Breviario di guerra

Breviario di guerra

Scopo di questo scritto non è seminare il panico o indulgere in disfattismo, quanto piuttosto prepararsi per possibili eventi futuri.

Molte considerazioni sono personali.

Molte possono essere sbagliate, o possono essere ipotesi da verificare.

Ma servono a descrivere concatenazioni fattuali, nessi causa effetto, e credo che il quadro generale sia rappresentativo di una possibile realtà prossima ventura.

Non bisogna farsi fuorviare dal tono scherzoso dei primi paragrafetti “Pff..”.

Il tema è molto serio. Anche se la gradazione di catastrofe può essere molto variabile.

E può sempre darsi che io non abbia capito nulla.

 

Hard crashing

E’ il contrario del soft landing. Americano, ma in realtà di tutto il mondo occidentale.

Di soft landing si è parlato tanto e poi è sparito.

Io sono sempre convinto che si potesse fare,  ma la mia visione evidentemente prescinde dalla natura dell’animo umano.

Diciamo che a malincuore devo credere che fosse utopistica.

Per cui può anche essere che siamo arrivati al punto che sia necessario mettersi nell’ordine di idee di una soluzione traumatica che spazzi via lo status quo e che costringa tutti a ripartire daccapo.

In realtà credo che qualcuno ci abbia già pensato, per cui a poco serve cercare di immaginarsela tutti quanti.

Si può solo cercare di fare qualche ipotesi di previsione.

Considerando che la conoscenza di un problema grave, ne attenua gli elementi di panico che esso può generare.

A questo serve questo scritto, quindi.

Ad essere preparati almeno in parte nel caso in cui quanto scrivo sia vero.

 

Click !

Un rumore familiare.

Inizia così.

Ma non è una pistola. Non è un fucile.

E’ peggio. E’ una tastiera.

Il Generale Ov ha appena aperto le danze.

Le pompe si fermano con soltanto un piccolo ritardo temporale, sufficiente a strappare a Ov un sorriso di compiaciuta perfidia.

E’ inverno. Ov ci è abituato. Lui sa che il Generale Inverno è il suo generale migliore.

 

Pff…

Qualche istante dopo la sciura Pina Brambilla si sta avvicinando al fornello per preparare la tradizionale cassoeula di inizio inverno.

Gira la manopola del gas e il massimo che ottiene è qualche secondo di uno sfiatato “pff…

Sveglia tutta la sua bile e si bestemmia da sola : “bruta vecia vaca porca” che storia l’è chesta qui.

Mi sun qui che lauri. mi paghi le tasse, beh almeno ogni tanto, e Roma ladrona mi ruba pure il gas ?

Si affaccia al balcone e urla : “Uè ma qualcuno mi sa dire cosa succede ? Come me prepari la cassoeula?

Bisogna sapere che nella scala dei bisogni di Milanslow, la cassoeula corrisponde al latte in polvere per i bambini africani. E’ imprescindibile per la sopravvivenza del lumbard.

Risponde la vicina : Uè Pina, Tsu-no-mi.

Senza ancora immaginare quanto profetica sia la sua risposta.

Ancora non immagina lo Tsunami che si sta per abbattere su noi tutti.

Pochi minuti, e anche la caldaia del riscaldamento si ferma. Per la seconda volta in pochi minuti un “pff…” pesantissimo, a dispetto della sua origine volatile.

Pochi minuti e in casa di Pina inizia a scendere la temperatura.

Pina inizia a imprecare.

 

Pff.. 2

Negli stessi momenti Gennaro Esposito si sta avvicinando al fornello per iniziare a preparare il tradizionale ragù domenicale.

Gira la manopola del gas e anche lui il massimo che ottiene è qualche secondo di uno sfiatato “pff…

Lui ha geneticamente meno bile a disposizione, e gli esce solo “mannaggi’a maronna. Comme facimmo ‘mo?”

A Napoli, senza ragù la domenica si rischia davvero di sfociare in scontri di piazza.

Anche da lui dopo pochi secondi la caldaia si ferma.

A Napoli è meno drammatica che a Milano.

Ma resta il problema della domenica senza pummarola.

A Napoli, da secoli, il ragù, e la pummarola in genere, sono strumenti di controllo e coesione sociale.

Il ragù assicura obnubilazione di massa.

C’è chi dice addirittura che sia stata deliberatamente diffusa una varietà di pummarola geneticamente modificata e contenente geni oppiacei.

Pare che sia stato tramite i migranti finiti nel casertano.

Tutti farciti di eroinacei, li hanno rilasciati pisciando sui pummaroli, che ora chiamano Erodori.

E’ una nuova frontiera di terrorismo. E’ Uroterrorismo.

 

Pff..3

Anche a Palermo Carmelo Picciotto si trova nella stessa situazione.

Lo sfincione lo ha già pronto, e il tempo è bello. Fa caldo.

Quindi, in fondo, “che minchia ce ne fotte”, pensa Carmelo?

Abile nell’arte del vedere il bicchiere mezzo pieno per genetica adattiva, gli viene in mente : “vuoi vedere che se il petrolio segue il gas e va a 200 dollari al barile risolviamo anche l’annoso problema di Palemmo? Il traffico.

Devo sincerarmi che non ci siano troppe riserve nascoste, però.

Altrimenti qua continueranno tutti ad usare la macchina invece delle moto a scureggetto, che son fastidiose all’udito, ma consumano poco; di petrolio ne basta un dito.

“Caro cugino come va in Val d’Agri ?”

Ma ce l’avete davvero ‘u petroglio ?

Azz, dici che di recente hanno detto che è una delle più grandi riserve d’Europa ?

Ma mi vuoi dire che ti troverò a cavallo e nu cammello c’o turbante e ‘o narghilè ?

Va a finire che facciamo anche noi il nostro califfato ? Il califfato lucano ?

Ma sei sicuro che i diritti e le concessioni di estrazione siano ancora italiani ?

Vabbè, trivellate poco però.

Che qua bisogna insegnare a tutti a non usare più la macchina.

 

Pff..4

Negli stessi istanti, anche in Parlamento si ferma il riscaldamento.

Il primo che se ne accorge è il “deputato zero”, che sbotta.

Oh cazzo : vuoi vedere che non scherzavano niente ?

Vuoi vedere che dopo mesi e mesi di avvertimenti questi ci hanno davvero tagliato il gas ?

E adesso ?

Adesso : Evviva ! Dentro fa freddo. Tutti fuori a far vacanza. Come quando eravamo a scuola!

Come sempre il deputato zero ben rappresenta buona parte della sua casta.

Non ha capito niente.

Bang !

Tutti restano concentrati sul problema del gas, che in effetti è un bel problema.

Passa così inosservata la controffensiva (o paraoffensiva) globale sul fronte del petrolio.

Sempre li attorno si gira.

Solo Carmelo ci aveva pensato.

E’ da un po’ che è spuntata dal nulla anche questa famigerata ISIS.

Come un fungo propedeutico a farsi bombardare, propaganda un sedicente califfato o stato Islamico, che per inciso di islamico non ha nulla.

E comunque  pare che siano 30.000, contro più di 1 miliardo di mussulmani.

Hanno ragione quelli che dicono che è sbagliato già solo accettarne la definizione di  “islamico”. E’ la porta all’odio razziale, e a conseguenti strumentalizzazioni anche di guerra. Storia già vista.

Comunque, a colpi di missili, obbligano l’occidente a tirare loro addosso delle bombe, a sparargli.

O fanno finta di obbligarli.

Sempre a suon di : Bang !

Di sicuro controllano qualche pozzo.

Ma altrettanto di sicuro, non tutti. Anzi, direi pochini.

La vera domanda quindi è : se il petrolio va a 200 dollari chi ci guadagna ?

E quindi, Isis per chi lavora ?

E infine, tutti questi enfatizzati reclutamenti occidentali cosa vogliono dire ? Nascondono qualcosa ? Qualche sospetto è legittimo.

 

Wayout !

Questo è il rumore del riassetto dei macroblocchi geopolitici.

Questo è forse il rumore di un progressivo disimpegno USA?

Un ritiro verso un impero  più vicino a casa loro ?

Ad esempio verso un insieme panamericano tipo Nafta (North American Free Trade Agreement: Canada, Mexico and the United States of America) + Mercosur (Southern Common Market: Argentina, Brazil, Paraguay and Uruguay). Tanto per fare qualche ipotesi.

Chissà.

Di sicuro però, bisogna considerare la questione demografica.

L’insiemistica imperiale di oggi deve tenere conto del fatto che siamo 7 miliardi, e se ipotizziamo 5 blocchi imperiali, ognuno conterebbe circa 1,4 miliardi di persone.

Più o meno quanto tutto il mondo ad inizio 1900.

E questa non è un dimensione astratta.

Questo è il dato di quanto grande possa essere ogni mercato interno.

Insomma, c’è posto (e soprattutto domanda e consumi interni) per tutti.

Si ricordi che il mercato interno è una delle leve di forza storiche dell’economia USA, ad esempio.

Ed è fonte di indipendenza e autonomia.

Chi ha il suo vero mercato interno può anche permettersi di essere autarchico.

A patto di avere l’energia e il cibo, in primo luogo.

Quindi, certamente la concomitanza di eventi sui due fronti, gas e petrolio, sembra anche propedeutica ad una  spartizione, o nuova ripartizione, coordinata delle fonti energetiche e delle aree di influenza.

USA, Russia e Cina ?

Ma in fondo a Pina, Gennaro e Carmelo che gli frega ?

Francia o Spagna, purchè se magna.

 

Din !

E’ il rumore dei soldi.

Pina e Gennaro, al contrario di Carmelo, non si erano preoccupati di tutte le conseguenze del taglio del gas.

Solo degli effetti pratici.

Ma il giorno dopo il gas inizia a costare 10 volte di più.

E il petrolio ha raddoppiato il prezzo.

Cosa succede quindi ?

Nessuno può più permettersi la macchina.

Il gas domestico deve essere centellinato.

I prezzi delle bollette industriali vanno alle stelle.

Il sistema produttivo resiste solo nei comparti ad alta incidenza di manodopera.

Agricoltura, artigianato, manifattura di piccola scala.

La grande industria è alle corde.

Tra prezzi schizzati in alto e i tagli all’offerta non riesce ad avere abbastanza energia per funzionare e quella che riceve è carissima.

Qualcuno sogghigna pensando alla Germania. La Germania si scoprirà alla fine  per la sua rigidità ?

Noi ci salviamo, in parte, con il nostro tessuto di PMI, ma la grande industria pesante come farà?

Non è che ci sia tanto da gioire, ma forse un piccolo respiro di parziale sollievo nazionale ci può stare.

Il nostro PIL è fatto come segue. Solo il 25% è industriale (351 miliardi). E di questo buona parte non è da grande industria.

Settore Produzione 2011 PIL 2011 (= VA) % su tot. 2011 PIL/Produzione
Servizi finanziari 345.130 270.949 19% 79%
Servizi pubblici 338.019 239.228 17% 71%
Servizi commercio 313.636 151.512 11% 48%
Industria pesante 475.110 97.758 7% 21%
Servizi altri 175.547 95.128 7% 54%
Industria leggera 311.537 90.735 6% 29%
Industria costruzioni 213.952 84.502 6% 39%
Servizi consulenze 146.490 83.527 6% 57%
Servizi logistica 202.252 78.368 6% 39%
Servizi turismo 126.558 60.344 4% 48%
Servizi Tlc e informatica 92.931 47.271 3% 51%
Industria utilities 129.054 28.639 2% 22%
Agricoltura 52.426 28.156 2% 54%
Industria alimentare 123.163 25.213 2% 20%
Industria leggera tessile 103.866 24.585 2% 24%
Servizi R%D 11.676 7.537 1% 65%
Totale complessivo 3.161.347 1.413.451 100% 45%
Industria 1.356.682 351.432 25% 26%

 

I dettagli per settore sono in : http://cloeconomie.blogspot.it/2014/08/2014-08-26-sistema-italia-la-trilogia.html

Ma la domanda è : quanto ne perdiamo ?

Bisogna ipotizzare almeno due fattori distinti di blocco di produzione.

  1. Un fermo macchine completo per assenza di energia, che ipotizzeremo in 30/60 giorni, lungo un arco di tempo da individuare, il quale inciderà fino a 2/12 rispetto al PIL annuale. Sono fino a 50 miliardi considerando, in maniera approssimata, tutta l’industria.
  2. Una contrazione di produzione dovuta a crollo da panico nei consumi interni. Azzardiamo un – 30%, che vale circa 100 miliardi

In totale sono 150 miliardi. Il 10% del PIL totale. Tutto sommato sembra ancora accettabile.

Certo è che se il primo colpo potrà arrivare all’industria, gli altri settori anche avranno poco da star allegri.

Basta immaginare : turismo, commercio, servizi vari. Chi continuerà a comprarli ?

In situazione di reale economia di guerra tutto si contrae. La propensione al consumo crolla.

Normalmente è la produzione bellica che si espande, cosa che per altro appare inverosimile in una guerra immateriale. E speriamo che almeno rimanga solo tale.

Ma per ora accantoniamo l’idea. Per ora concentriamoci sull’industria.

Quelli che sembravano dei comparti “sfigati” invece da noi continuano a girare: alimentare, artigianato, manifattura, agroindustria.

Sono quelli che “viaggiano” su consumi e domanda interna.

Nei paragrafi seguenti si trovano alcune ipotesi di quantificazione del blocco in altri settori.

 

Autarchia

Questa è una considerazione specifica. Forse è sbagliata, ma io la vedo così. Di sicuro il ragionamento vale anche per molte altre nazioni. Vale la pena di farci un pensiero. Proprio per una situazione di guerra.

Ci si ritroverebbe a ragionare come per l’insiemistica imperiale, ma su scala più piccola. 5/7 macroblocchi e xxx paesi microblocchi.

A questo punto la domanda è: l’Italia è un microsistema potenzialmente autarchico ? Possiamo restare in piedi da soli ?

Il nostro sistema di PMI è flessibile e produce quello che ci serve per la sussistenza.

Produciamo l’agroalimentare. Anche se importiamo grano, in ipotesi di minori consumi forse ci stiamo dentro.

In ogni caso abbiamo un’agricoltura con ampio margine di crescita.

Importiamo energia, certo, ma anche in questo caso in ipotesi di contrazione di consumi forse ci stiamo dentro in larga parte con idroelettrico e riserve di petrolio e gas nazionali.

Abbiamo un sistema bancario autonomo, quello nato con le banche di interesse nazionale.

Abbiamo scuole, sanità e pensioni.

Abbiamo le TLC (?)

Abbiamo l’informazione (…..)

Ovviamente abbiamo i trasporti e le auto.

Insomma, in ipotesi di attacco, forse possiamo resistere da soli.

 

Exp !

E’ il rumore dell’export.

Perché attenzione: in un sistema adattivo complesso tutto è collegato.

Se la Germania crolla, noi ci perdiamo 50 miliardi di esportazioni.

Come nostri clienti seguono subito a ruota Francia (43 mld) e Stati uniti (26 mld). Il dettaglio totale è in “2014 08 29 – Geopolitica, insiemistica imperiale, commercio e guerre.

In ogni caso è verosimile che tutti si “richiudano in se stessi”.

Facendo un’ipotesi, in un battibaleno ci potremmo trovare a 200 mld di esportazioni rispetto a quasi 400 di prima. Se va bene.

 

Imp !

A questo punto diventa fisiologica la necessità di ridurre le importazioni.

Ma tutto sommato forse è meglio così ?

Considerato che la bolletta energetica, che pre-crisi pesava per 70 miliardi, potrebbe forse essere ben più cara, dovremmo tagliare altrove.

Allo stesso link di “Exp !” ci sono anche i dettagli delle importazioni, qui sotto riportati.

In tabella qui di seguito ci sono 300 miliardi (senza energia) di potenziale produzione e consumo nazionale.

Liberi di scegliere. Ma la domanda da porsi sarà : “cosa compro all’estero di davvero indispensabile ?”

Sapendo che se davvero dovessi perdere 200 miliardi di esportazioni e pagarne 100 in più di energia, per andare a pareggio dovrei tagliare proprio 300 miliardi di importazioni.

Facendo anche  una particolare attenzione a quanto tempo ci metterei a farlo e a riconvertire quegli acquisti in produzione locale.

Il tempo comporta costi. Ogni cifra annuale andrebbe immaginata frazionata mensilmente, in modo da essere più gestibile.

 

Bilancia corrente 2013. Esportazioni e importazioni

Settore Exp Imp Bilancia
Prodotti industria estrattiva – oil & gas 1.195 -59.339 -58.144
Sostanze e prodotti chimici 25.514 -34.667 -9.153
Prodotti della metallurgia 27.312 -28.406 -1.094
Prodotti alimentari, bevande e tabacco 27.468 -28.037 -569
Autoveicoli, rimorchi e semirimorchi 26.447 -24.148 2.299
Macchinari ed apparecchi meccanici 71.597 -22.282 49.315
Computer, apparecchi elettronici e ottici 12.272 -22.171 -9.899
Articoli farmaceutici e chimico-medicinali 19.625 -20.569 -944
Apparecchi elettrici 20.227 -12.874 7.353
Prodotti dell’agricoltura 5.973 -12.652 -6.679
Coke e prodotti petroliferi raffinati 16.355 -12.232 4.123
Altri prodotti 9.182 -12.196 -3.014
Articoli di abbigliamento 17.785 -11.553 6.232
Articoli in gomma e materie plastiche 13.897 -8.517 5.380
Prodotti delle altre industrie manifatturiere 7.443 -6.870 573
Prodotti in metallo 18.172 -6.758 11.414
Carta e prodotti di carta 6.203 -6.288 -85
Prodotti tessili 9.400 -6.156 3.244
Altri mezzi di trasporto 10.716 -5.253 5.463
Calzature 8.395 -4.437 3.958
Articoli in pelle (escluso abbigliamento) e simili 9.391 -4.388 5.003
Vetro, ceramica, materiali non metallici per l’edilizia 9.321 -3.170 6.151
Legno e prodotti in legno e sughero no mobili 1.510 -2.879 -1.369
Gioielleria, bigiotteria e pietre preziose lavorate 6.048 -1.911 4.137
Mobili 8.356 -1.575 6.781
Totale 389.804 -359.328 30.476

 

Oil !

La grande industria arranca anche da noi, ma ecco un coniglio dal cilindro: la Basilicata !

Il più grande giacimento di petrolio dell’Europa continentale, secondo Wikipedia

http://it.wikipedia.org/wiki/Ricerca_e_produzione_di_idrocarburi_in_Italia

Ecco che nel periodo di intervallo del perdurare di questa catastrofe economica entra in gioco un concetto ai più oramai desueto.

Quello delle riserve strategiche.

In primis quelle energetiche.

Non per niente vengono definite strategiche.

Perché servono proprio in tempo di guerra, e sopratutto perché sono un vero bene primario.

E potrei anche immaginare che si possano utilizzare anche se non ancora perforate e in estrazione effettiva.

Si possono fare degli accordi commerciali per cui cedo riserve ad utilizzo futuro a fronte di energia immediata.

Insomma per qualche tempo forse si dovrebbe tirare.

 

Plop !

Non è mica finita, anzi è appena iniziata.

Plop è il rumore che fa una bolla di sapone quando scoppia.

E lo fa anche una bolla finanziaria.

Chissà quante ce ne sono al mondo ?

Il punto è che se l’economia reale si arresta e il PIL ad esempio scende del 20%  tutto il sistema finanziario, che tra l’altro è strutturato a leva (con il debito) rispetto al sottostante reale, crolla di conseguenza e in misura più che proporzionale proprio perché gravato dalla leva.

Ovviamente più una attività finanziaria è “gonfiata” più grande sarà il crollo.

Ma nel nostro caso è ancora più semplice.

Non devo neanche fare scoppiare le bolle. Lo faranno da sole.

Si immagini che per il blocco del PIL,  il 20% dei prestiti concessi dalle banche al sistema di botto non  rientri nelle banche stesse.

Esiste una sola possibilità: che defaultino anche le banche, con una reazione a catena di proporzioni bibliche.

Bolle o non bolle.

A questo punto ci perdiamo un’altra bella fetta di PIL.

Il settore finanziario in Italia  incide per 270 miliardi all’anno.

Se va bene ne resta in piedi la metà ? Non so, sono davvero ipotesi da tirare come i numeri al lotto.

Ma per un -50% quasi quasi ci metterei la firma.

Ipotizziamo quindi , di perdere altri 150 miliardi di PIL, che aggiunti ai 150 industriali ci portano a – 300.

Senza considerare possibili deficit nella bilancia dei pagamenti, e assumendo che si riesca a mantenerla da subito almeno in pareggio.

Il nostro Pil, passa da 1.500 a 1.200 miliardi.

Ogni italiano perde: 300 mld/ 60 milioni = 5.000 euro/anno

E non si può far niente.

Bisogna solo trovare il modo di starci dentro.

 

Frr!

Ma prima ancora si deve considerare che il crollo delle banche scatenerebbe la classica reazione a catena che possiamo rappresentare con il concetto di “corsa agli sportelli”.

Frr è il rumore dei soldi che escono dal bancomat.

Quel rumore tanto caro e oramai dato per scontato.

Fino a che non ci ritroviamo davanti ai bancomat vuoti, appunto.

Questa corsa agli sportelli ha senso ?

In termini probabilistici assolutamente no.

Le banche hanno riserve per una frazione del totale della loro raccolta (depositi), per cui sarebbero solo pochissimi ad arrivare in tempo.

Ma questa è statistica.

Ovvio che la paura è un’altra cosa.

Resterebbe la consolazione di potere ripensare per il futuro ad un sistema bancario e finanziario differente.

Ma intanto il sistema attuale verrebbe raso al suolo quasi del tutto.

Si bloccherebbe tutto, e si dovrebbe solo contare sulle riserve eventuali detenute dalle banche o su quelle di Stato, convertite in una qualche forma di moneta, seppur insufficiente.

Senpre ammesso che le banche di riserve ne abbiano ancora e che non siano state prosciugate dalla corsa agli sportelli

E’ possibile che si ritorni al baratto ?

Chi lo sa. Magari si. E magari scopriremmo che il baratto richiede un’interazione personale ed è fonte di aggregazione sociale. Al contrario di un bancomat.

Ma è impossibile fare previsioni realistiche. Almeno per me.

Giusto per amor di completezza contabile, dobbiamo però fare un’ipotesi.

Ipotizziamo di perdere altri 100 miliardi di PIL finanziario.

In totale siamo a – 400.

Sempre se la bilancia commerciale resta in pareggio.

E chiudiamo il paragrafo con una domanda : e l’Euro in tutto ciò che fine fa?

 

Swift !

Ma ammettiamo pure che il sistema finanziario a questo punto abbia resistito per qualche miracolosa alchimia contabile.

E’ assai verosimile che chi aspetta (o ha creato)  il crash, lo faccia per fare shopping.

E se i prezzi non sono scesi abbastanza, abbia un piano di riserva.

Questo è facile ed è sempre incentrato sulle riserve monetarie.

Ho già detto che una possibile guerra finanziaria assomiglierebbe normalmente ad una partita di backgammon.

Ma questo vale in un sistema stabile.

In un sistema in crisi, che già si sta avvitando su se stesso, avere a disposizione le riserve comporta possibilità di intervento (acquisto) molto più drastiche (efficaci).

Ogni importo disponibile vale molto di più che in condizione di stabilità, proprio perché si sa già che a breve termine ogni prezzo di acquisto sarà più basso.

Si può giocare allo scoperto, e tenersi le riserve per lo” shopping da fondo” o “a strascico”

A questo punto va spiegato il titolo : sono uscite di recente notizie su di una possibile uscita o estromissione della Russia dal circuito interbancario Swift.

La Russia ha dichiarato che se lo farà per conto suo, mi pare.

Probabile che lo abbia già, altrimenti sarebbe una dichiarazione suicida.

Ciò a me evoca due cose :

  1. un nuovo impero in stasi ma già pronto
  2. società detentrici di riserve occulte invisibili e quindi inattaccabili e inconoscibili (quanto valgono ? quanti soldi hanno in pancia ?)

 

Bot !

Questo invece è un suono davvero.

Ed è pure onomatopeico : “Bot : cazzo che Bot!

E’ il suono del default.

Inevitabile, perché anche ammettendo di fare grossi tagli alle spese dello Stato (paragrafo cut !), questi non si faranno istantaneamente.

Se defaultiamo, bisogna aspettarsi tassi di rifinanziamento almeno al 10%.

A quel punto il break even (il tasso di pareggio) con la situazione attuale si colloca a 1.000  miliardi di debito, rispetto ai 2.170 attuali. Questi 1.000, costerebbero 100 miliardi di interessi all’anno. Come adesso. Un po’ di più.

Forse allora ha più senso un congelamento o una ristrutturazione del debito nazionale, dei residenti persone fisiche, al limite con il pagamento di soli interessi per un certo numero di anni, ad esempio.

Perché se devo defaultare, tanto vale immaginare un futuro del tutto senza debito.

E se deve pagare qualcuno, tutto sommato meglio le banche che i cittadini.

In ogni caso si deve ricordare che un default, rappresenterebbe sempre un’occasione di acquisto per qualcuno.

E si ritorna sempre al tema di chi sarà che potrà fare shopping.

 

Drin !

Questo è il suono di una domanda.

O meglio di una sveglia, che ci sveglia dall’incubo.

Quanto può durare tutto ciò ?

Quando suonerà la sveglia a decretare la fine e il nuovo assetto mondiale ?

Io non ne ho davvero idea.

 

Cash !

Una cosa è certa. Più dura, più ci affossa, e meno costerà comperarsi le nostre macerie.

E chi è che può comprarsele ?

Ammesso e non concesso che gli USA siano in uscita (paragrafo wayout!) chi rimane con tante riserve da potersi presentare come compratore che con pochi spiccioli, ma pronti sull’unghia, si accaparri il meglio ?

La Cina, in primo luogo. E’ il Paese con maggiori riserve ufficiali.

Ci sarebbe il Giappone, ma abbiamo già visto che le usa per nettare il debito. In pratica ci fa carry trade (si chiama così). Prende soldi a prestito a tassi prossimi a zero e li reinveste in prodotti finanziari presumibilmente redditizi. Dallo Stato nazione allo Stato finanziaria.

Ma tutto ciò senza contare la rete di risorse occulte parcheggiate offshore, naturalmente.

Ad esempio, al riguardo, dai dati del FMI la Russia avrebbe soltanto 200 miliardi di debito lordo e zero di netto. Per differenza, vorrebbe dire 200 miliardi di riserve.

Tanto per fare un paragone, l’Italia ne avrebbe di più: 335 miliardi secondo il FMI, con il debito a 2.034 (la correlazione debito-riserve la spiego più avanti).

Mi pare davvero improbabile che noi abbiamo più riserve della Russia.

Molto più plausibile che le loro siano disseminate chissà dove in giro per il globo.

In ogni caso, grazie all’uscita dallo swift, le riserve russe potrebbero essere e restare parcheggiate a disposizione in una rete  parallela inattaccabile e imperscrutabile.

Tutto ciò senza contare che anche ammettendo che gli USA siano in uscita, le prime riserve ufficiali del mondo le hanno loro.

Ed è improbabile che gli inventori del capitalismo non sfruttino i saldi per fare shopping.

Insomma i futuri “shoppers” secondo me sono sempre gli stessi. In primo luogo USA, Cina e Russia.

E poi chissà.

 

Bit !

Non è mica ancora finita, però.

Questo è il rumore della cyber-war, di cui mi parlano spesso.

Attacchi informatici. Ma a cosa servono ? A rubare i dati personali ? A sapere che porno guardiamo? Io non credo. O  meglio, si lo credo, ma per finalità diverse da quelle ritenute vere da noi gente comune.

Credo invece innanzitutto che gli attacchi che possano rientrare nella citata logica di shopping di guerra.

Non è solo questione di siti internet, di e-commerce, o cose simili.

Quelli sono in larga parte i contenuti.

Quello che veramente ha valore in tema di telecomunicazioni sono le reti. L’hardware.

E ha valore in primo luogo perché non li posso rifare.

Ipotizziamo la rete Telecom. Dorsali e doppini dell’ultimo miglio.

Quelli che arrivano in casa. Nascono decenni fa e non sono replicabili. È impensabile ricostruire la rete una volta della Sip, tanto per capirsi.

E questo discorso vale per qualsiasi rete: elettrica, del gas, di trasporti. Il loro controllo è strategico.

Ma qui prendiamo in considerazione solo quelle TLC (telecomunicazioni).

Se qualcuno volesse conquistare  la rete Telecom, ad esempio, potrebbe sottoporla ad attacco fino a bloccarla (ad esempio per 60 giorni in un arco temporale da individuare) e fino a diffondere le notizie del furto di dati personali.

Otterrebbe un duplice effetto :

  • la fuga, o almeno il mancato pagamento degli utenti per il servizio che non funziona
  • la fuga degli utenti per la paura da mancata privacy.

Come in altri esempi citati, il prezzo di Telecom crollerebbe e la stessa sarebbe scalabile a prezzo di saldo.

Ma non solo.

Tutto il settore si bloccherebbe, o rallenterebbe, con un crollo conseguente del PIL del comparto tlc seppur temporaneo.

Il PIL da tlc e informatica vale 47 miliardi di euro all’anno.

Non sembrerebbe quindi un grave danno. Ma si deve considerare l’impatto sociale. Oramai siamo “always on”. E’ una droga. Un black out del networking avrebbe fortissime ripercussioni sociali.

Il tutto considerando anche che le reti sono concetto assai fumoso, per quanto è dato di conoscere ai più.

Reti, dark o deep web, satelliti, reti radar, militari, web semantico, oscillazioni orbitali, civiltà dell’intelletto.

Sono alcuni esempi di termini poco noti ma sicuramente tutti parte di una macedonia meta-informatica a forte valenza strategica futura, ma ai più oscura.

 

Tax !

Questo non è un suono, le tasse non fanno rumore, ma è onomatopeico al contrario.

Mentre qualche politico già pregusta la vacanza forzata per la chiusura del Parlamento, da dentro il MEF li chiamano agitati.

“Correte, venite dentro, c’è un altro problema !”

Senza parte del Pil, che è sceso di 450 miliardi solo nei comparti industriale, finanza e tlc (senza contare la bilancia commerciale), ci mancano tasse per 200/250 miliardi all’anno

Le spese dello Stato di 400/500 miliardi, non ce le possiamo più permettere.

 

Cut !

Ops…Vuoi vedere che è la volta buona che :

  • si taglia tutto il tagliabile e
  • si tassa tutto il tassabile ?

Può darsi, pensa il deputato zero, ma dovremmo dare  tutti il buon esempio.

Fino a che non avremmo aggiustato questo casino dovremmo lavorare gratis. Cazzo.

Bisognerà anche ricordarsi che lo tsunami è appena iniziato e stavolta o si fa un vero turn around o la gente si incazzerà per davvero.

Il problema è quello di dove tagliare e dove incassare

Si devono preservare la scuola, la sanità e le pensioni.

Altrimenti il futuro sarà inesistente.

Cosa resta ? Tutto il resto.

Altro che spending review. Qua si dovrà entrare dentro con il bulldozer.

Con due implicazioni principali.

  1. Un crollo ulteriore dei consumi. Il settore pubblico vale 240 miliardi di PIL .
  2. L’aumento della disoccupazione da licenziamenti pubblici. Gli impiegati pubblici Statali, su base 12 mesi, sono 1,7 milioni che costano 75 miliardi all’anno.

L’unica consolazione sta nel fatto che dovrò trovare 200 miliardi circa, ma questi possono essere anche da maggiori ricavi.

Non avrò quindi più scuse per giustificare :

  1. l’evasione;
  2. la non tassazione del sommerso.

Se da queste due voci portassi a casa 100 miliardi,  me ne resterebbero da tagliare 100 circa, pari al 25 % delle spese totali.

Il che sarebbe plausibile.

 

Disoccupazione e rebound pensioni

Per arrivare a una sintesi in termini di numeri/persona, vale a dire di maggiori disoccupati e di come li si potrà mantenere, che è pur sempre la vera responsabilità dello Stato,  si deve considerare che le contrazioni di PIL hanno la conseguenza di produrre nuovi disoccupati.

Ma oltre a ciò, nuovi disoccupati comportano minori contributi versati e quindi la necessità di una riallocazione delle pensioni che sono riassunte in : 2014 08 21 – Le pensioni – Dalla welfare review alla dignità minima e nella seguente tabella.

Fino a 1.000 eur Fino a 2.000 eur Oltre    2.000 eur TOTALE
Numero milioni 15,046 5,156 2,378 22,580
Importo miliardi 91,009 87,990 84,274 263,274
Media mensile 504,1 1.422,1 2.952,8 971,6

 

La premessa doverosa è che abbiamo una forte contrazione dell’economia e l’esigenza di garantire la sussistenza a tutti, inclusi i nuovi disoccupati, deve essere soddisfatta con le risorse esistenti.

Non posso usare le riserve, non posso aumentare il debito.

Devo trovare i soldi in casa.

  1. Il blocco del PIL a 1.000 mld invece di 1.500 equivale a una riduzione del 33%. Un terzo.
  2. In termini di minori incassi di contributi, possiamo assumere un terzo di 263 miliardi. Questo vuol dire minori incassi dell’Inps per circa 90 miliardi.
  3. Restano quindi 263-90 = 175 miliardi da gestire.
  4. In termini di disoccupati in più, possiamo assumere un terzo (la riduzione del PIL) dei 21/22 milioni di occupati attuali. + 7 milioni. A cui aggiungere i dipendenti pubblici (una parte di 1,7 milioni). Assumiamo che siano 8 milioni in più in totale.
  5. Le persone/pensioni totali a carico Inps diventano quindi 22,5 + 8 milioni. Arrotondato a 30 milioni.
  6. A questo punto devo considerare che siamo in guerra. Abolisco privilegi e diritti acquisiti e opto per una pensione di sopravvivenza uguale per tutti. Flat. Con buona pace di chi aveva versato più contributi.
  7. Avendo a disposizione 175 miliardi, posso erogare 175 mld/ 30 milioni = 5.800 euro/anno a testa. Pari a 486 euro al mese. Questi senza ulteriori tassazioni a carico.

Per concludere, anche in questo caso avrò una contrazione dei consumi, ma non per la riduzione delle pensioni mensili, bensì per il fatto che non ho più 90 miliardi (quelli da minori contributi) da fare spendere.

 

Economia di guerra

A questo punto val la pena riprendere alcune considerazioni sul concetto di economia di guerra. Prendiamo a riferimento la definizione di Wikipedia.

2.3       Economia di guerra da . http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra#Economia_di_guerra

Nell’economia di guerra, lo Stato nazionale emette una quantità di moneta crescente. Una simile emissione causa svalutazione e iperinflazione che impoveriscono la popolazione e possono arrivare perfino ad azzerare il potere d’acquisto della moneta.

È frequente che i beni essenziali vengano razionati e che il loro ottenimento venga dunque a prescindere dall’uso della moneta.

In vista dei conflitti, gli Stati accumulano riserve anche sotto forma di oro, investimento in sé poco conveniente perché non genera interessi, diversamente dagli strumenti finanziari o da un investimento produttivo. Tuttavia, l’oro conserva il suo valore nel tempo, mentre le valute si possono deprezzare e gli strumenti finanziari sono soggetti a rischio. La disponibilità di oro rappresenta quindi la garanzia che in cambio si potranno ottenere anche in futuro le risorse necessarie per i bisogni della guerra.

In tempo di guerra, la spesa militare è una voce rilevante e spesso predominante della spesa pubblica. Per sostenerla, gli Stati ricorrono spesso all’indebitamento. Il debito contratto verso soggetti esterni allo Stato è in genere denominato in valuta estera o in oro. Mentre il debito contratto in moneta nazionale ne segue le sorti (come il debito italiano nella seconda guerra mondiale, che in termini reali si ridusse a ben poco dopo la fine del conflitto) il debito denominato in altre valute o in oro continua invariabilmente a pesare sull’economia del Paese.

Lo Stato che esce vincitore da una guerra pretende non di rado dallo Stato sconfitto il pagamento di indennità dette riparazioni di guerra[6], che coprono in tutto o in parte le spese sostenute e a volte permettono anche un guadagno monetario. L’origine delle riparazioni di guerra risale all’antichità e si hanno tracce documentate di

 

Sistema Italia – Riserve

Del sistema Italia e relativa autarchia ho già accennato sopra.

Qui vorrei precisare che esiste un dato contabile che conferma la previsione di “guerra”, come accenna anche Wikipedia.

Sono le riserve monetarie o auree. Queste sono un tipico indicatore di preparazione ad una situazione di economia di guerra.

Ho già accennato che con il debito a 2.034 mld secondo il FMI avevamo riserve per 335 miliardi.

Negli ultimi mesi il debito è cresciuto in apparenza fuori controllo fino a 2.170  miliardi.

Vuol dire + 135 miliardi, di cui 40 utilizzati per pagare i debiti pregressi verso enti statali.

E’ una forma di parcheggio. Sempre se  resistono alla tentazione di spending compulsivo.

In totale quindi avremmo quasi 470 miliardi di riserve ufficiali.

Ovviamente la loro limitata dimensione, richiederà un utilizzo controllato.

Queste non possono essere spese.

Serviranno per la ricostruzione. Per investimenti ed erogazione di credito alle iniziative produttive.

Il che confermerà sicuramente una politica di tagli alle nostre spese di stato.

 

Sistema Italia – Funding ulteriori rispetto alle riserve

Il debito è la seconda possibilità di raccogliere risorse.

Utilizzo di riserve e prestiti esteri. Il sistema monetario è chiuso. Queste sono le vie.

Resta da capire chi possa comprare nostro eventuale debito.

Ma forse si può ipotizzare che chi ha le riserve vere possa non solo fare shopping, ma anche lending.

Il mercato che si comperano deve restare in piedi, ovviamente.

Possiamo ipotizzare un piano Marshall russo o cinese ?

Non solo shopping, ma anche lending ?

 

Drone war

In Europa ?

Possibile ?

E speriamo di no, che cazzo.

Non basta quanto sopra ?

Mi viene solo la paura che ci sia qualche palazzinaro, che da noi in Italia sono una specie infestante, che gira con il suo Stealth NanoDrone per tirare giù di nascosto palazzi da potere poi ricostruire.

Ecco, credo che chi dovesse incontrarlo difficilmente saprà trattenersi dallo spezzargli una gambetta.

 

Come ci si salva da tutto ciò ?

Non ci si salva.

Ne si può arginare qualche cosa.

Ma perlomeno si può pensare di prepararsi. Se non altro spiritualmente.

Saranno le fasce più deboli, quelle che non hanno margini di ulteriore contrazione di sopravvivenza, quelle a soffrire davvero.

E non è inverosimile che reagiscano con violenza. Vorrei vedere.

In ogni caso il bisogno primario da soddisfare sarà quello di cibo.

Abbiamo ipotizzato di avere 30 milioni di pensionati e neo disoccupati da mantenere con la pensione di guerra di 486 euro al mese flat.

Ma questo dato non tiene conto dei sotto-casta. Di quelli già oggi più poveri di così.

E non tiene nemmeno conto di possibili blocchi totali alimentari, dovuti ad esempio a blocchi dei trasporti.

E’ verosimile una corsa alle mense dei poveri.

Come le finanzio ?

Esistono solo tre possibilità, non potendo emettere debito pubblico li pesco:

  1. dalle mie riserve
  2. da prestiti dedicati esteri o no.
  3. da privati

Tanto per fare un’ipotesi, 10 milioni di persone a 3 euro al giorno (pane, patate, pasta), costano 1.000 euro all’anno ciascuno. Per un totale di 10 miliardi/anno

 

Non mi preoccuperei troppo dell’alloggio, invece. Almeno per chi oggi lo ha.

Chi non riuscisse più a pagare l’affitto potrebbe tranquillamente restare nella casa occupandola. Credo che forze dell’ordine e governo avranno ben altri problemi a cui pensare al posto degli sgomberi.

Eppoi, la disponibilità a concedere l’abitazione sarebbe un atto di giustizia dai più forti ai più deboli.

Potrà mancare il gas, il riscaldamento, forse la luce, l’acqua ma sono cose a cui ci si può abituare facendo di necessità virtù.

Per il freddo forse a noi italiani, in particolare al nord, correrà in soccorso il nuovo clima tropicale.

 

Per la borghesia, piccola media o grande che sia, in fondo sarà un bagno di salute.

Vorrà dire un re-imprinting di massa istantaneo ed esplosivo ma che li porterà su un modello di vita, e quindi di spesa, più sensato.

Sarà un programma di disintossicazione di massa dalla droga dei consumi, basato sui principi della psicologia comportamentale.

Reiterando nuovi comportamenti non consumistici per un certo numero di volte, ad un certo punto verrà loro naturale.

Garantito.

La comportamentale funziona sempre. Se poi è obbligata, figuriamoci.

Alla fine forse riusciranno a vedere che il loro benessere, liberi da modelli di consumo imposti, è maggiore di prima.

 

Ma dopo, torneremo a come viviamo oggi ?

No.

Una volta reimprintato il modello di vita, di spesa e di valori  non si tornerà più indietro.

E questa in fondo forse è la buona notizia.

 

E la cooptazione offshore ?

Questa forse è la seconda buona notizia.

Forse sarà la volta buona che tutti i soldi che sono nascosti off-shore, ritornino inshore in modo da alimentare le economie reali nazionali.

Ho detto che esistono solo tre possibilità. Non potendo emettere debito pubblico i soldi li pesco:

  1. dalle mie riserve
  2. da prestiti esteri diversi
  3. da privati.

In realtà c’è anche la quarta opzione .

Li pesco dalle riserve off-shore !!!

 

 

Allegati

  1. Ricerca e produzione di idrocarburi in Italia – Wikipedia
  2. Guerra – Wikipedia 
  3. Crisi economica della Grecia – Wikipedia
  4. Guerra, economia di – Treccani

 


ALLEGATO : RICERCA E PRODUZIONE DI IDROCARBURI IN ITALIA

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera. http://it.wikipedia.org/wiki/Ricerca_e_produzione_di_idrocarburi_in_Italia

La ricerca e produzione di idrocarburi in Italia, praticata fin dall’antichità, inizia con tecniche industriali nella seconda metà del secolo XIX, e si è sviluppata notevolmente dal secondo dopoguerra a seguito del ritrovamento di significativi quantitativi di gas naturale; paragonata ai principali paesi produttori possiede non solo modesti ma anche grandi giacimenti di petrolio e gas naturale, tra cui quelli della val d’Agri(Basilicata)[1], il più grande dell’Europa continentale, e dell’area di Crotone (Il Campo Luna-Hera Lacinia), posizionandosi al quarto posto fra i paesi europei produttori di petrolio e 49º come produttore mondiale di petrolio per quantità (0,1% sul totale della produzione mondiale)[2][3].

Le stime della quantità di petrolio nel sottosuolo italiano a fine 2012 sono di 82,1 milioni di tonnellate di riserve certe (equivalenti a 599 milioni di barili[4]), 100,8 di tonnellate di riserve probabili e 55.3 di tonnellate di riserve possibili; sempre nel sottosuolo sono stimati 59.4 miliardi di smc di riserve certe di metano; 63.4 miliardi di smc di riserve probabili e 21.7 miliardi di smc di riserve possibili di gas naturale[5].

Al 31 dicembre 2012 sono vigenti e rilasciati da Direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche del Ministero dello Sviluppo Economico 115 permessi di ricerca (94 in terraferma, e 21 in mare) e 200 concessioni di coltivazione (134 in terraferma e 66 in mare) che si concentrano in Emilia-Romagna, Lombardia e Basilicata, in mare, l’attività è sviluppata soprattutto nel mar Adriatico, Ionio e nel Canale di Sicilia[6]. Sono inoltre attivi 10 campi di stoccaggio di gas naturale, tutti ubicati in terraferma su giacimenti naturali ormai depletati del loro contenuto originario di gas, causa loro sfruttamento negli anni passati, a fronte di 15 concessioni di stoccaggio di gas rilasciate[7]. Il gettito delle royalties per l’anno 2012 è stato di 333.582.602,81 euro[8][9].

1.1     Indice

1.2     Storia della ricerca e produzione degli idrocarburi

 

Affioramento naturale di bitume in biocalcareniti in una cava abruzzese vicino a Lettomanoppello nell’area della Majella

I numerosi affioramenti naturali di petrolio, in parte ancor oggi presenti in varie zone della penisola italiana, specialmente lungo tutto l’Appennino e in Sicilia, erano ben noti nel passato, e localmente sfruttati per usi vari e testimoniano la genesi e presenza nel sottosuolo di idrocarburi in varie località italiane[1].

Nell’Antichità lo sfruttamento era mirato soprattutto alla raccolta del bitume affiorante naturalmente, utilizzato principalmente come mastice e impermeabilizzante, e al petrolio recuperabile fuoriuscente da alcune sorgenti naturali, usato come medicamento (in particolare per affezioni della pelle) e come olio illuminante.

Uno sfruttamento, sempre fatto con metodi artigianali, ma con maggiori finalità commerciali inizio’ verso al fine del medioevo, continuando in modo non sistematico, per tutto il periodo preunitario.

A partire dalla metà del secolo XIX, in coincidenza con l’inizio della lenta transizione italiana verso un’economia industriale, l’utilizzo del petrolio, inizialmente richiesto soprattutto per l’illuminazione, divenne sempre più diffuso, e questa presenza naturale di petrolio in superficie stimolò una attività di ricerca sistematica e produzione di idrocarburi.

A partire dal secondo dopoguerra la ricerca petrolifera, venne condotta con mezzi moderni e sfruttando le conoscenze derivanti dai progressi delle scienze geologiche, che a loro volta si giovano delle scoperte effettuate lungo la penisola, durante le fasi esplorative. Tutta questa attività ha portato ad oggi, assieme alla ricerca e produzione di gas natura

 

ALLEGATO : GUERRA ED ECONOMIA DI GUERRA

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera. http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra#Economia_di_guerra

Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Guerra (disambigua).

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Per guerra (in inglese war, tedesco krieg, francese guerre, spagnolo guerra) si intende un fenomeno collettivo che ha il suo tratto distintivo nella violenza armata posta in essere fra gruppi organizzati[1]. Nel suo significato tradizionale la guerra è un conflitto fra stati sovrani o coalizioni per la risoluzione, di regola in ultima istanza, di una controversia internazionale più o meno direttamente motivata da veri o presunti (ma in ogni caso parziali) conflitti di interessi ideologici ed economici[1].

Il termine guerra deriva dalla parola werran dell’alto tedesco antico,[2] che significa mischia. Nel diritto internazionale, il termine è stato sostituito, subito dopo la seconda guerra mondiale, dall’espressione “conflitto armato”, applicabile a scontri di qualsiasi dimensioni e caratteristiche.

Le guerre sono combattute per il controllo di risorse naturali, per risolvere dispute territoriali e commerciali, per motivi economici, a causa di conflitti etnici, religiosi o culturali, per dispute di potere e per molti altri motivi. Si giunge alla guerra quando il contrasto di interessi economici, ideologici, strategici o di altra natura non riesce a trovare una soluzione negoziata attraverso la diplomazia, o quando almeno una delle parti percepisce l’inesistenza di altri mezzi per il conseguimento dei propri obiettivi.

La guerra è preceduta da:

  • un periodo di tensione, che ha inizio quando le parti percepiscono l’incompatibilità dei rispettivi obiettivi;
  • un periodo di crisi, che ha inizio quando le parti non sono più disponibili a trattare tra di loro per rendere compatibili tali obiettivi.

In età moderna, nei periodi di tensione e di crisi, si può sviluppare un’attività politica e diplomatica di tutta la comunità internazionale per evitare il conflitto: in tali periodi, le forze armate giocano un ruolo rilevante nel dimostrare la credibilità e la determinazione dello Stato, con lo scopo deterrente di rendere evidente all’antagonista la sproporzione fra l’obiettivo da conseguire e il costo, sociale e materiale, di una soluzione militare. La guerra quindi può essere evitata quando ambedue i contendenti percepiscono questo sfavorevole rapporto.

Carl von Clausewitz, nel suo libro Della guerra, compie un’analisi del fenomeno: «La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi» e «La guerra è un atto di forza che ha lo scopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà.»

La guerra in quanto fenomeno sociale ha enormi riflessi sulla cultura, sulla religione, sull’arte, sul costume, sull’economia, sui miti, sull’immaginario collettivo, che spesso la cambiano nella sua essenza, esaltandola o condannandola.

In Europa non si sono più combattute guerre per motivi religiosi dal 1648, anno della pace di Vestfalia che chiuse la guerra dei trent’anni[3][4]

 

1.3     Indice

1.4     Passaggio formale dalla pace alla guerra e viceversa

 

Battaglia di Chocim (1673), durante la guerra fra Polonia e Impero ottomano, in un dipinto di Juliusz Kossak (1892)

Fino la seconda guerra mondiale era prassi di diritto internazionale ampiamente osservata il far precedere le ostilità da una dichiarazione di guerra. Le alleanze militari fra Stati obbligavano i firmatari a entrare nel conflitto se un altro Stato violava la neutralità e l’integrità territoriale, invadendo i confini esterni di uno Stato partecipante con le proprie truppe, oppure ne manifestava la volontà con una dichiarazione di guerra: i patti di mutua assistenza militare propagavano rapidamente le dimensioni dei conflitti.

Generalmente, il conflitto armato comincia a partire da un evento specifico, il cosiddetto casus belli: un’invasione militare, l’uccisione nemica di concittadini, come soldati, o beneficiari dell’immunità diplomatica, come ambasciatori, capi di Stato o reggenti. Anche incidenti diplomatici possono innescare crisi che si risolvono in un conflitto armato, a causa di inosservanze dei protocolli diplomatici, come non presentarsi a una convocazione o rifiutare di ricevere un ambasciatore, ingerenze politiche sulle nomine, dichiarazioni offensive senza scuse o smentite ufficiali degli organi di stampa ed eventuali dimissioni del dichiarante. Preso a sé, il casus belli può essere anche non molto grave, ma la sua importanza è amplificata dalle tensioni e dagli attriti già esistenti.

La guerra spesso si manifesta insieme a un periodo di sospensione dello Stato di diritto nel quale il diritto e la giustizia militare si sostituiscono a tutte le altre fonti della giurisprudenza.

Con l’avvento dell’ONU, il cui statuto condanna lo Stato aggressore e consente allo Stato aggredito di difendersi con immediatezza, la dichiarazione di guerra è praticamente scomparsa dallo scenario internazionale. Molte Costituzioni, fra le quali quella italiana, ammettono la guerra di sola difesa. Nessuno Stato è infatti disposto a dichiararsi aggressore con una tale procedura, mentre infiniti sono gli appigli per dichiararsi aggredito. In definitiva lo Statuto dell’ONU, che nelle intenzioni doveva servire a far scomparire la guerra, ha fatto invece scomparire soltanto la dichiarazione di guerra.[senza fonte]

Secondo quanto osservato da von Clausewitz, la guerra non è accesa dall’azione di chi offende, ma dalla reazione di chi si difende: se non ci fosse reazione, infatti, si verificherebbe un’occupazione e non un conflitto armato. Tale fu il caso, ad esempio, dell’Anschluss, ovvero l’invasione dell’Austria da parte della Germania nel 1938.

Si ha pertanto l’inizio della guerra quando si verifica il primo combattimento fra forze contrapposte.

La guerra non si conclude però semplicemente con la cessazione dei fatti d’arme; più formalmente è necessario che si verifichi uno dei seguenti eventi:

  • un armistizio, che riguardi cioè tutti i teatri e tutte le forze armate delle parti che lo stipulano;
  • la resa incondizionata di una parte;
  • la debellatio di una parte, cioè il completo annientamento delle sue forze armate, l’occupazione totale o annessione del suo territorio e la cessazione di ogni attività politica anche interna.

Talora, un Paese che vuole entrare in conflitto compie azioni per provocare a guerra l’aggressore e poter reagire, non necessariamente si inizia un conflitto con un’occupazione militare di un territorio straniero.

Dalla seconda metà del ventesimo secolo a seguire, molte guerre sono state combattute senza essere dichiarate, con interventi militari giustificati come aiuti a governi “fratelli” come la guerra del Vietnam, l’invasione sovietica dell’Afghanistan, o semplicemente con una azione militare diretta come o guerra di Corea o l’invasione del Kuwait. A volte a queste guerre hanno fatto seguito altre azioni ad esse collegate, come la prima guerra del Golfo nella quale una coalizione, in forza di un mandato dell’ONU, ha schierato sul campo un potente esercito appoggiato da forze navali ed aeree che hanno rimosso il contingente iracheno di occupazione dal Kuwait e distrutto gran parte dell’armamento terrestre ed aereo delle forze armate irachene disarticolandone le unità operative ma non occupando permanentemente il territorio dell’Iraq.

1.4.1 Peacekeeping

Anche le cosiddette operazioni di peacekeeping, missioni militari armate e alle quali un mandato internazionale (ONU o Unione Europea) ha conferito legittimità, se non possono essere considerate tecnicamente guerre presentano per il personale impegnato tutti i rischi di quelle operazioni, con limitazioni ancora maggiori dal punto di vista delle regole operative. Nell’accezione dàtagli dalle Nazioni Unite, il peacekeeping è “un modo per aiutare paesi tormentati da conflitti a creare condizioni di pace sostenibile“.[5] Il personale civile e militare della missioni ONU viene fornito dai paesi membri

Queste operazioni vengono compiute in territori sconvolti da guerre civili e le truppe impiegate dovrebbero fungere da forza di interposizione tra i contendenti e stabilizzazione del territorio, ma se necessario possono usare la forza necessaria a fermare azioni violente contro civili indifesi. Nondimeno la loro presenza non ha impedito episodi come il massacro di Srebrenica, avvenuto durante la guerra civile jugoslava sotto gli occhi di un battaglione di caschi blu olandesi.

1.5     Economia di guerra

Nell’economia di guerra, lo Stato nazionale emette una quantità di moneta crescente. Una simile emissione causa svalutazione e iperinflazione che impoveriscono la popolazione e possono arrivare perfino ad azzerare il potere d’acquisto della moneta.

È frequente che i beni essenziali vengano razionati e che il loro ottenimento venga dunque a prescindere dall’uso della moneta.

In vista dei conflitti, gli Stati accumulano riserve anche sotto forma di oro, investimento in sé poco conveniente perché non genera interessi, diversamente dagli strumenti finanziari o da un investimento produttivo. Tuttavia, l’oro conserva il suo valore nel tempo, mentre le valute si possono deprezzare e gli strumenti finanziari sono soggetti a rischio. La disponibilità di oro rappresenta quindi la garanzia che in cambio si potranno ottenere anche in futuro le risorse necessarie per i bisogni della guerra.

In tempo di guerra, la spesa militare è una voce rilevante e spesso predominante della spesa pubblica. Per sostenerla, gli Stati ricorrono spesso all’indebitamento. Il debito contratto verso soggetti esterni allo Stato è in genere denominato in valuta estera o in oro. Mentre il debito contratto in moneta nazionale ne segue le sorti (come il debito italiano nella seconda guerra mondiale, che in termini reali si ridusse a ben poco dopo la fine del conflitto) il debito denominato in altre valute o in oro continua invariabilmente a pesare sull’economia del Paese.

Lo Stato che esce vincitore da una guerra pretende non di rado dallo Stato sconfitto il pagamento di indennità dette riparazioni di guerra[6], che coprono in tutto o in parte le spese sostenute e a volte permettono anche un guadagno monetario. L’origine delle riparazioni di guerra risale all’antichità e si hanno tracce documentate di questa usanza già nel 440-439 a. C, quando la città di Samo sconfitta da Atene dovette pagare a questa le spese dell’assedio da essa stessa sostenuto e perso[6]. Nell’era moderna fu Napoleone Bonaparte a collegare inscindibilmente il pagamento dei danni di guerra al trattato di pace che la concludeva, pretendendo dai vari stati sconfitti, come Austria, Prussia, Spagna ed altri, il pagamento in natura e valuta dei danni, stimati dal vincitore; la pratica venne poi ripetuta a ruoli invertiti dopo la sconfitta dell’Impero Francese, e ancora dai prussiani verso la Francia che aveva perso la guerra del 1870; allo stesso modo gli Alleati, su espressa richiesta del presidente statunitense Woodrow Wilson, pretesero dai tedeschi un risarcimento dopo la fine della prima guerra mondiale, ma la sua entità venne calcolata tale da essere considerata altamente punitiva dai britannici, che esitarono prima di appoggiare le pretese francesi[6]. Le conseguenze di queste riparazioni sull’economia tedesca, sommate a quelle indotte dalla grande depressione del 1929, furono tali da venire additate da molti come una delle cause che spinsero i tedeschi ad appoggiare l’avvento del nazismo e lo scoppio della seconda guerra mondiale.

1.6     Tipi di conflitto

I conflitti possono essere diversamente classificati in relazione al numero piuttosto vasto dei loro parametri.

1.6.1 In base all’estensione territoriale

  • Conflitto mondiale: conflitto esteso a più teatri operativi collocati anche in continenti diversi, coordinati fra di loro anche se coinvolti in tempi non strettamente coincidenti; vi partecipano tutte le grandi potenze e le medie potenze regionali dei teatri interessati, e un numero elevato di potenze minori. Unici esempi nella storia: la seconda guerra mondiale e, anche se la collocazione è discutibile, la prima guerra mondiale e la guerra dei sette anni.
  • Conflitto regionale: conflitto che si svolge essenzialmente in un solo teatro operativo in una regione geofisica ben delimitata, con la partecipazione di almeno una media potenza regionale, più altre potenze minori della stessa regione; non esclude la partecipazione diretta di una grande potenza o la partecipazione indiretta di più grandi potenze. Esempi nella storia (limitatamente al XX e XXI secolo): le guerre balcaniche, i conflitti arabo-israeliani, la prima guerra del Golfo.
  • Conflitto locale: conflitto fra un limitatissimo numero di potenze, spesso solo due, e che coinvolge un limitato territorio appartenente a uno solo o al massimo ai due contendenti diretti; esclude la partecipazione diretta di grandi e medie potenze i cui territori non siano direttamente coinvolti. Esempi nella storia (limitatamente al XX e XXI secolo): la guerra italo-turca, la guerra d’Etiopia.

1.6.2 In base al tipo dei soggetti che la combattono

  • Conflitto simmetrico: conflitto tra parti che dispongono tutte di un’organizzazione statuale completa e di forze armate organizzate secondo le leggi dello Stato.
  • Conflitto asimmetrico: conflitto tra due parti, una sola delle quali dispone di un’organizzazione statuale completa e di forze armate organizzate secondo le leggi dello Stato, mentre l’altra non è formata, o è in corso di formazione. Questa parte di solito non procede con i metodi classici della guerra ma pone in opera la guerriglia. Un esempio può essere dato dal terrorismo, anche se bisognerebbe creare una classificazione specifica per caratterizzare questi atti di guerra.

Non si parla di conflitto asimmetrico se è un’organizzazione statale, si veda l’esempio della Spagna nel corso dell’invasione napoleonica, a combattere tramite il proprio esercito con tattiche di guerriglia. Lo scontro tra le formazioni di guerriglia sorte spontaneamente e l’esercito napoleonico, è invece considerabile un caso di guerra asimmetrica.

1.6.3 In base ai mezzi impiegati

Per approfondire, vedi Guerra convenzionale e Guerra non convenzionale.

 

Esplosione nucleare, 1953, Nevada Test Site

  • Conflitto non convenzionale: conflitto nel quale due o più parti dispongono di armi di distruzione di massa e sono disposte a impiegarle fin dall’inizio del conflitto. Non si sono mai avuti esempi di un tale tipo di conflitto, peraltro ipotizzato fin dagli anni cinquanta, quando sia gli Stati Uniti d’America sia l’Unione Sovietica disponevano di questi tipi di armamenti.
  • Conflitto convenzionale in potenziale ambiente nbc: conflitto nel quale due o più parti dispongono di armi di distruzione di massa e sono disposte a impiegarle solo se le circostanze dovessero renderlo indispensabile. Non si sono mai avuti esempi di un tale tipo di conflitto, peraltro ipotizzato fin dagli anni sessanta, quando l’equilibrio nucleare fra Stati Uniti d’America e Unione Sovietica sconsigliava ad ambedue l’impiego iniziale di tali tipi di armamenti per tema di una ritorsione.
  • Conflitto convenzionale: conflitto nel quale le parti non dispongono di armi di distruzione di massa, o nel quale gli eventuali detentori rinunciano a priori al loro impiego, eventualmente sotto il controllo di una potenza terza o di una organizzazione internazionale.

1.6.4 In base alla soggettività internazionale dei contendenti

  • Conflitto internazionale: conflitto nel quale tutti i contendenti sono soggetti di diritto internazionale. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, nell’ambito del processo di decolonizzazione, sono stati considerati soggetti di diritto internazionale anche i fronti di liberazione nazionale, purché avessero l’effettivo controllo di territorio e popolazione, disponessero di forze armate organizzate e rispettassero il diritto internazionale bellico e umanitario.
  • Conflitto non internazionale: conflitto nel quale uno o più parti non sono soggetti di diritto internazionale, per cui il conflitto è sottratto alle norme del diritto bellico in quanto considerato affare interno; in particolare, rientrano in questa categoria le guerre civili, nelle quali si ha lo scontro fra opposte fazioni nell’ambito di un solo paese o entità politica.

1.7     Altre definizioni dei conflitti

Nell’uso comune, specie in campo giornalistico o nei discorsi di natura politica, vengono fornite altre definizioni di un conflitto, ancorché giuridicamente e tecnicamente non corrette. Fra le più usuali:

  • Guerra totale: si vuole indicare un conflitto che coinvolge tutte le risorse del paese in guerra. Ciò è normale, in quanto le guerricciole per piccoli problemi di confine sono assai rare.
  • Guerra lampo (Blitzkrieg): nel senso di un conflitto organizzato per avere una durata limitatissima nel tempo, mediante l’uso di strategie e tattiche altamente redditizie e in presenza di un grande divario di mezzi disponibili, fra i due contendenti. Il termine è spesso usato in contrapposizione a guerra di posizione, o a di logoramento, essenzialmente statiche e di durata prolungata. La prima guerra mondiale è cominciata come guerra lampo, ma poi divenne di logoramento.
  • Guerra preventiva: guerra aperta da un soggetto in seguito alla percezione di una grave minaccia all’incolumità dei propri interessi; secondo alcuni rientra nel concetto di autodifesa prevista dallo statuto dell’ONU, mentre altri ritengono conflitti di questo tipo essere operazioni belliche offensive nel loro senso tradizionale.

1.8     Diritto bellico

Numerose convenzioni, che nel loro insieme costituiscono il diritto bellico, regolamentano il comportamento in guerra. Le più importanti sono le convenzioni dell’Aia del 1899 e del 1907.

Il diritto bellico è affiancato dal diritto umanitario, volto alla protezione delle vittime di guerra. Le più importanti e attuali convenzioni di diritto umanitario sono le convenzioni di Ginevra del 1949 e i suoi protocolli aggiuntivi, due del 1977 e uno del 2005.

Interpretazioni estensive del diritto umanitario hanno portato a considerare legittima l’ingerenza umanitaria, ovvero l’intervento dall’esterno in fatti interni di uno Stato quando questi fatti costituiscano violazione evidente dei diritti dell’uomo. L’ingerenza umanitaria ha giustificato nel passato interventi militari consacrati da una risoluzione ONU per costringere i governi a rispettare quei diritti fondamentali. Analoga ingerenza potrebbe essere autorizzata per proteggere beni culturali ritenuti patrimonio dell’umanità.

Le costituzioni di molti Stati ammettono la guerra di sola difesa, vietando alle forze militari del paese di attaccare civili, militari e infrastrutture sul suolo di un altro paese o comunque appartenenti a un altro Stato sovrano. La Costituzione italiana, con l’articolo 11, è una delle più esplicite: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.»[7]

In Italia, è stata posta una questione di legittimità alla Corte Costituzionale in merito all’esistenza di una distinzione fra codici militari in tempo di pace e di guerra, e, successivamente, in merito all’esistenza stessa di un diritto militare, che possa agire in deroga alle regole che disciplinano il rapporto fra privati cittadini. La Consulta ha ribadito il principio per cui le azioni dei militari non sono soggette alle stesse regole dei privati cittadini né essere valutate dai tribunali civili.

Inoltre, lo statuto delle Nazioni Unite consente l’immediata difesa di un paese aggredito, ma vieta l’intervento degli altri Stati membri, per evitare una propagazione incontrollata del conflitto, a meno che non sia in legittima difesa (proporzionale e immediata, ex articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite) o non ci sia un’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza all’uso della forza, come è successo nella Guerra del Golfo del 1991 o il Consiglio di Sicurezza non decida di prendere azioni in difesa della pace e della sicurezza internazionale, usando contingenti militari messi a disposizione dagli Stati membri e posti sotto il comando del Comitato di Stato Maggiore ONU (articoli 42 e 43 dello Statuto). Questo elemento contrasta con altri accordi militari come quello della NATO, che impongono solidarietà militare nel caso di attacco di uno Stato membro. Tuttavia, in virtù dell’art. 103, le disposizioni dello Statuto delle Nazioni Unite prevalgono su ogni altro obbligo internazionale.

1.9     Aspetti antropologici

L’istinto di sopravvivenza, la preservazione del proprio territorio vitale, la difesa dei propri mezzi di sussistenza, sono alcuni esempi di come una comunità possa esser spinta a prendere le armi contro una comunità nemica che mette a rischio spazi, diritti, valori o beni dati per acquisiti e irrinunciabili. P.e. nel sanscrito del 1200 a.C., il termine che indica la guerra, ????? yuddha,[8], significa ‘desiderio di possedere più mucche’.[9][10] A queste motivazioni di tipo egoistico o utilitaristico si affiancano (e talvolta si coniugano) motivazioni di carattere psicologico o umorale come l’odio, il disprezzo, la vendetta, la paura.

1.9.1 Guerre di religione

Un altro fattore molto forte di innesco per le guerre sono i motivi religiosi, nei quali un preteso diritto derivante da credenze religiose, o interpretazioni personali di scritti o tradizioni precedenti, diventa per un popolo o gruppo religioso causa per lanciare una guerra di aggressione verso quello che viene individuato come bersaglio della propria insoddisfazione. Una guerra di questo tipo viene denominata guerra santa, e gli esempi storici più noti sono le crociate per il mondo occidentale e il jihad (che però in arabo ha un significato non necessariamente legato ad operazioni violente) per i musulmani. Entrambe le tipologie di guerra hanno però avuto nei tempi gravi spargimenti di sangue tra i civili[11]; per il jihad, più recente, si sono avuti anche comportamenti verso i combattenti non conformi alle leggi di guerra, con torture ed uccisioni sanguinose ed ingiustificate. Va anche detto però che casi di tortura verso prigionieri si sono avuti anche da parte di paesi occidentali, in particolare durante la cosiddetta guerra al terrorismo da parte di personale civile e militare delle forze armate statunitensi.

1.9.2 Guerre a sfondo razziale

Ancora un’altra motivazione è la matrice razzista, nella quale un popolo o una nazione aggrediscono un’altra ritenuta inferiore secondo i propri criteri. L’esempio più eclatante rimane il nazismo con il suo tentativo di annientare gli ebrei, ma analoghi esempi sono i conflitti africani come il Genocidio del Ruanda.

1.10  Aspetti etici

Per approfondire, vedi Guerra (filosofia).

Dal punto di vista etico la guerra pone almeno tre tipi di problemi con relativi sotto problemi. Il primo riguarda la responsabilità dell’istituzione pubblica e dei suoi rappresentanti nell’indurre dietro compenso o costringere come dovere patrio dei soggetti a prendere le armi e farne uso contro qualcuno. Il secondo riguarda la legittimità o meno dei comportamenti del soggetto che usa le armi sotto coercizione a farlo e in base a ordini ineludibili. Il terzo riguarda la legittimità dell’azione di belligeranza come autodifesa di una comunità rispetto a danni non necessariamente di tipo violento, ma, per esempio, economico o morale.

1.11  Aspetti economici

Dal punto di vista economico si osserva infatti come nel tempo evolva mantenendo una coerenza logica.

1.11.1 Prima ondata

  • Durante il sistema agrario il soldato combatte spesso nell’arco di un limitato periodo stagionale.[12]
  • Le razioni alimentari sono personali in partenza e poi di volta in volta depredate localmente.[13]
  • Al termine del conflitto l’estrema sanzione agli occupati dopo l’eliminazione dei soldati è la distruzione delle coltivazioni.[14]

1.11.2 Seconda ondata

1.11.3 Terza ondata

  • Il progresso tecnologico del settore civile segna il passo a quello militare.[18]
  • La fuga di cervelli diventa un parametro per misurare la ricchezza di particolari macro-aree capaci di attrarne come la Silicon Valley.[19]
  • Per ragioni di efficacia le decisioni dell’intelligence sono sempre più vincolate da informazioni aperte a favore della maggior partecipazione possibile.[20]

1.12  Analisi statistica

L’analisi statistica della guerra è stata cominciata da Lewis Fry Richardson dopo la prima guerra mondiale. Più recentemente, database di guerra sono stati costruiti dai Correlates of War Project[21] e da Peter Brecke,[22] che ha censito e strutturato cataloghi esistenti.[23]

1.13  La guerra negli scritti

Nel tempo, scrittori di ogni cultura e posizione politica hanno trattato il tema della guerra nei loro scritti. Tra i più celebri di certo si trova L’arte della guerra, uno dei più importanti trattati di strategia militare di tutti i tempi del cinese Sun Tzu. Si tratta probabilmente del più antico testo di arte militare esistente (VI secolo a.C. circa), articolato in tredici capitoli, ognuno dedicato ad un aspetto della guerra. Questo testo ebbe una grande influenza anche nella strategia militare europea. È un compendio i cui consigli si possono applicare, al pari di altre opere della cultura sino-giapponese, a molti aspetti della vita, oltre che alla strategia militare, ad esempio all’economia e alla conduzione degli affari.

« Un risultato superiore consiste nel conquistare intero e intatto il paese nemico. Distruggerlo costituisce un risultato inferiore »

Grandi condottieri come Napoleone Bonaparte hanno scritto memorie, nelo specifico Aforismi politici, pensieri morali e massime sulla guerra, ma nella storia occidentale abbiamo trattati militari molto più antichi come quelli di Caio Giulio Cesare, dal De bello gallico scritto fra il 58 e il 50 a.C. e diviso in otto libri al De bello civili.

Molti altri libri sono stati scritti nei secoli successivi, da figure come il tedesco Carl von Clausewitz, il cui trattato Della guerra (Vom Kriege), pubblicato per la prima volta nel 1832, non venne mai completato, a causa della morte precoce dell’autore. Oltre alla famosa citazione che correla guerra e politica, si può riportare anche:

« La guerra è un atto di violenza il cui obiettivo è costringere l’avversario a eseguire la nostra volontà. »


ALLEGATO : CRISI ECONOMICA DELLA GRECIA

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera. http://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_economica_della_Grecia

 

Il debito della Grecia in percentuale dal 1999, al confronto con l’Eurozona (Statistiche risalenti al 2011).

La crisi economica della Grecia è parte della crisi del debito sovrano europeo. A partire dalla fine del 2009 i timori di una crisi del debito sovrano si sono sviluppati tra gli investitori sulla capacità della Grecia nel rispettare gli obblighi di debito, a causa della forte crescita del debito pubblico[1][2][3]. Questo portò ad una crisi di fiducia, indicata da un allargamento dello spread di rendimento delle obbligazioni e il costo di un’assicurazione contro i rischi su credit default swap rispetto agli altri paesi della zona euro, soprattutto la Germania[4][5].

Il declassamento del debito pubblico greco a junk bond nell’aprile 2010 ha creato allarme nei mercati finanziari. Il 2 maggio 2010 i paesi dell’Eurozona e il Fondo Monetario Internazionale hanno approvato un prestito di salvataggio per la Grecia da 110 miliardi di euro, subordinato alla realizzazione di severe misure di austerità. Prestito che in realtà nasconde un parziale e già avvenuto default dello stato greco, non più in grado di vendere agli investitori a condizioni di mercato i propri titoli di debito. Nell’ottobre 2011 i leader dell ‘Eurozona hanno deciso di offrire un secondo prestito di salvataggio da 130 miliardi di euro per la Grecia, condizionato non solo dall’attuazione di un altro duro pacchetto di austerità ma anche dalla decisione di tutti i creditori privati per una ristrutturazione del debito greco, riducendo il peso del debito previsto da un 198% del PIL nel 2012 a solo 120,5% del PIL entro il 2020.

La seconda operazione di salvataggio è stata ratificata da tutte le parti nel febbraio 2012, e venne attivato il mese successivo, quando è stata soddisfatta l’ultima condizione del piano di ristrutturazione del debito di tutti i titoli di stato greci. Il piano di salvataggio più recente è impostato per coprire tutte le esigenze finanziarie greche nei prossimi tre anni, 2012-2014. Se la Grecia riuscirà a soddisfare tutti gli obiettivi economici delineati nel piano di salvataggio, un ritorno pieno all’uso di capitali privati per la copertura di fabbisogni finanziari futuri sarà possibile nuovamente nel 2015.

1.14  Indice

1.15  Cronistoria della crisi

 

Il primo ministro greco George Papandreou e il Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso a Bruxelles il 20 giugno 2011.

È lo stesso presidente George Papandreou, a fine 2009, subito dopo le elezioni a dichiarare il rischio di bancarotta del Paese.[6]

All’inizio del 2010, in seguito al downgrading da parte delle agenzie di rating internazionali,[7] si son diffusi timori di una crisi del debito pubblico[8] relativamente ad alcuni Paesi della Zona Euro,[9] ed in particolare: la Grecia, la Spagna, l’Italia, l’Irlanda,[10] il Portogallo e Cipro .[11]

Nei primi giorni di maggio 2010[12] è stato definito un pacchetto di 110 miliardi di euro di aiuti in 3 anni, da parte dei paesi della zona euro, alla Grecia.[13]

La situazione non sembra migliorare nel 2011, in quanto le agenzie di rating Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch tagliano ulteriormente il rating della Grecia portandolo rispettivamente a Caa1 (insolvente), a CCC (debito altamente speculativo) e a CCC (vulnerabile)[14], cosa che costringe il governo ad effettuare nuovi tagli per 6,5 miliardi di euro e nuove privatizzazioni al fine di ottenere nuovi prestiti da parte dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale[15]; la crisi ha riverbero anche sulla situazione occupazionale del paese, con un tasso di disoccupazione che a febbraio 2011 raggiunge il 15,9%.[16] Dopo l’approvazione da parte del parlamento greco di un nuovo piano di austerità che imporrà al paese ellenico tagli per ben 28 miliardi di euro entro il 2015, l’Unione Europea dà il via libera alle ulteriori tranche di aiuti per tutto il 2011.[17] Il 25 luglio 2011 Moody’s taglia il rating greco di altri tre livelli portandolo da Caa1 a Ca, dando per certo il default della nazione.[18] Nel settembre 2011 il governo greco vara un’ulteriore manovra tassando gli immobili allo scopo di recuperare 2,5 miliardi di euro utili a raggiungere un’ulteriore tranche di aiuti pari a 8 miliardi di euro[19]; nel frattempo il vice-cancelliere tedesco Philipp Rösler ha sostenuto la possibilità del default greco per uscire dalla crisi dell’euro.[20] La finanziaria sull’immobile non basta e il giorno 21 dello stesso mese il governo ellenico si vede costretto a formulare una drammatica manovra che prevede un ulteriore taglio alle pensioni, la messa in mobilità di 30.000 dipendenti statali già dal 2011 e il prolungamento della precedente tassa sugli immobili fino al 2014.[21] A questo punto viene istituita la cosiddetta “troika“, formata da FMI, BCE ed UE, e grazie al suo verdetto sulla situazione della Grecia riesce a convincere la Germania ad attivare il fondo salva-stati, che garantisce alla Grecia ulteriore ossigeno economico.[22] Il governo Papandreou tenta di sottoporre a referendum il piano di salvataggio ma la minaccia da parte dell’Europa di sospendere gli aiuti economici gli impone il dietrofront, e a quel punto il premier ellenico annuncia le sue dimissioni ed il passaggio ad un governo di unità nazionale guidato da Lucas Papademos,[23] con le elezioni politiche pianificate per aprile 2012.[24] Nel frattempo il paese torna a vivere il fenomeno migratorio del Dopoguerra verso altri continenti, in particolare il flusso caratterizza laureati greci che cercano opportunità prevalentemente in Australia, ma anche in Russia, Iran e Cina.[25]

 

Il primo ministro Lucas Papademos difende il piano di austerità in Parlamento nel novembre del 2011.

Ad inizio 2012 l’agenzia Fitch dà per certo il default della Grecia[26] e la Germania, paese maggiormente esposto verso il debito greco, si vede respingere la proposta di trasferire la sovranità nazionale del paese ellenico a Bruxelles.[27]

In febbraio la crisi si accentua ed il default sembra concretizzarsi, in quanto subito non si trovano accordi tra i partiti politici del paese per attuare nuovi tagli alla spesa pubblica che garantirebbero un aiuto economico da parte della Troika di 130 miliardi di euro, necessari per rimborsare i bond in scadenza a marzo per quasi 15 miliardi di euro;[28] in quel periodo si discusse di tagliare altri 15.000 dipendenti pubblici.[29] Il 12 febbraio 2012 il parlamento greco vota un ennesimo piano di austerity per incassare un aiuto di 130 miliardi di euro da parte della Troika; dopo l’ approvazione sono subito scattate le proteste del popolo greco in piazza Syntagma, si è arrivati ad una vera e propria guerriglia contro la polizia e si è anche dato fuoco a edifici tra cui banche e negozi.[30]

Nella notte fra il 20 e il 21 febbraio a Bruxelles l’Eurogruppo ha approvato la tranche di aiuti per la Grecia di 130 miliardi,[31] rimandando quindi il default della penisola ellenica di qualche tempo.[32][33]

A marzo si verifica il tanto temuto haircut del debito: i detentori privati di titoli di stato greci si sono visti ristrutturare il debito riducendo il valore nominale di più del 50% e allungando la scadenza[34].

Nel frattempo Standard and Poor’s rivede nuovamente in ribasso il rating greco, portandolo alla valutazione “SD”, ovvero di default selettivo, l’ultimo passo prima del default vero e proprio.[35]

La situazione si fece ancora più critica in quanto aleggiò l’ipotesi che gli investitori retail non erano propensi alla ristrutturazione del debito;[36] alla fine comunque più dell’80% dei creditori privati hanno aderito,[37] e nell’operazione di bond swap Atene riesce a cancellare quasi del tutto i 107 miliardi di debito in scadenza,[38] ma nonostante ciò Fitch decide di declassare ulteriormente il paese ellenico alla valutazione “RD” (Restricted Default), e secondo il parere di Moody’s già si tratta di una situazione di default;[39] solo dopo l’emissione dei nuovi titoli Fitch riporta il rating a “B-“ con outlook stabile.[40]

Nel maggio 2012, in piena fase elettorale e con un crescente sentimento antipolitico nel popolo, l’uscita dall’euro della Grecia venne data sempre più probabile e l’agenzia Fitch sostenne che tale evento non sarebbe fatale per la moneta unica.[41] I partiti non riuscirono a formare un governo di coalizione, rimandando il tutto a nuove elezioni per giugno[42] e causando nuova sfiducia che portò all’abbassamento del rating da parte dell’agenzia Fitch a CCC (sostanziale rischio di credito)[43] e ad un’enorme fuga di capitali[44].

Verso fine 2012 per ridurre il proprio debito il ministero del tesoro ellenico effettuò un’operazione di buy-back sul debito stesso, riuscendo a riacquistare titoli di stato per un valore di 45 miliardi al prezzo di soli 15, riducendo così il debito pubblico di 30 miliardi.[45].

1.16  Rilevanza nel resto d’Europa

Il caso greco è considerato, dall’Unione Europea, una questione molto importante vista la possibilità che tale situazione si ripercuota negli altri mercati della zona euro.[46] Per tale motivo, al fine di scongiurare il default della stessa, l’UE, assieme al Fondo Monetario Internazionale le ha concesso un prestito per la somma di 45 miliardi di Euro. Tale prestito è stato concesso a seguito di un piano economico approvato dal governo ellenico, volto a ridurre il proprio debito pubblico attraverso tagli significativi della spesa.[47] Parte dell’opinione pubblica è contraria a tale finanziaria e ciò ha portato a numerosi scontri ad Atene tra manifestanti e forze dell’ordine, in occasione della festività del primo maggio.[48] Quindi, senza mezzi termini la troika di creditori (Fmi-Unione Europea-Bce) pone come condizione, per sbloccare il pacchetto di aiuti internazionali, l’attuazione da parte del governo greco di nuove misure strutturali e di austerità[49]. Fra esse spicca la proposta/pretesa di ridurre del 22 per cento i salari minimi, per dare uno slancio alla competitività dei prodotti greci.[50]

La mancata intesa fra i partiti per la formazione di un nuovo governo e il ritorno alle urne sono fra le cause di una corsa agli sportelli in atto dagli inizi di Maggio. Una delle ipotesi avanzate per fronteggiare la crisi è l’uscita dalla moneta unica e la svalutazione con il ritorno alla dracma.

 

ALLEGATO : GUERRA, ECONOMIA DI

Dizionario di Economia e Finanza (2012)

http://www.treccani.it/enciclopedia/economia-di-guerra_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/

di Vera Zamagni

guerra, economia di  Adeguamento del sistema economico alle necessità della guerra.

Il problema economico della g. è duplice: da un lato rendere disponibili risorse per gli armamenti, il mantenimento e la mobilitazione degli eserciti e, dall’altro, organizzare la produzione a sostegno della guerra. Quanto più una g. dura nel tempo, tanto maggiori saranno le risorse necessarie.

Le fonti di finanziamento sono sempre state 4:

  • le tasse dei cittadini,
  • il debito pubblico (sia interno sia estero),
  • le donazioni e
  • l’inflazione.

Il limite all’imposizione fiscale è dato dal livello di reddito dei cittadini: più povero è il Paese, meno può ricorrere a questa fonte.

Anche il debito pubblico interno ha un limite analogo, mentre quello esterno dipende dalla credibilità che lo Stato richiedente prestiti ha e anche dall’interesse di soggetti privati o pubblici a finanziare la g. in questione.

In casi molto particolari, può verificarsi che qualche soggetto interno o esterno al Paese in g. si identifichi talmente con gli obiettivi bellici da donare propri capitali al fine di vincerla (per es., le crociate e il Lend-Lease americano durante la Seconda guerra mondiale).

Infine, l’inflazione conferisce agli Stati un potere d’acquisto immediato, che però causa notevoli problemi sul mercato monetario. In generale, una g. finisce sempre, oltre che con imponenti perdite umane e distruzioni materiali, con un elevato debito pubblico e con un’inflazione che si fatica a riportare sotto controllo.

L’altro aspetto rilevante dell’economia di g. è dato dall’organizzazione produttiva: poiché si deve creare spazio a produzioni belliche, si restringono quelle civili, spesso introducendo forme di razionamento (?) dei generi di prima necessità.

L’offerta di armamenti obbedisce a forme di pianificazione sia dei flussi di materie prime sia dei modelli prodotti (carri armati, navi, aerei, cannoni, mitragliatrici ecc.), che allontanano il funzionamento dell’economia dal libero mercato e tendono a ingrandire a dismisura l’industria pesante.

Maggiore è la capacità produttiva di acciaio e mezzi di trasporto nel periodo precedente alla g., più rapida è la conversione di tale economia in una economia di guerra.

È anche possibile allargare la capacità produttiva durante la g., ma con gravi problemi di utilizzazione postbellica di tali dotazioni aggiunte di capitale. In generale, una g. termina con un’aumentata incidenza dei settori pesanti nell’economia.

Un ultimo aspetto di interesse riguarda il progresso tecnico che caratterizza un’economia di guerra: le g., specie se protratte nel tempo a causa di una certa equivalenza economica e strategica delle parti in campo, incentivano l’affinamento delle tecnologie esistenti, per prevalere sull’avversario. Emerge tuttavia come dato storico che non sono le g. a generare nuove scoperte/invenzioni, soprattutto quelle che cambiano i destini dell’umanità: la caldaia a vapore, il motore a scoppio, l’aereo, l’elettricità, il telegrafo, il telefono, la radio, il nucleare, l’elettronica, persino gli esplosivi sono invenzioni civili, che solo successivamente sono applicate alla guerra.

 

 

 



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