« Conti correnti, mediatori, sequestri Ecco dove è finita la tangente dell’ Eni »

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MILANO — «Nessun intermediario» e «nessun pagamento alla società nigeriana Malabu Oil &aGas» ma «solo al governo della Nigeria», è la difesa ribadita da Eni e Shell per controbattere al sospetto che un fiume di tangenti abbia viziato il contratto con il quale nell’aprile 2011 pagarono 1 miliardo e 92 milioni di dollari (più Shell da sola altri 200) per aggiudicarsi la licenza di esplorare il campo petrolifero OPL245 detenuta appunto dalla Malabu: società nigeriana quasi solo con una casella postale, e tuttavia all’epoca al centro di aspre rivendicazioni di proprietà tra oligarchi nigeriani, fino a rivelarsi poi lo schermo dietro il quale l’ex ministro nigeriano del petrolio Dan Etete si era sostanzialmente autoassegnato anni prima proprio quella preziosa licenza. Ma nelle rogatorie internazionali sfociate mercoledì a Londra nel sequestro di 193 milioni disposto dalla londinese Southwark Crown Court a carico di Etete e del mediatore nigeriano Emake Obi, la Procura di Milano mostra ora di vedere nell’interposizione del governo solo una soluzione puramente tattica: una mossa (niente più intermediari, apparente rapporto esclusivo con lo Stato) finalizzata a vestire di maggiore trasparenza il perfezionamento nel 2011 di un accordo tra Eni e Malabu che invece in sostanza garantisse i medesimi impegni tangentizi sottesi per i pm alla prima fase della negoziazione, quella abortita nel 2010 dopo che per essa si erano spesi a vario titolo gli allora numeri uno e due di Eni, Paolo Scaroni e Claudio Descalzi (oggi amministratore delegato), il loro manager operativo Roberto Casula, i mediatori italiani Luigi Bisignani e Gianluca di Nardo, l’intermediario nigeriano Obi e l’ex ministro Etete.
Il governo «facilitatore»
In questa chiave di lettura i pm trovano paradossalmente terreno fertile in una dichiarazione ufficiale il 20 maggio 2012 proprio del ministro della Giustizia nigeriano, Mohammed Bello Adoke, resa in risposta alle prime critiche in patria sull’operazione: «Con l’intesa del 2011 Shell e Eni concordarono di pagare 1 miliardo e 92 milioni alla società Malabu attraverso il Governo federale, che agiva come garante in risoluzione di ogni pretesa e interesse e diritto relativi o connessi con il campo petrolifero OPL245, e Malabu acconsentì alla riallocazione di OPL245 all’Agip Nigeria e a Shell Nigeria». Il ministro aggiungeva che era «quindi evidente che il ruolo giocato dal Governo federale in relazione a OPL245, era stato essenzialmente quello di facilitatore della risoluzione di una lunghissima disputa tra Malabu e Shell sulla proprietà e sul diritto di sfruttare il campo OPL245»: una facilitazione nella quale il Governo federale si diceva «non consapevole di sussistenti interessi di una terza parte nella questione Malibu, e nemmeno che società o persone avessero chiesto di essere associate nei negoziati come parti interessate fino a quando la risoluzione della disputa fu chiusa».
Su questa linea, i pm scrivono negli atti inviati a Londra che Etete, col suo doppio ruolo di ex ministro del Petrolio ma anche reale beneficiario della licenza in vendita, «non può essere considerato come un mero “vendor” del blocco. Egli è stato necessariamente parte dell’azione delittuosa dal momento che il suo consenso alla vendita era obbligatorio per riuscire a definire l’affare illegale. Etete è stato anche un veicolo per la distribuzione di tangenti, come emerge chiaramente dall’analisi dei flussi di denaro originati» dal saldo Eni del prezzo di 1 miliardo e 92 milioni su un conto ufficiale del governo nigeriano nel 2011. «Le informazioni bancarie in nostro possesso — ritengono gli inquirenti che procedono per il reato di corruzione internazionale aggravata dalla transnazionalità, che si compie se una azienda italiana paga bustarelle a pubblici ufficiali stranieri per appalti o forniture — sottolineano chiaramente come gran parte dei soldi pagati dall’Eni non sono rimasti in possesso di Etete, ma furono divisi attraverso diversi recettori», e che «i soldi pagati da Eni sono all’origine di un altissimo numero di opache e anomale transazioni finanziarie scoperte da unità di intelligence finanziaria in tutto il mondo».
Ai politici nigeriani 523 milioni
«Un’enorme parte del denaro versato dal conto del governo nel Regno Unito a favore dei conti nigeriani della società Malabu», dunque in esecuzione dell’impegno contrattuale per il quale il governo si era reso solo facilitatore, «è stata successivamente stornata, per 523 milioni di dollari, a beneficio di Abubakar Alyu, persona notoriamente legata a pubblici ufficiali di alto livello in Nigeria». E «sollevano seri interrogativi altre operazioni bancarie sui conti nigeriani di Malibu», tanto che «sembra ragionevole ipotizzare che siano state effettuate per scopi corruttivi: per esempio il pagamento di 10 milioni di dollari a favore dell’ex ministro della Giustizia della Nigeria, Bayo Ojo San». La Procura scrive poi di stare ancora «identificando i reali beneficiari di molteplici trasferimenti verso una moltitudine di persone e società in diversi Paesi, che hanno ricevuto somme di vario importo (da milioni di dollari fino a poche decine di migliaia), o servite per l’acquisto di aerei e macchine blindate».
A Londra 213 milioni
È la somma che poi era rimasta sui conti della Malibu di Etete, in parte rivendicati dal mediatore Obi (quello in contatto nel 2010 con i vertici Eni) che gli aveva fatto causa in Gran Bretagna. La giudice Elizabeth Gloster nel 2013 dà ragione a Obi e dispone che Etete gli riconosca per la mediazione almeno 110 milioni sui 215; e Obi prende subito circa 15 di questi 110 milioni e li gira a Di Capua, il mediatore italiano che Etete aveva attivato nel 2010 e che da Bisignani si era fatto aprire dentro Eni le porte prima di Scaroni e poi di Descalzi (come documentato dalle intercettazioni napoletane su Bisignani). Etete, per parte sua, con una fettina dei soldi pagatigli (via governo nigeriano) dall’Eni, ha curiosamente risolto un proprio problema giudiziario in Francia, dove nel 2010 per il reato di riciclaggio il Tribunale e la Corte d’appello di Parigi l’avevano condannato a una pena detentiva convertita in una sanzione pecuniaria di 8 milioni di euro: «Risulta — si legge ora negli atti — che la società Malabu, dalla somma complessivamente ricevuta da Eni, abbia pagato 7,4 milioni di dollari alle autorità francesi».
Luigi Ferrarella



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