La carica di Joseph Sti­glitz contro l’austerity

Un argo­men­tato j’accuse con­tro le poli­ti­che di auste­rità che domi­nano la scena euro­pea e non solo, quello che ieri Joseph Sti­glitz ha svolto in un incon­tro alla Camera dei depu­tati

Benedetto Vecchi, il manifesto redazione • 24/9/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 1103 Viste

Un argo­men­tato j’accuse con­tro le poli­ti­che di auste­rità che domi­nano la scena euro­pea e non solo, quello che ieri Joseph Sti­glitz ha svolto in un incon­tro alla Camera dei depu­tati. Indice pun­tato dun­que con­tro il dogma della eco­no­mia fon­data sull’offerta e non sulla domanda, per­ché se non c’è una inver­sione di rotta, le già allar­manti disu­gua­glianze sociali rischiano di essere esplo­sive. Per fare tutto que­sto, occorre una riforma radi­cale dell’Unione europea.

Joseph Sti­glitz ha archi­viato da anni la sua espe­rienza alla Banca mon­diale, orga­niz­za­zione abban­do­nata per dis­sensi sulla «dop­pia morale» lì domi­nante che con­sen­tiva ai paesi forti di fare cose impe­dite ai paesi nel Sud del mondo. Pre­mio Nobel per l’economia del 2001 ha scritto volumi assunti dai libe­ral sta­tu­ni­tensi come una sorta di bib­bia nella cri­tica al neo­li­be­ri­smo, men­tre al di fuori dei con­fini nazio­nali sono stati invece assunti da parte delle sini­stre cosid­dette radi­cali e ambien­ta­li­ste come testi impre­scin­di­bili nell’analisi del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo. Strano destino per un eco­no­mi­sta che radi­cale pro­prio non si può defi­nire. Sta di fatto, però, che nella lec­tio magi­stra­lis ha svolto il ruolo del rifor­mi­sta radi­cale che chiede un’inversione di rotta all’Unione euro­pea, men­tre molti dei discus­sant non sono riu­sciti ad acco­gliere fino in fondo le «pro­vo­ca­zioni» dell’economista, lamen­tando la distanza esi­stente tra le teo­rie cri­ti­che dell’austerità e le poli­ti­che dell’Unione euro­pea che vedono una sostan­ziale con­ver­genza tra il cen­tro destra e il cen­tro sinistra.

Eppure le per­sone chia­mate a discu­tere con Sti­glitz, in par­ti­co­lare i depu­tati, i sena­tori e la stessa pre­si­dente della Camera, sono spesso con­si­de­rati «fuo­ri­li­nea» rispetto ai pro­pri par­titi. Coin­ciso Gior­gio Airaudo di Sel che è par­tito dalla cre­scente disoc­cu­pa­zione per ricor­dare che in Ita­lia non esi­ste una poli­tica indu­striale, senza la quale sarà dif­fi­cile vedere una luce in fondo al tun­nel della crisi, che ha por­tato i red­diti indi­vi­duali e delle fami­glie ai livelli di 25 anni fa. Airaudo ha pre­fe­rito par­lare di mani­fat­tura, argo­mento assente nel discorso di Sti­glitz, che auspi­cava il fatto che i paesi euro­pei per­cor­rano l’ultimo miglio che li separa dall’economia della conoscenza.

Fuori fuoco l’intervento di Fran­ce­sco Boc­cia (pd), che ha ricor­dato le com­pa­ti­bi­lità det­tate dalla troika euro­pea. Pro­prio quelle com­pa­ti­bi­lità che Sti­glitz invi­tava se non a rom­pere, almeno a for­zare. Boc­cia però a messo invo­lon­ta­ria­mente al cen­tro la subal­ter­nità della poli­tica all’economia. Una subal­ter­nità che rischia di accen­tuare gli effetti auto­le­sio­ni­sti dell’austerity. Per uscirne fuori la pre­si­dente della Camera Laura Bol­drini vede neces­sa­rio il ripri­stino dell’autorevolezza del sistema poli­tico nel defi­nire regole e con­ven­zioni sociali con­di­vise. Ma se il sovrano ha perso lo scet­tro, non è detto che possa ritro­varlo in una gene­rica riforma della poli­tica, come auspi­cato da Laura Castelli del Movi­mento Cin­que Stelle: l’unico inter­vento inter­rotto da un applauso.

Se Sti­glitz può pas­sare, suo mal­grado, come un rifor­mi­sta radi­cale, una sponda alle sue tesi non è certo venuta dal rifor­mi­smo «timido» e «per­bene» di Ste­fano Fas­sina (pd), che ha più volte lamen­tato il fatto che la poli­tica ha le mani legate e che forse spetta agli acca­de­mici di pro­porre una vision alter­na­tiva a quella domi­nante. Strano approdo per un poli­ticy maker che vor­rebbe la ripresa di auto­no­mia della poli­tica, ma poi ne affida le sorti a un accademico.

L’unico espo­nente poli­tico a suo agio è Giu­lio Tre­monti, che cita come fune­sta l’idea domi­nante che ha for­mato l’Unione Europa: quello di uno svi­luppo lineare, pro­gres­sivo dell’economia euro­pea. A Bru­xel­les e a Stra­sburgo la crisi eco­no­mica è piom­bata come un evento inat­teso, tro­vando le isti­tu­zioni comu­ni­ta­rie impre­pa­rate. E ancora adesso c’è una certa dif­fi­coltà a fare i conti con players glo­bali come la Cina o i fondi di investimento.

Quando la parola ritorna agli stu­diosi, sem­bra di scen­dere dalle stelle alla terra. Tutto diventa chiaro. La siprale distrut­tiva del neo­li­be­ri­smo (Gio­vanni Dosi), la neces­sità di ridurre le disu­gua­glianze sociali (Mauro Gal­le­gati), le nuove poli­ti­che eco­no­mi­che e indu­striali (Mario Pianta) danno misura di quel movi­mento di ridi­scesa sulla terra invo­cato da Goe­the nel «Faust» che il sistema poli­tico non sem­bra riu­scire a fare.

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