Fast food, 500 arresti alla protesta dei precari

Stati Uniti. I lavoratori dei fast food si battono per una paga oraria di 15 dollari. Nei mesi scorsi si era espresso a loro favore anche il presidente Barack Obama

Luca Celada, il manifesto redazione • 6/9/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo, Movimenti, Sindacato • 647 Viste

Quasi 500 mani­fe­stanti arre­stati in tutta Ame­rica, fra cui un par­la­men­tare del Wiscon­sin, Gwen Moore. È il bilan­cio della sesta gior­nata di mobi­li­ta­zione per i salari nei fast food in Ame­rica. La pro­te­sta, che ha preso la forma di sit-in davanti ai fran­chise di Chi­cago, Las Vegas, Detroit, New York, Lit­tle Rock e 150 altre altre città ame­ri­cane, è stata coor­di­nata dal sin­da­cato Seiu, che ha orga­niz­zato le azioni di disub­bi­dienza civile per sen­si­bi­liz­zare l’opinione pub­blica su una delle cate­go­rie emblema della dila­gante sot­toc­cu­pa­zione e del lavoro pre­ca­rio su cui in larga parte è pre­di­cata la ripresa americana.

Come molti iper­mer­cati big box (e fino a qual­che anno fa l’industria del cre­ditotrash respon­sa­bile della bolla immo­bi­liare e della reces­sione glo­bale), i fast food estrag­gono utili gigan­te­schi dallo stesso tar­get di neo-poveri da cui assu­mono i pro­pri impie­gati, e come accade con alcune cor­po­ra­tion come Wal-Mart, sono rigo­ro­sa­mente non sin­da­ca­liz­zati, con i pre­ve­di­bili abusi salariali.

La ver­tenza sui fast-food è comin­ciata un paio di anni fa a New York ed è diven­tata un movi­mento nazio­nale per l’aumento della paga sin­da­cale di cui è fau­tore anche Obama. All’atto pra­tico le nor­ma­tive sui salari minimi dipen­dono però dalle ammi­ni­stra­zioni locali (Washing­ton ha giu­ri­sdi­zione uni­ca­mente su quelli degli statali).

In seguito alle pro­te­ste, alcune muni­ci­pa­lità, come Seat­tle, hanno recen­te­mente isti­tuito una paga minima di 15 dol­lari l’ora, una simile pro­po­sta è all’esame a San Fran­ci­sco. Agli aumenti sono for­te­mente con­tra­rie invece le asso­cia­zioni degli eser­centi, di solito pic­coli impren­di­tori che gesti­scono le filiali in fran­chi­sing per conto delle cor­po­ra­tion.

La McDonald’s è stata par­ti­co­lar­mente attiva nell’opposizione al movi­mento. In una nota rila­sciata que­sta set­ti­mana il gigante di Oak Brook, Illi­nois, riba­di­sce che pur nel «rispetto di una vita digni­tosa per i nostri lavo­ra­tori, deve essere la con­cor­renza di mer­cato a deter­mi­nare i salari». In realtà le grandi cor­po­ra­tion dei panini sono con­tra­rie a ogni ten­ta­tivo di sin­da­ca­liz­za­zione dei lavo­ra­tori che hanno ogni inte­resse a man­te­nere come vasto bacino di mano­va­lanza a buon mercato.

Il sala­rio medio di un lavo­ra­tore di fast food in Ame­rica è da soglia di povertà: 9 dol­lari l’ora, ma può scen­dere fino ad appena 7,50. Gli impie­ghi nel set­tore sono tra­di­zio­nal­mente con­si­de­rati fonte di occu­pa­zione per addetti entry-level, con l’accesso ad impie­ghi part-time ad esem­pio per ado­le­scenti e studenti.

Nella realtà, spe­cie quella deter­mi­nata dal «rial­li­nea­mento verso il basso» causa crisi, la grande mag­gio­ranza dei fast food oggi impiega adulti, capi fami­glia, donne e immi­grati che sten­tano a soprav­vi­vere con le misere paghe, e sono costretti al dop­pio e tri­plo lavoro per sbar­care il lunario.

L’entrata in campo al loro fianco di un sin­da­cato come la Seiu, che rap­pre­senta milioni di alber­ghieri e lavo­ra­tori sani­tari in tutto il paese, ha ridato vigore al movi­mento dei pre­cari sim­bolo dell’economia della new poverty , carat­te­riz­zata da sot­to­la­voro e disuguaglianza.

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