Senza parole. Diario da Gaza di Mona Abu Sharekh

All’inizio dell’attuale offensiva di Israele contro Gaza ho deciso di scrivere un diario, pensando che le parole avrebbero potuto fare la differenza. Poi, dopo il massacro di Shajayya, ho smesso di scrivere e, in realtà, anche di parlare

Mona Abu Sharekh * redazione • 7/8/2014 • Copertina, Diari da Gaza, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 1465 Viste

Con questi scritti di Mona Abu Sharekh e Najlaa Ataalah iniziamo la pubblicazione su dirittiglobali.org di alcune pagine di diario tenute da scrittrici e scrittori di Gaza in queste settimane di attacco alla Striscia da parte di Israele. Al 5 di agosto il bilancio dell’attacco indica in 1.822 i palestinesi uccisi, tra cui 398 bambini; i feriti palestinesi sono 9.370, dei quali 2.744 bambini, 10.000 le case distrutte dai bombardamenti. Secondo l’Onu, circa 373mila bambini avranno bisogno di sostegno psicologico per i traumi relativi a questi giorni di stragi e bombardamenti. A fronte, sono 64 militari e due civili gli israeliani morti dall’inizio dell’offensiva.
Numeri tragici e nascosti, ma occorre ricordare che oltre le cifre ci sono i volti e le storie di chi è stato ucciso. Qui è possibile rintracciarli.
Nei racconti che pubblichiamo nel nostro sito, invece, è possibile conoscere frammenti di quotidianità e riflessioni di chi con la morte quotidiana e l’occupazione militare è costretto a convivere.
(a cura di orsola casagrande e sergio segio)

All’inizio dell’attuale offensiva di Israele contro Gaza ho deciso di scrivere un diario, pensando che le parole avrebbero potuto fare la differenza. Poi, dopo il massacro di Shajayya, ho smesso di scrivere e, in realtà, anche di parlare.
Le immagini di bambini e donne, corpi senza vita per le strade, mi hanno spezzato il cuore. Migliaia di famiglie in fuga dalle loro case.
I corpi senza vita dei loro familiari, semplicemente abbandonati: il loro vincolo ai vivi non abbastanza forte perché questi si fermassero, rischiando la loro vita un secondo di più. Lo shock di queste immagini mi hanno lasciata senza parole, per giorni. Ammutolita. Non ripeto che una sola domanda, la più santa: Perché ?
Io vivo in un posto sicuro – nel centro di Gaza. “Sicuro” significa che finora solo una decina di case in questo quartiere è stata colpita dagli F16. Una si trovava nella mia strada, altre due poco più in là, anche la moschea locale e la banca nazionale sono state colpite.
Nonostante l’incessante suono delle bombe, il costante tremare della terra ad ogni esplosione, nulla mi fa sentire che la morte è vicina a me e al mio bambino quanto l’odore del gas della notte scorsa.
Non c’è luce. L’elettricità è stata tagliata parecchi giorni fa. Non ho ascoltato nessuna notizia. Sto scrivendo queste righe mentre la batteria del portatile si va esaurendo. Se riuscirò a spedirle vorrà dire che la corrente, ad un certo punto, è tornata. Non ho dormito una sola notte da quando è iniziata l’offensiva. Cammino in tondo al centro della mia stanza tutto il giorno; non mi sento bene. In realtà quasi non riesco a respirare. Credo di avere qualche problema ai polmoni. Improvvisamente, dopo ore senza ricevere nessuna notizia, mi chiama mia sorella. Leggere il suo nome sullo schermo del telefono mi paralizza. Perché chiama ? Sicuramente brutte notizie !
Mi rilasso quando mi dice che un aereo israeliano ha sganciato gas sopra il mio quartiere. Come dovrei sentirmi ? Felice perché fino a questo momento siamo tutti vivi, o triste perché sono, io come tutti i miei familiari, un passo più vicina alla morte?
Questa è solo un’ora nel cuore di una notte a Gaza. Ho smesso di aver paura di morire colpita da un razzo: un amico mi ha detto che non senti, non vedi, né percepisci il razzo che ti uccide. Ma con il gas è differente, senti la morte sussurrarti parole aspre all’orecchio, e non puoi fare nulla se non ascoltare.

* La famiglia di Mona Abu Sharekh è originaria di Ashkelon (suo padre è stato espulso dalla sua terra nel 1948). Mona ha studiato letteratura inglese all’Università Islamica di Gaza dal 2001 al 2005 e ha successivamente fatto un master in amministrazione nella stessa università. La sua prima raccolta di racconti, What the Madman Said, è stata pubblicata nel 2008 dal sindacato degli scrittori palestinesi e racconta la vita a Gaza poco dopo la seconda intifada (2006-2007). La sua seconda raccolta, di recente pubblicazione, si intitola When I cut Off the Head of Gaza e racconta le donne palestinesi.
Attualmente sta lavorando a un romanzo sui bambini abbandonati perché nati fuori dal matrimonio. Ha lavorato come direttore di progetto per molte ong palestinesi e la sua scrittura attinge alla sua esperienza nel sociale.

QUI la versione in inglese dell’articolo

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