Dieci punti per far girare bene il pianeta

L’appello . Ventuno ong di tutto il mondo (in rappresentanza di 200 milioni di persone) indicano le 10 misure per evitare che il climate change raggiunga un punto di non ritorno

Guido Viale, il manifesto redazione • 10/9/2014 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Movimenti • 761 Viste

Ven­tun orga­niz­za­zioni del Nord e del Sud del mondo (in Ita­lia Fair­watch), in rap­pre­sen­tanza di oltre 200 milioni di per­sone, hanno sot­to­scritto un appello in 10 punti che indica le misure per evi­tare che i cam­bia­menti cli­ma­tici in corso rag­giun­gano un punto di non ritorno. È un appello alla mobi­li­ta­zione con­tro la con­vo­ca­zione da parte del segre­ta­rio gene­rale dell’Onu Ban Ki Moon di un Ver­tice sul clima il 23 set­tem­bre a cui ha invi­tato solo lea­der poli­tici e mana­ger del big busi­ness, con una scarsa e com­pia­cente dele­ga­zione di asso­cia­zioni ambien­tali, per aval­lare uno «scippo» della lotta ai cam­bia­menti cli­ma­tici da parte di chi vuole usare que­sta emer­genza pla­ne­ta­ria per fare busi­ness, con misure e poli­ti­che non vin­co­lanti, a carat­tere pri­va­ti­stico, che mirano solo al pro­fitto e sono sicu­ra­mente inefficaci.

Se i dieci punti della dichia­ra­zione pro­gram­ma­tica di Ale­xis Tsi­pras, inte­grati e spe­ci­fi­cati in un work in pro­gress tutt’ora in corso, hanno offerto ai pro­mo­tori, ai soste­ni­tori e agli elet­tori della lista L’altra Europa – ma anche a chi ha guar­dato a que­sto pro­getto con inte­resse, anche se non l’ha votato – un punto di rife­ri­mento per col­lo­care in un con­te­sto euro­peo l’iniziativa delle forze anta­go­ni­ste alle poli­ti­che di auste­rity, que­sti nuovi «dieci punti» pos­sono ora per­met­tere a tutti di rico­no­scersi e di par­te­ci­pare a uno schie­ra­mento di ampiezza e di respiro planetari.

Ritro­viamo in que­sto appello molti dei punti sin­te­ti­ca­mente pre­senti nel «mani­fe­sto» da cui è nata la Lista L’altra Europa; oltre a pro­muo­vere e soste­nere una mobi­li­ta­zione su un tema di vitale impor­tanza per il futuro di tutti e quasi scom­parso dall’agenda dell’esta­blish­ment ita­liano, euro­peo e mon­diale, occorre ricon­durre e far vivere que­gli obiet­tivi di carat­tere glo­bale nel vivo dell’iniziativa poli­tica locale e quo­ti­diana. Le riven­di­ca­zioni di que­sto appello sono state defi­nite sulla base delle acqui­si­zioni dell’IPCC, la com­mis­sione scien­ti­fica dell’Onu che stu­dia i cam­bia­menti cli­ma­tici, ma in essi tro­viamo intrec­ciati temi ambien­tali, eco­no­mici, sociali e isti­tu­zio­nali, che è l’approccio che carat­te­rizza il pro­getto L’altra Europa.

I primi tre punti dell’appello riven­di­cano impe­gni vin­co­lanti (cioè san­zio­nati): 1)a con­te­nere le emis­sioni annue cli­mal­te­ranti a 38 miliardi di ton­nel­late equi­va­lenti di CO2 entro il 2020, per impe­dire che la tem­pe­ra­tura del pia­neta aumenti di più di 1,5 gradi; 2) a lasciare sotto terra o sotto il fondo dei mari almeno l’80% delle riserve fos­sili cono­sciute; 3) a met­tere al bando tutte le nuove esplo­ra­zioni ed estra­zioni di com­bu­sti­bili fos­sili (e di ura­nio), com­prese, a mag­gior ragione, quelle effet­tuate con il frac­king e il trat­ta­mento delle sab­bie bitu­mi­nose; a sopras­se­dere alla costru­zione di nuovi impianti di trat­ta­mento e tra­sporto dei fos­sili, com­presi i gasdotti. Si tratta di riven­di­ca­zioni agli anti­podi delle poli­ti­che ener­ge­ti­che dell’Ue e della Stra­te­gia ener­ge­tica nazio­nale (Sen) italiana.

Sono obiet­tivi impe­gna­tivi anche per un movi­mento come la lista L’altra Europa, che ha fatto della con­ver­sione eco­lo­gica un pila­stro del suo pro­gramma e ha can­di­dato un espo­nente di punta del movi­mento NoTriv. Non c’è molto da discu­tere, insomma, per fare un esem­pio, su pro­getti come quello estrat­tivo di Tempa Rossa (in Basi­li­cata) e il suo com­ple­mento nel rad­dop­pio della raf­fi­ne­ria Eni di Taranto; o come il gasdotto tran­sa­dria­tico (Tap) che, dopo l’approdo in Puglia, dovrebbe attra­ver­sare tutta la peni­sola. C’è piut­to­sto da discu­tere su come pre­sen­tare que­sto obiet­tivo al pub­blico (cosa non facile, dato il silen­zio che cir­conda i cam­bia­menti cli­ma­tici), su come orga­niz­zare la mobi­li­ta­zione, su come inqua­drarlo in un pro­gramma gene­rale di ricon­ver­sione energetica.

Il quarto punto 4) riguarda la pro­mo­zione delle fonti ener­ge­ti­che rin­no­va­bili (Fer) in forme sot­to­po­ste a un con­trollo pub­blico o comu­ni­ta­rio (cioè «par­te­ci­pato»). Occorre ricor­dare che circa l’80% della potenza foto­vol­taica instal­lata in Ita­lia è stata asse­gnata a grandi impianti e che i rela­tivi incen­tivi – i più alti del mondo – sono andati quasi solo a bene­fi­cio di un’alta finanza che nulla ha a che fare con la gene­ra­zione ener­ge­tica dif­fusa. Ma lo stesso vale per altre Fer. La poli­tica ener­ge­tica va rivol­tata «come un calzino».

Il quinto il sesto punto impe­gnano: 5) a pro­muo­vere la pro­du­zione e il con­sumo locali di beni dure­voli, evi­tando di tra­spor­tare da un capo all’altro del mondo quello che può essere fab­bri­cato in loco; 6) a incen­ti­vare la tran­si­zione a una pro­du­zione agroa­li­men­tare di pros­si­mità. È qui che la con­ver­sione eco­lo­gica, pro­muo­vendo una riter­ri­to­ria­liz­za­zione dei pro­cessi eco­no­mici attra­verso accordi di pro­gramma tra pro­du­zione e con­sumo (il modello, sep­pur in mer­cati per ora di nic­chia, sono i gruppi di acqui­sto soli­dale, Gas) rap­pre­senta una vera alter­na­tiva alla glo­ba­liz­za­zione dei mer­cati dei beni fisici: quella che esige una com­pe­ti­zione sem­pre più ser­rata in una gara al ribasso di salari, sicu­rezza sul lavoro e pro­te­zioni ambien­tali. Sono riven­di­ca­zioni che si ricon­net­tono alle lotte con­tro la delo­ca­liz­za­zione di fab­bri­che e impianti, al movi­mento ter­ri­to­ria­li­sta che su que­sti temi ha al suo attivo, soprat­tutto in Ita­lia, una cor­posa ela­bo­ra­zione, e alla spinta verso una nuova agri­col­tura bio­lo­gica, mul­ti­col­tu­rale, mul­ti­fun­zio­nale e di prossimità.

Qui sta anche la prin­ci­pale dif­fe­renza che separa la con­ver­sione eco­lo­gica dalla mera ado­zione di poli­ti­che «key­ne­siane» di soste­gno alla domanda con incre­menti di spesa pub­blica (in infra­strut­ture e ser­vizi) e incen­tivi al con­sumo (detas­sa­zione dei red­diti bassi e rot­ta­ma­zioni) finan­ziati in defi­cit. In un mer­cato glo­ba­liz­zato una mag­giore domanda non si tra­duce neces­sa­ria­mente in aumenti di offerta e occu­pa­zione nello stesso paese, se non è anco­rata a una pro­get­tua­lità dif­fusa e dif­fe­ren­ziata in base alle esi­genze e alle carat­te­ri­sti­che dei diversi ter­ri­tori; il che richiede anche nuove forme di demo­cra­zia par­te­ci­pata e di autogoverno.

Il set­timo e l’ottavo punto riguar­dano 7) l’obiettivo “rifiuti zero” (cen­trale nei ter­ri­tori mas­sa­crati da cri­mi­na­lità ambien­tale e mal­go­verno), un’edilizia a basso con­sumo ener­ge­tico e 8) un tra­sporto di per­sone e merci con sistemi di mobi­lità pub­blici e condivisa.

Il punto 9) rac­co­manda la crea­zione di nuova occu­pa­zione fina­liz­zata alla rico­sti­tu­zione degli equi­li­bri ambien­tali, sia nel campo delle emis­sioni cli­mal­te­ranti che in quello dell’assetto dei ter­ri­tori. Sono le «mille pic­cole opere» in campo ener­ge­tico, nella manu­ten­zione dei suoli, nei tra­sporti, nell’edilizia e in agri­col­tura in cui dovrebbe arti­co­larsi un piano di lavori pub­blici per creare subito un milione di posti di lavoro in Ita­lia e 6 milioni in Europa.

Il decimo punto 10) impe­gna a sman­tel­lare indu­stria e infra­strut­ture mili­tari per ridurre le emis­sioni pro­dotte dalle guerre e desti­nare a opere di pace le risorse rispar­miate. Non ci sono solo gli F35 da bloc­care (cosa sacro­santa); c’è tutta l’industria e l’occupazione bel­li­che da ricon­ver­tire: le oppor­tu­nità di impie­ghi alter­na­tivi non mancherebbero.

L’appello pro­se­gue indi­cando le cose da evi­tare: a) la mer­ci­fi­ca­zione, la finan­zia­riz­za­zione e la pri­va­tiz­za­zione dei ser­vizi for­niti dall’ambiente (cioè tutta la cosid­detta green eco­nomy, quella che dà un prezzo alla Natura); b) i pro­grammi misti pubblico-privato come Redd (che dovrebbe con­tra­stare defo­re­sta­zione e degrado boschivo) e altri simili, fina­liz­zati solo a creare nuove occa­sioni di pro­fitto; c) le solu­zioni esclu­si­va­mente tec­no­lo­gi­che ai pro­blemi ambien­tali (qui l’elenco è lungo e sicu­ra­mente discu­ti­bile: geoin­ge­gne­ria, Ogm, agro­com­bu­sti­bili, bio­e­ner­gia indu­striale, bio­lo­gia sin­te­tica, nano­tec­no­lo­gie, frac­king, nucleare, ince­ne­ri­mento dei rifiuti); d) le grandi opere inu­tili: si citano dighe, auto­strade, grandi stadi (e noi pos­siamo aggiun­gere Tav, Mose e quant’altro); e) il libero com­mer­cio e i regimi di inve­sti­mento che minac­cino il lavoro, distrug­gono l’ambiente e limi­tano la sovra­nità eco­no­mica dei popoli: pos­siamo tra­durre in Ttip e Tisa.

In con­clu­sione, l’appello invita a indi­vi­duare e denun­ciare le vere radici dei gua­sti del pia­neta: il modello indu­striale di estra­zione cre­scente di risorse, il pro­dut­ti­vi­smo per il pro­fitto di pochi a sca­pito dei molti (cioè il capi­ta­li­smo e un modello di cre­scita illi­mi­tata), che vanno sosti­tuiti con un nuovo sistema che per­se­gua l’armonia tra gli umani, con­netta la lotta ai cam­bia­menti cli­ma­tici ai diritti umani e offra pro­te­zione ai più deboli: soprat­tutto migranti e comu­nità indigene.

Que­sto modello indu­striale – con­clude il docu­mento – non è più soste­ni­bile; occorre redi­stri­buire la ric­chezza oggi con­trol­lata dell’1 per cento della popo­la­zione e ride­fi­nire il benes­sere, che deve riguar­dare tutte le forme di vita, rico­no­scendo i diritti della Natura e di «Madre Terra».

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