Germania il Muro invisibile

Germania il Muro invisibile

DRESDA. VENGONO in tanti ogni giorno, a ricevere cibo per solidarietà umana senza sentirsi umiliati come mendicanti. Dresda, Zwickauerstrasse 32, non lontano dallo splendido centro ricostruito, dagli shopping mall dove non manca nulla, dalle zone residenziali della borghesia rinata. Zwickauerstrasse, qui la “ Dresdner Tafel ”, l’organizzazione che offre cibo da portare a casa o pasti caldi a prezzi stracciati, lavora senza sosta. Tafel significa mensa per chi non ha abbastanza, ce ne sono oltre novecento in tutta la Germania, anche in zone in declino dell’Ovest ricco. Ma visitare questa — fondata e diretta con energia dalla benefattrice impegnata compagna dottoressa Edith Franke, eletta della Linke — vuol dire vedere la più importante all’est, è diverso che nella Ruhr o nella Saar: qui nei volti della gente tranquilla e dignitosa in coda, quelli che da giovani sfidarono la Stasi in piazza, o i loro padri figli e nipoti, cogli il sentimento di un sogno vissuto rischiando un quarto di secolo fa, e realizzato solo in parte. 25 anni dopo la caduta del Muro, la calma, mesta folla in coda per mangiare ti dice che non tutto, nella riunificazione tedesca, è andato bene.
«Chi sa, se dopo gli studi non fossi diventata reporter, ci sarei venuta anch’io», dice Ines Adam, anchorwoman della tv locale. «Ho avuto fortuna». La Dresdner Tafel apre i battenti ogni giorno alle 13, vedi sempre un pubblico misto: bambini, famiglie con papà e mamma disoccupati che vivono di Hartz I-V, gli assegni previdenza, o del resto del welfare, pensionati, anche studenti. «Ognuno può venire una volta alla settimana», spiega Monika Winkel che riceve la gente in coda. «Distribuisco i buoni-tessera, incasso da 3 a 6 euro a seconda che siano single, famiglie piccole o grandi».
Il sistema funziona, almeno questo consola i perdenti e i nuovi poveri creati dalle “riforme” di Schroeder e poi di Merkel anche nel resto del paese. Ristoranti, catene di fast food, aziende alimentari fanno a gara a fornire gratis alle Tafel ogni avanzo di frigo o magazzino ancora buono. Riunificazione non perfetta? Salviamoci la coscienza. Sabato la Dresdner Tafel ha organizzato “la giornata dei denti sani”, supplisce ai limiti della Sanità, aiuta chi qui all’est non trova più medici: molti hanno preferito andarsene, pagati e trattati meglio in Scandinavia o in Canada. Goodbye Deutschland s’intitola il reality tv show che li racconta, evoca il film Goodbye Lenin. Coda ordinata, nessuno si lamenta. Giovani in fila e volontari soccorrono una vecchietta che si sente male. Tre bimbi attendono con ansia sperando in dolcetti gratis, accompagnati dalla mamma. «Mio marito mi picchiava brutalmente, ho divorziato, non ho lavoro, lui non ci versa un soldo». Una famiglia di migranti afgani riceve del cibo in più come regalo di benvenuto, papà ha gli occhi lucidi.
«Vengono molte madri sole, hanno uno o due mini lavori ma non basta fino a fine mese», spiegano alla Tafel, «e inquieta la povertà dei pensionati in un paese ricco». Centomila persone a Dresda e dintorni, dicono le statistiche federali, sono bisognose, ma i visitatori della Tafel sono in media tredicimila: gli altri non sanno che esiste, o si vergognano di andarci. Non te lo aspettavi, correndo col vecchio Suv bavarese verso Dresda, ma è così: con tutte le differenze, quasi pensi a Dickens.
Qui, in una città ricca, non nella “pampa gelida” del Meclemburgo- Cispomerania dove tra fattorie collettive in bancarotta da anni, villaggi svuotati dall’esodo e pianure ove i viventi sono solo cinghiali o cervi, non puoi neanche usare il cellulare: mancano i ripetitori, non servirebbero quasi a nessuno. O nel Brandeburgo, l’antica Prussia così spopolata dai giovani che «neanche i neonazi trovano qualcuno da pestare», come canta il cabarettista Rainald Grebe nel motivo-cult dell’Est. Povertà, e qualche delusione, sono diffusi, anche se Turingia e Sassonia sono location di eccellenze, e in alcune zone dell’Ovest va peggio.
Eccoci a Magdeburgo, Sassonia- Anhalt, la capitale dallo splendido duomo. Sono una Spoon river dei vivi, le storie della gente in coda alla Tafel di Porsestrasse 16. «Ho 46 anni, mi chiamo Ralf, sono idraulico, disoccupato da 7 anni, diabetico, nessuno mi assume. Qui risparmio 20 euro al mese, tanti». «Mi chiamo Martina, ho 55 anni, sono giardiniera, senza lavoro da 12 anni, di pensione avrò 128 euro mensili. Mi vergognavo, ma che altro potevo fare? E qui sono gentili». Ecco Dorit, 35 anni, parrucchiera e sarta. «Cinque anni senza lavoro, mi danno persino cioccolata per mia figlia». E Peter, robusto 64enne: «Ero muratore da sempre, è finita. I soldi non mi bastano». O Inga, 79 anni: «Ho manovrato le gru dei cantieri per una vita, ora 550 euro di pensione. Vengo qui, non mi lamento».
Un quarto di secolo è tanto, i ricordi di pestaggi e torture della Stasi si allontanano. Il reddito medio nei “nuovi Bundeslaender”, ammette Berlino, è il 66 per cento di quello dell’Ovest. «Tanto sviluppo, tanti successi ma anche ombre », afferma al Financial Times Iris Gleicke, delegata del governo federale per i problemi dell’ex Ddr. Risanare la Ddr disastrata da Honecker e da Mosca costa ancora alla Germania unita 100 miliardi di euro all’anno: moltiplicato 25 anni, altro che Grecia o eurosalvataggio. Eppure la beneficienza è vitale persino a Lipsia, la città più ricca dell’est tedesco, la “seconda Berlino” che attira tanti giovani d’ogni parte d’Europa. Anche qui dove producono Bmw e Porsche e l’aeroporto fa invidia ai nostri, accanto ai ristoranti di lusso, da Gourmétage tutto caviale e champagne ai caffè e negozi del Maedler- Passage d’epoca imperiale, ci pensa il Restaurant des Herzens (ristorante del cuore) a rifocillare i poveri. Ci sono due Lipsie, notava di recente Christiane Kohl della Sueddeutsche Zeitung : ricchi o borghesi e poveri, non si odiano ma s’ignorano a vicenda. Non costruisci così una nuova identità nazionale, distrutta quella obbligata nello Stato totalitario finito nella pattumiera della Storia.
Bisogna capirli, i frustrati, avverte il sociologo Andreas Willisch, coautore di un saggio-inchiesta su Wittenberge, “la città che si rimpicciolisce”, quasi come Benjamin Button che nasce vecchio e muore bambino. Avevano la più moderna fabbrica di macchine da cucire d’Europa, dopo la riunificazione divenne inutile, fu chiusa da un giorno all’altro. «Qui la memoria è una doccia scozzese, gioia ricordando la fine della dittatura e shock della lettera di licenziamento ». È una città malata, sofferente, nota Willisch: lo vedi arrivandoci nella stazione vuota, e a ogni primo del mese alle code dei disoccupati per il sussidio davanti alle Sparkassen . «È uno dei luoghi che chiamano Verliererstadt , città dei perdenti, eppure hanno imparato a vivere, in un quotidiano post-lavoro anche per i giovani». Miracolo non vedere sommosse come nelle banlieues francesi. Però di voto in voto i populisti euroscettici di Alternative fuer Deutschland volano più alto, qui all’Est ben meno povero del nostro Mezzogiorno eppure infelice. Il viaggio è finito, il vecchio Suv bavarese mi riporta a Berlino. Scorgi all’orizzonte le luci della “Londra mitteleuropea”, ti senti tornare in un altro mondo, circondato dalla piccola galassia dei tanti perdenti.



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