I curdi siriani in fuga dal Califfato In 130 mila si rifugiano in Turchia

E l’Isis minaccia: «Uccidete gli infedeli. Prenderemo pure Roma»

Lorenzo Cremonesi, Corriere della Sera redazione • 23/9/2014 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi • 1124 Viste

I curdi siriani diventano la prima linea della battaglia contro le brigate jihadiste dello Stato Islamico. Circa 130 mila tra i loro civili residenti nella zona della cittadina di Kobane sono fuggiti in Turchia. L’esodo è cominciato venerdì scorso. Sino ad allora le loro milizie di autodifesa, note come Unità di Protezione Popolare (chiamate anche Ypg dall’acronimo curdo), erano riuscite a contenere l’offensiva jihadista e convinto la loro gente a non scappare oltre confine, visto che la Turchia è considerata un Paese nemico. Ma dalla scorsa settimana lo Stato Islamico ha lanciato un’offensiva su larga scala. Una ventina di villaggi curdi nell’enclave di Kobane sono caduti nelle loro mani.
«Gli estremisti islamici ammazzano gli uomini in massa, prendono le donne schiave, rapiscono i bambini. I curdi rischiano di fare la fine degli yazidi», ci hanno detto per telefono ieri i loro militanti dalle zone dei combattimenti, facendo riferimento alla minoranza perseguitata in Iraq durante le offensive dei primi di agosto. In serata pareva che fossero riusciti ad impedire la caduta di Kobane ed evitare così che almeno altre 200 mila persone fuggissero verso nord. Tuttavia, nuovi scontri sono inevitabili. Lo Stato Islamico passa all’attacco preventivo con rabbia. I suoi leader chiedono pubblicamente di uccidere «i cittadini» della quarantina di Paesi (tra cui l’Italia) che hanno risposto all’invito del presidente Barack Obama per la creazione di una coalizione internazionale finalizzata a combattere lo Stato Islamico. «Uccideteli ovunque nel mondo», sostiene in un video di 42 minuti Abu Mohammed al-Adnani, il suo portavoce più noto. E ancora: «Conquisteremo la vostra Roma, frantumeremo le vostre croci e renderemo schiave le vostre donne, con l’aiuto di Allah».
In Siria lo Stato Islamico non nasconde l’intenzione di far piazza pulita di ogni milizia nemica sul terreno che possa direttamente o indirettamente approfittare degli attesi raid americani e dei loro alleati previsti nei prossimi giorni. I territori dei curdi circondano Raqqa, considerata la capitale dei jihadisti. Una situazione incerta. Per comprenderla occorre ricordare la storia complessa di questa minoranza. Sono poco più di due milioni, circa il 13 per cento della popolazione siriana. Nel passato i loro rapporti con Damasco sono stati difficili. La dittatura degli Assad ha sempre represso qualsiasi movimento autonomista. E con la Turchia è scontro aperto, visto che i curdi siriani sono legati a filo doppio al Pkk, il Partito dei lavoratori curdi in Turchia accusato di «terrorismo» da Ankara e da una parte della comunità internazionale. Negli ultimi due giorni giovani del Pkk accorsi per combattere da volontari alla difesa di Kobane sono stati bloccati con violenza dalle unità militari turche dispiegate rapidamente lungo la frontiera. All’inizio del movimento di opposizione armata alla dittatura siriana, nell’estate del 2011, i curdi mantennero un atteggiamento di equidistanza. Ma in seguito sono state le violenze delle milizie fondamentaliste e dello stesso Stato Islamico a spingerli a collaborare con Bashar Assad. Oggi le loro roccaforti sono tre, tutte nel nordest del Paese: Kobane, Efrine e soprattutto la zona di Qamishli a ridosso del confine con l’Iraq, dove sono situati anche i campi petroliferi di Remilan, che producono 90 mila barili di greggio al giorno. L’evoluzione dei combattimenti, specie da agosto, ha anche mutato i loro rapporti con l’enclave curda irachena: in passato erano di quasi ostilità, adesso di aperta cooperazione.
Lorenzo Cremonesi

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