Ora l’Italia valuta l’invio di armi in Kurdistan

Il Pontefice invoca soluzioni politiche: non si porta l’odio in nome di Dio

Dino Martirano, Corriere della Sera redazione • 11/8/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 804 Viste

ROMA — Non solo aiuti umanitari dall’Italia (compresa una nuova missione della Croce Rossa) ma anche invio di armi pesanti ai peshmerga per difendere la zona «cuscinetto» del Kurdistan dalle incursioni islamiche dell’esercito jihadista dell’Isis. In queste ore, presidenza del Consiglio, Farnesina e Difesa stanno ultimando una serie di «verifiche tecniche» che presto potrebbero concretizzarsi in un passo in avanti del nostro Paese, comunque «concordato e attuato in un quadro internazionale», su un fronte di guerra che ha già seminato terrore e morte tra le popolazioni del Nord Iraq.
Il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, ha detto che il governo italiano sta valutando «nuove iniziative» che potrebbero coinvolgere «anche il ministero della Difesa». Un passo dovuto, secondo la responsabile degli Esteri, anche perché «il presidente curdo, Massoud Barzani, ha sottolineato al telefono con me la necessità di avere una cooperazione non solo sul piano civile». Per questo — davanti al dramma delle popolazioni cristiane braccate dai miliziani dell’Isis — Mogherini ha intensificato i suoi contatti con la collega della Difesa, Roberta Pinotti, per studiare insieme a Palazzo Chigi se e come aiutare sotto il profilo militare i peshmerga curdi: «Sono gli unici in grado di difendere i cristiani e di preservare la zona cuscinetto del Kurdistan ma sono pochi, 50 mila, e armati solo di kalashnikov su un fronte di circa mille chilometri», conferma il viceministro degli Esteri Lapo Pistelli che solo 24 ore fa era in missione a Erbil da dove è potuto decollare prima della chiusura dello spazio aereo.
Ma nella domenica in cui gli Usa hanno sferrato il quarto attacco aereo contro le batterie di artiglieria dell’Isis per alleggerire la pressione contro i cristiani in fuga, arriva forte e chiara la voce di papa Francesco che ha invocato «una soluzione politica al livello internazionale e locale che possa fermare questi crimini e restauri il diritto». All’Angelus, il Pontefice ha detto che le «notizie in arrivo dall’Iraq lasciano increduli e sgomenti con migliaia di persone, tra cui tanti cristiani, cacciati dalle loro case in maniera brutale, bambini morti di sete e di fame durante la fuga, donne sequestrate… Tutto questo offende gravemente Dio e l’umanità. Non si porta l’odio in nome di Dio». Il ministro Mogherini ha detto che devono essere «i ministri degli Esteri dell’Unione Europea, non i livelli diplomatici, che pure sono bravissimi, a prendersi le responsabilità politiche» per le numerose crisi in atto «intorno ai confini europei». In altre parole, specifica la candidata italiana alla carica di Alto rappresentante per la politica estera della Ue, «bisogna soprattutto capire quali pressioni politiche, quali azioni comuni si possono fare insieme… Da Gaza all’Ucraina e dall’Iraq alla Libia sarebbe il caso che la Ue parli unitariamente».
Il viceministro Pistelli, unico esponente di un governo occidentale che in queste ore ha avuto modo di verificare sul campo l’evoluzione della crisi irachena, ha confermato che i livelli di intervento, complementari, sono tre: 1) azione diplomatica per convincere gli sciiti a esprimere un candidato forte che completi, con i nomi già espressi dai sunniti e dai curdi, il vertice della nuova leadership dell’Iraq. 2) aiuti umanitari per consentire l’assistenza a enormi flussi di popolazioni allo sbando. 3) forniture militari ai peshmerga che non hanno le armi pesanti in dotazione dell’Isis.
Le commissioni Esteri e Difesa potrebbero essere convocate in queste ore per discutere le «nuove iniziative» sull’Iraq ma anche per affrontare il nodo della Libia di nuovo in preda al caos. Nicola Latorre, presidente della commissione Difesa del Senato, auspica l’intervento di una forza armata in Libia sotto la copertura Onu, che controlli porti, aeroporti e, per quanto possibile, le coste: «C’è ora più che mai il rischio concreto che tra gli immigrati caricati sui barconi dai mercanti di esseri umani ci siano anche dei terroristi. E questo è un problema per l’Italia e per l’Europa».
Dino Martirano

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