte il lavoro?
«Cerco di essere libero. Vorrei uscire, ma non si può, perché poi c’è tanta gente. Però non mi sento prigioniero. All’inizio sì, ma sono caduti alcuni muri. Per dire: prima non potevo nemmeno prendere l’ascensore da solo… ».
La sua squadra del San Lorenzo, dopo aver vinto il campionato, ora è anche campione d’America. Un miracolo?
«Dopo il secondo posto (dell’Argentina) in Brasile è stata una bella notizia. L’ho saputo mentre ero a Seul. Ho sempre seguito il San Lorenzo, tutta la mia famiglia. No, nessun miracolo ».
Quando uscirà l’enciclica sull’ecologia?
«La prima bozza è grossa così: un terzo più dell’ Evangelii gaudium. Ma per farne un testo di magistero dobbiamo andare avanti solo su cose sicure che stiamo ancora studiando».
Come affrontare il problema della Corea del Nord?
«In cattedrale mi hanno regalato una corona di spine del Cristo fatta con il filo di ferro che divide la Corea. È come il simbolo di una famiglia divisa. La sofferenza è grande, io prego perché finisca ».
Quando sarà santo il vescovo Oscar Romero?
«Il processo era bloccato alla Congregazione per la Dottrina della Fede, ora è alle Cause dei Santi. Deve fare il suo iter, ma non ci sono impedimenti».
Visti i risultati della guerra a Gaza, la preghiera dei presidenti israeliano e palestinese in Vaticano è stata un fallimento?
«Assolutamente no. Si deve pregare. La pace è un dono, e va meritata anche con il nostro lavoro. Laggiù dopo è arrivata la guerra. Ma è stata una cosa congiunturale. Ci vuole il negoziato. Adesso il fumo delle bombe non lascia vedere la porta. Ma la porta è aperta. Il Signore la guarda».

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