Il terrorista non è un Robin Hood

La polemica. Quale giustizia si può basare sul terrore? Sulla violazione dei più elementari diritti umani, a partire da quelli delle donne

Giuliana Sgrena, il manifesto redazione • 21/8/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 3417 Viste

Baste­rebbe una sola imma­gine per rispon­dere all’intervento di Angelo d’Orsi apparso ieri su il mani­fe­sto, quella del gior­na­li­sta ame­ri­cano James Foley, poco prima di essere sgoz­zato, accanto al suo giu­sti­ziere che enun­cia in per­fetto inglese le moti­va­zioni dell’esecuzione: i bom­bar­da­menti di Obama. D’Orsi imma­gini per un momento di tro­varsi nella stessa situa­zione, che potrebbe capi­tare a qual­siasi ita­liano che si tro­vasse in Siria o in Iraq, soprat­tutto se oggi Renzi in visita a Bagh­dad e Erbil annun­cerà l’aiuto militare.

La «colpa» di Foley è quella di essere sta­tu­ni­tense, è suf­fi­ciente per essere sgoz­zati? Per i ter­ro­ri­sti sì. Il ter­ro­ri­smo isla­mico esi­ste, pur­troppo. E le prime vit­time sono stati pro­prio i seguaci di Franz Fanon in Algeria.

Forse non si rie­sce nem­meno a imma­gi­nare che per chi si trova in una situa­zione simile a quella di Foley a fare la dif­fe­renza è pro­prio il tro­varsi nelle mani di terroristi (come quelli dell’Isil, Stato isla­mico in Iraq e nel levante) o meno. Il pro­blema è che oggi in Iraq non ci sono più com­bat­tenti per la libe­ra­zione del pro­prio paese dall’occupazione (gli Usa si sono o si erano riti­rati) ora a com­bat­tere per il Calif­fato (potere) sono i jihadisti.

Erano stati pro­prio i gruppi sun­niti a com­bat­tere i qae­di­sti (ricor­date al Sahwa, i con­si­gli del risve­glio?) dopo le nefan­dezze com­messe a Fal­luja con­tro la popo­la­zione. E non erano ancora arri­vati agli orrori che stanno com­met­tendo con­tro yazidi, cri­stiani (anche loro colo­niz­za­tori o colo­niz­zati?) e altri, soprat­tutto donne, con­si­de­rate bot­tino di guerra. E trovo aber­rante citare la lotta par­ti­giana, che nulla ha a che fare con quanto suc­cede ora in Iraq.

L’Isil nasce pro­prio da quel gruppo di ispi­ra­zione qae­di­sta rifu­gia­tosi a Mosul e rior­ga­niz­za­tosi per com­bat­tere in Siria.

In Siria l’Isil si è arric­chito di armi, com­bat­tenti e soldi arri­vati via Tur­chia dai paesi del Golfo, dalla Libia e da tutto il fronte occi­den­tale anti-Assad.

La mio­pia degli occi­den­tali è sem­pre quella di soste­nere chi com­batte i «nostri» nemici: così è stato creato bin Laden con­tro i comu­ni­sti in Afgha­ni­stan, Israele ha soste­nuto la nascita di Hamas con­tro l’Olp, si sono soste­nute le varie mili­zie anti-Gheddafi che hanno tra­sfor­mato la Libia in un campo di bat­ta­glia, etc.

Fin­ché l’occidente si è accorto di non avere un inter­lo­cu­tore siriano pre­sen­ta­bile come alter­na­tiva ad Assad per­ché l’opposizione in Siria oggi è rap­pre­sen­tata da jiha­di­sti, in gran parte stra­nieri e non solo arabi, ma anche euro­pei e sta­tu­ni­tensi. Pro­prio dalle zone occu­pate in Siria l’Isil ha comin­ciato a creare il suo Calif­fato (sfrut­tando risorse e impo­nendo la zaqat del 10 per cento, ele­mo­sina che cor­ri­sponde a una tassa). E a dimo­stra­zione che l’Isil non usa solo la sci­mi­tarra per sgoz­zare ma sa sfrut­tare anche il web, ha lan­ciato una cam­pa­gna di pro­pa­ganda che frutta molte dona­zioni da tutto il mondo, tanto da diven­tare auto­suf­fi­ciente prima ancora di acca­par­rarsi i 425 milioni di dol­lari custo­diti nella banca cen­trale di Mosul.

Risorse anche ener­ge­ti­che, ma ora pare che la diga di Mosul sia stata ricon­qui­stata dai pesh­merga kurdi, con le quali si pos­sono ricat­tare sia il siriano Assad che il futuro capo di governo ira­cheno, soldi per pagare i jiha­di­sti, molto di più di quanto non siano pagati i mili­tari siriani e ira­cheni, sono le basi del Calif­fato del Levante che dovrebbe rove­sciare i con­fini desi­gnati a tavo­lino dalle grandi potenze.
La man­cata oppo­si­zione all’avanzata del califfo al Bagh­dadi nell’Iraq sun­nita è dovuta alla poli­tica discri­mi­na­to­ria del governo di al Maliki e a un eser­cito che esclu­deva i sun­niti, ma non a un’adesione della popo­la­zione all’ideologia dei ter­ro­ri­sti. Cer­care di ana­liz­zare que­ste realtà ci per­mette di capire la natura di que­sti movi­menti che fanno del ter­rore la loro arma prin­ci­pale e che nulla hanno a che vedere con una lotta di libe­ra­zione. Di fatto quello che si sta deli­neando in Iraq con l’aiuto mili­tare Usa e occi­den­tale ai kurdi rea­liz­zerà pro­prio il dise­gno ame­ri­cano per­se­guito fin dalla prima guerra del Golfo (1991) con la crea­zione delle no fly zone, ovvero la spar­ti­zione etnico-confessionale dell’Iraq.

Riflet­tere poi sul nesso tra giu­sti­zia sociale e ter­ro­ri­smo come ci sug­ge­ri­sce d’Orsi è sem­pli­ce­mente para­dos­sale: quale giu­sti­zia si può basare sul ter­rore? Sulla vio­la­zione dei più ele­men­tari diritti umani, a par­tire da quelli delle donne? Chi si illude che al Bagh­dadi si tra­sformi in un Robin Hood non ha idea di cosa sia uno stato isla­mico che, tra l’altro, in campo eco­no­mico sostiene il libe­ri­smo puro: la pro­prietà è di dio e nes­suno può met­terne in discus­sione la distribuzione.

Che i jiha­di­sti non siano gli unici ter­ro­ri­sti in que­sto mondo è vero come è vero che non si è mai tro­vata una for­mu­la­zione con­vin­cente sul ter­mine ter­ro­ri­smo, ma non si può con­fon­dere un com­bat­tente armato delle guerre di libe­ra­zione con un ter­ro­ri­sta. E cer­care di “sal­vare” i ter­ro­ri­sti usando il lin­guag­gio nazi­sta per defi­nire i par­ti­giani è un’aberrazione sto­rica. I fatti devono essere con­te­stua­liz­zati, tanto è vero che oggi nes­suna lotta armata ha più pos­si­bi­lità di suc­cesso con­tro gli arma­menti moderni, nem­meno i viet­na­miti ce la fareb­bero pro­ba­bil­mente. Sono anche con­vinta che l’unica arma in grado di desta­bi­liz­zare le potenze supe­rar­mate sia il ter­ro­ri­smo, ma le vit­time del ter­ro­ri­smo sono come quelle delle guerre i civili e la civiltà. Per que­sto penso che la non vio­lenza, l’interposizione di forze non armate, sia l’unica solu­zione, anche per non disu­ma­niz­zare donne e uomini vit­time delle bombe ame­ri­cane ma anche dei taglia­gole jihadisti.

Inviare armi ai pesh­merga kurdi ser­virà solo a rifor­nire il già fio­rente super­mer­cato, che va dalla Libia all’Iraq, pas­sando per la Siria dove si com­pra per poco qual­siasi arma­mento, salvo poi magari fra qual­che anno porsi il pro­blema della pre­senza di uno stato kurdo supe­rar­mato nella regione».

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