Moody’s: recessione per il 2014 Ma l’Ocse vede una fase positiva

Moody’s: recessione per il 2014 Ma l’Ocse vede una fase positiva

ROMA — Il nuovo peggioramento del quadro economico «renderà più ardua la riduzione del deficit e del debito pubblico», e «più difficile dal punto di vista politico l’attuazione delle riforme strutturali», che già procedono «a passo lento». Lo sottolinea l’agenzia di rating americana Moody’s in un Report con cui ieri sono state aggiornate al ribasso le previsioni sulla crescita dell’economia nel 2014, che passano dallo 0,5% al meno 0,1%. La revisione sconta una leggera ripresa della produzione nella seconda metà dell’anno che viene confermata anche dal Superindice Ocse per l’Italia, ancora in crescita. L’indice, che di solito anticipa il ciclo economico di tre/sei mesi, è salito da 101,6 a 101,7, che segna la miglior performance tra i paesi del G7.
In prospettiva le cose dovrebbero migliorare (Moody’s annette una certa importanza anche al bonus di 80 euro per i dipendenti con i redditi più bassi), ma sul momento l’inattesa flessione del prodotto interno lordo nel secondo trimestre è destinata a creare diversi problemi. Con una riduzione del Pil dello 0,1% nel 2014 il deficit pubblico salirebbe dal 2,6% previsto al 2,7%, dice Moody’s (più ottimista dello stesso premier Matteo Renzi, che indica al 2,9% il tetto massimo), mentre il debito pubblico raggiungerebbe un nuovo record al 136,4% del pil. Il peggioramento dei conti, in ogni caso, secondo Moody’s rischia di portare nuove tensioni tra l’Italia, cui il Consiglio europeo aveva già chiesto in giugno misure ulteriori per il 2014, e i partner europei «e in particolare la Germania».
La «capacità della politica di bilancio del governo» è messa a rischio dalla debolezza dell’economia che a sua volta rende più difficili le riforme. Emblematica, per Moody’s, la recente denuncia del Commissario alla revisione della spesa, Carlo Cottarelli, sul Parlamento che continua a spendere i futuri risparmi, considerato il segnale «del vento contrario, alimentato dalle pressioni politiche interne» che soffia sui tagli di spesa. Al di là della spending review, che tocca direttamente il bilancio, la brutta congiuntura «rende complicata l’approvazione e l’attuazione di tutta l’agenda delle riforme strutturali di Renzi». Il suo piano, secondo Moody’s, «è ambizioso ma il passo lento fa pensare che la popolarità del governo, come si è riflessa nei risultati del voto europeo, non si sia ancora tradotta nella spinta legislativa e attuativa di un piano di riforme ampiamente condiviso ».
Per il momento il giudizio di Moody’s sull’Italia resta stabile, anche se qualche segnale di miglioramento è arrivato ieri dal superindice dell’Ocse, che raccoglie una lunga serie di indicatori ed è considerato un segnale assai attendibile dell’evoluzione nel breve periodo. A differenza della media Ocse e della media dei paesi euro, dove le prospettive restano stabili da febbraio, in Italia queste continuano a migliorare. Tra giugno 2013 e giugno 2014 l’indice italiano ha registrato un progresso del 2,15% che sebbene in rallentamento rispetto al tendenziale dei mesi precedenti, resta il più alto tra i paesi europei e del G7, con la Germania in continuo peggioramento.
Il quadro, insomma, è incerto ed anche i mercati appaiono in attesa. Nella giornata di ieri si è assistito ad un recupero del differenziale tra i titoli di Stato italiani e tedeschi, che ha chiuso a 172 punti, dopo i 176 raggiunti alla fine della scorsa settimana. In miglioramento anche i mercati azionari. In Europa quasi tutte le Borse hanno chiuso in positivo, con Francoforte, Parigi e Londra in progresso di oltre l’1%, mentre a Piazza Affari l’indice ha chiuso in recupero dello 0,71%.
Mario Sensini



Related Articles

L’ultimo strappo di Marchionne

Il divorzio tra Fiat e Confindustria si è dunque consumato. Sergio Marchionne, l’Amerikano, viola anche l’ultimo tabù, e porta il Lingotto fuori da Viale dell’Astronomia. Cioè fuori dal luogo fisico, ma anche istituzionale e sociale, dove la Fiat era sempre stata dal 1910, dai tempi del senatore Giovanni Agnelli fino a Vittorio Valletta e poi all’Avvocato. Lo «strappo», anche solo per questo, si può davvero definire storico. Per un secolo Fiat e Confindustria sono state una cosa sola. La prima sceglieva i presidenti della seconda. Un unico, vero Potere Forte, che condizionava i governi e ne orientava le politiche.

Spread verso 500 senza governo

I mercati scommettono sulle coalizioni Gli analisti: maggioranza instabile peserà  sul debito, probabile un nuovo voto

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment