Clima. I verdi germogli di un nuovo ordine mondiale

New York. Domenica quasi 400mila persone alla «People’s March». È la prima volta dal 2003 che un movimento sfila per un unico obiettivo comune. E oggi tocca all’Onu

Marina Catucci, il manifesto redazione • 23/9/2014 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Internazionale, Movimenti • 1000 Viste

Si è aperta ieri a New York la 69ma assem­blea gene­rale dell’Onu, all’interno della quale oggi Ban Ki-Moon pre­senta il «suo» sum­mit sul clima. Tutta la set­ti­mana è dedi­cata a ini­zia­tive sui cam­bia­menti cli­ma­tici, den­tro e soprat­tutto fuori il palazzo di vetro.

La coscienza col­let­tiva ame­ri­cana si è mobi­li­tata dome­nica nella più grande mani­fe­sta­zione su temi ambien­tali della sto­ria. L’associazione non gover­na­tiva 350?.org ha por­tato in piazza un milione di per­sone in tutto il mondo di cui 400.000 solo a New York, qua­dru­pli­cando le aspet­ta­tive iniziali.

Non sono però solo i numeri l’elemento signi­fi­ca­tivo di que­sto «cor­teo mon­diale». È vero che erano 10 anni che non si vede­vano così tante per­sone sfi­lare, come acca­deva nel 2003/2004 per le mani­fe­sta­zioni con­tro la guerra in Iraq, ma la People’s Cli­mate Change March è stata orga­niz­zata non sull’onda di un evento sca­te­nante bensì intorno a un con­cetto, quello dell’«ingiustizia cli­ma­tica», che col­lega il tema della dispa­rità eco­no­mica e ingiu­sti­zia sociale al tema dei cam­bia­menti cli­ma­tici che deri­vano diret­ta­mente da scelte di uti­lizzo ed estra­zione delle risorse con un impatto ambien­tale devastante.

Que­sto rende ancora più signi­fi­ca­tivo l’evento di dome­nica: vedere sfi­lare in cor­teo cen­ti­naia di migliaia di per­sone che fanno di un con­cetto una con­sa­pe­vo­lezza e che si espon­gono per difen­dere un’idea e cam­biare una prassi è un avve­ni­mento non trascurabile.

Alla pre­sen­ta­zione del sum­mit sul clima dell’Onu oggi ci si arriva dopo un’altra gior­nata di mobi­li­ta­zione, Flood Wall Street, orga­niz­zata da Occupy, che ha sem­pre visto il legame tra dispa­rità eco­no­mica e pro­blemi cli­ma­tici. Occupy era pre­sente nell’organizzazione del cor­teo di 350?.org ma ha riser­vato per sé una gior­nata di mobi­li­ta­zione più con­sona al pro­prio stile di «paci­fica aggres­sione situa­zio­ni­sta», ripor­tando non sim­bo­li­ca­mente ma pro­prio fisi­ca­mente i flash mob là dov’è l’origine della mag­gior parte dei mali del nostro tempo, l’ormai fami­ge­rata Wall Street, sede e tem­pio del sistema capi­ta­li­stico occidentale.

Hanno cir­con­dato Wall Street, attac­cato stri­scioni, si sono arram­pi­cati sui palazzi del potere, hanno reso la vita dif­fi­cile alle tran­sa­zioni e ancora una volta gli occu­piers han fatto sen­tire la pro­pria voce in modo spettacolare.

La gior­nata è comin­ciata con un’assemblea a Bat­tery Park, vicino la piazza della borsa ma anche una delle zone più col­pite da Sandy.

All’assemblea hanno par­te­ci­pato Naomi Klein e Chris Hedge, soste­ni­tori della teo­ria per cui inver­tire il cam­bia­mento cli­ma­tico è incon­ce­pi­bile senza sfi­dare il capi­ta­li­smo globale.

E Occupy il capi­ta­li­smo sa come sfi­darlo: ridi­co­liz­zan­dolo, por­tan­dolo a but­tar via la maschera di unica realtà pos­si­bile. In fin dei conti a que­sto doveva ser­vire l’occupazione di Zuc­cotti Park, dimo­strare in pic­colo come un altro mondo pos­si­bile possa dav­vero esi­stere, pro­prio nel cuore di Manhattan.

Alcune di que­ste stesse teo­rie ver­ranno pro­po­ste da Ban Ki-Moon mar­tedì, il suo rap­porto sul clima ha la fina­lità di (o almeno cer­care di) pren­dere impe­gni proat­tivi in set­tori che sono fon­da­men­tali per man­te­nere l’aumento della tem­pe­ra­tura glo­bale a meno di due gradi.

Un obiet­tivo che passa attra­verso scelte pre­cise elen­cate dall’Onu: la pro­du­zione ali­men­tare dovrà aumen­tare di almeno il 60% nei pros­simi 35 anni per garan­tire la sicu­rezza ali­men­tare per i 9 miliardi di per­sone che si pre­ve­dono vivere sul pia­neta entro il 2050. Ma que­sta pro­du­zione dovrà essere con­trol­lata. In par­ti­co­lare con il con­trollo delle emis­sioni glo­bali di gas serra di cui sono respon­sa­bili — per circa il 70% — le città, i grandi agglo­me­rati urbani che già si sa saranno desti­nati ad aumen­tare di dimensioni.

Accom­pa­gnan­dolo allo spo­sta­mento verso fonti di ener­gia rin­no­va­bili come il solare, l’eolico e il geo­ter­mico e una mag­giore effi­cienza ener­ge­tica degli elet­tro­do­me­stici e dell’illuminazione. Tutti cam­bia­menti essen­ziali per uti­liz­zare le risorse del mondo in modo soste­ni­bile e diver­si­fi­care le economie.

Si par­lerà di mobi­li­tare finan­zia­menti per il clima, e un prezzo robu­sto dell’anidride car­bo­nica è una delle stra­te­gie più effi­caci per sbloc­care gli inve­sti­menti pri­vati: un forte segnale di prezzo diri­gerà i flussi finan­ziari dai com­bu­sti­bili fos­sili alla così detta ener­gia «pulita».

Non è que­sto un nuovo atteg­gia­mento da parte dell’Onu nei con­fronti dell’ambiente. Già nel 2007–2008 il rap­porto sul clima di Undp, il pro­gramma per lo svi­luppo delle Nazioni unite, evi­den­ziava pro­prio ciò che è stato por­tato in piazza in que­sti giorni, cioè che le più col­pite dai cam­bia­menti cli­ma­tici sono le fasce di popo­la­zione più povere, che sono anche quelle che meno inci­dono sul dete­rio­ra­mento del clima, men­tre i paesi più ric­chi — mag­gior causa dei feno­meni che por­tano al cam­bia­mento cli­ma­tico — son quelli che ne pagano meno le conseguenze

Ciò che va evi­den­ziato è anche la cre­scita di quella che nel 2003 il New York Times aveva defi­nito la nuova «super­po­tenza mon­diale», quella dei popoli di tutto il mondo uniti, che a milioni il 15 feb­braio 2003 ave­vano mani­fe­stato per la prima volta com­patti con­tro la guerra. La guerra non è stata fer­mata, e con­ti­nua ancora, ma la «super­po­tenza» sta diven­tando sem­pre più grande e quella scin­tilla di con­sa­pe­vo­lezza che nel 1999 a Seat­tle aveva por­tato ad indi­vi­duare il «nemico» come col­let­tivo ed eco­no­mico, è cre­sciuta, ha messo radici e sta germogliando.

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