Castro e Gates uniti nella lotta Il nemico comune ora è Ebola

Castro e Gates uniti nella lotta Il nemico comune ora è Ebola

LONDRA — Castro manda i medici, Gates i milioni. La classica strana coppia: la charity di un ricco filantropo e uno squattrinato governo comunista danno l’esempio alla (finora) risibile armata degli aiuti internazionali all’Africa di Ebola.
Accogliendo l’appello dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Cuba ha predisposto l’invio di 165 operatori sanitari nei Paesi colpiti (Liberia, Sierra Leone, Guinea). La «Bill and Melinda Gates Foundation» ha messo sul tavolo 50 milioni di dollari per l’acquisto di materiale: dai guanti alle tende di isolamento. Chi li segue? Perché l’hashtag «fermiamo Ebola» non è virale (almeno) tra governi e istituzioni? «Il numero dei malati cresce più rapidamente della capacità di assisterli», ha detto Margaret Chan, capo dell’Oms (braccio sanitario dell’Onu), accogliendo con favore l’offerta cubana. «Ci servono ancora 500-600 dottori dall’estero e almeno mille infermieri». Le fa eco Joanne Liu, presidente di Medici Senza Frontiere, ong che in quei Paesi opera di fatto come un ministero della Sanità: «Nuovi centri in Liberia servono nel giro di giorni, non di settimane». La struttura con 25 posti promessa dal governo Usa a Monrovia servirà al personale sanitario infettato, non alla popolazione. Un centro britannico da 62 posti in Sierra Leone sarà operativo tra 8 settimane.
Troppo poco, troppo lentamente dice l’Oms. L’inviato del New York Times a Monrovia racconta di malati abbandonati negli angoli degli ospedali. C’è un popolo di almeno 400 mila persone in zone altamente infette. L’epidemia si contrasta nelle case, non nei lazzaretti. L’Agenzia Usa per lo Sviluppo Internazionale ha fornito 50mila kit in un mese (guanti, stivali, disinfettante). Il virus va più veloce. Ha già ucciso 2.400 persone su 4.800 casi confermati. Perché le nuove potenze economiche dell’Africa non intervengono? Perché l’Italia non guida l’Unione Europea in un piano massiccio e immediato? Quante volte abbiamo ironizzato sull’interventismo sanitario di un Paese come Cuba, sull’invio «forzato» e interessato di medici (con o senza militari appresso), sulla curiosa politica commerciale dei fratelli Castro (per esempio con il Venezuela) «infermieri in cambio di petrolio»?
Al momento Ebolaland non ha molto da dare in cambio. Paesi appena usciti da guerre civili, ex Stati falliti tornati alla democrazia che meritano sostegno. L’Oms (generale senza esercito) si dà l’obiettivo di fermare l’epidemia in 6-9 mesi per impedire che si diffonda altrove.
Il New York Times ieri ha criticato il governo Usa: può fare di più. Possiamo fare di più anche noi? Facciamolo per calcolo. Gli scienziati avvertono (sotto voce) che Ebola potrebbe diventare un virus che si trasmette nell’aria e non solo per contatto con liquidi corporei. Ogni nuovo infetto è una palestra: più mutazioni genetiche, più chances di rafforzarsi e diventare una potenza «aerea». E allora anche le nostre difese sarebbero più vulnerabili. Fermiamolo in Africa, prima che venga a prenderci.
Michele Farina



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