Ciotti: “Non ho paura di Riina però nessuno mi ha allertato”

Minacce a don Ciotti solidarietà bipartisan Grasso: siamo con te. Telefonata di Renzi dopo le intercettazioni di Riina Boldrini: parole che preoccupano ma non sorprendono

SALVO PALAZZOLO, la Repubblica redazione • 1/9/2014 • Copertina, Criminalità, controllo & sicurezza, Terzo settore & Non profit • 897 Viste

PALERMO. NON temo le minacce di Riina. Non sono rivolte a me ma a tutte le persone di Libera. Nessuno mi ha avvertito. Mi sembra anche una mancanza di rispetto per i due poliziotti che mi seguono ogni giorno». Parla così don Luigi Ciotti, il fondatore di Libera, dopo le rivelazioni sulle conversazioni in carcere di Totò Riina, ora depositate al processo sulla trattativa.
«Riina dice che sono come don Pino Puglisi — sussurra Luigi Ciotti — ma io non oso paragonarmi, sono solo un uomo piccolo e fragile». Fa una pausa e riprende: «Però io mi riconosco nella Chiesa che immaginava don Pino, una chiesa che interferisce, come l’ha definita un ex mafioso pentito». Ora, il tono della voce di don Luigi si fa energico: «Una chiesa che accoglie, che tiene la porta aperta a tutti, anche a chi, criminale mafioso, è mosso da un sincero, profondo desiderio di cambiamento, di conversione».
Riina la paragona a don Puglisi e dice che dovrebbe fare la stessa fine. Cosa ha pensato quando ha saputo di queste minacce di morte, che risalgono al settembre 2013?
«Solo sabato pomeriggio ne sono venuto a conoscenza. E cioè quando lei mi ha telefonato per informarmi che stava scrivendo un articolo, mi ha spiegato che i magistrati avevano depositato quelle intercettazioni nel processo trattativa. E mi ha anche detto che all’epoca i pm di Palermo avevano subito informato il Viminale,
per far scattare le misure di protezione più adeguate. Ma nessuno mi ha avvertito delle minacce di Riina. Lo trovo singolare, mi sembra anche una mancanza di rispetto per i due poliziotti che mi seguono ogni giorno».
Ieri mattina, dopo l’uscita di “Repubblica”, qualcuno l’ha chiamata per affrontare il tema della sua sicurezza?
«Il primo a telefonarmi, di buon mattino, è stato il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Mi ha ribadito la sua solidarietà e la sua vicinanza».
E, poi, chi le ha telefonato?
«Tanti amici corleonesi, che è il nome di un popolo, non di un clan».
Cosa ha letto in quelle frasi pronunciate dal capo di Cosa nostra in carcere? Ha paura?
«Le minacce di Riina sono molto significative ma non temo nulla. Perché quelle parole non sono rivolte solo a Luigi Ciotti, ma a tutte le persone che in vent’anni di Libera si sono impegnate per la giustizia e la dignità del nostro Paese. Cittadini a tempo pieno, non a intermittenza. Solo un noi, non mi stancherò di dirlo, può opporsi alle mafie e alla corruzione. Libera è cosciente dei suoi limiti, dei suoi errori, delle sue fragilità, per questo ha sempre creduto nel fare insieme, ho creduto che in tanti possiamo fare quello che da soli è impossibile».
Perché proprio in questi ultimi mesi Riina lancia parole di odio contro la Chiesa che ha fatto santo il parroco ucciso dai boss?
«Perché le mafie sanno fiutare il pericolo. Sentono che l’insidia, oltre che dalle forze di polizia e da gran parte della magistratura, viene dalla ribellione delle coscienze, dalle comunità che rialzano la testa e non accettano più il fatalismo, la sottomissione, il silenzio. Le minacce di Riina sono la prova che questo impegno è incisivo, graffiante, toglie la terra da sotto i piedi. Però non basta».
Cosa manca alla lotta alla mafia?
«La politica deve sostenere di più questo cammino. La mafia non è solo un fatto criminale, ma l’effetto di un vuoto di democrazia, di giustizia sociale, di bene comune. Ci sono provvedimenti urgenti da intraprendere e approvare senza troppe mediazioni e compromessi ».
Quali?
«Innanzitutto, quelli riguardanti la confisca dei beni, che è un doppio affronto per la mafia, come anche le parole di Riina confermano. Tanto bisogna fare anche contro la corruzione, che è l’incubatrice delle mafie»
Quali priorità intravede?
«C’è una mentalità che dobbiamo sradicare, quella della mafiosità, dei patti sottobanco, dall’intrallazzo in guanti bianchi, dalla disonestà condita da buone maniere. La corruzione sta mangiando il nostro Paese, le nostre speranze».
Ora, Papa Francesco dice che l’impegno contro la mafia è una priorità per la Chiesa. Non sono davvero parole scontate. Appena vent’anni fa, don Puglisi fu ucciso perché era solo. Cos’è l’impegno antimafia per don Luigi Ciotti?
«È da sempre un atto di fedeltà al Vangelo, alla sua denuncia delle ingiustizie, al suo stare dalla parte delle vittime, degli esclusi. Al suo richiamarci a una fame e sete di giustizia che va vissuta a partire da qui, da questo mondo».
Citava le parole del mafioso pentito sulla chiesa che “interferisce”.
«È una chiesa che non smette di ritornare — perché è lì che si rinnova la speranza — al Vangelo, alla sua essenzialità spirituale e alla sua intransigenza etica. Una Chiesa che cerca di saldare il cielo alla terra, perché, come ha scritto Papa Francesco: una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo».

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