In fuga dalla guerra uccisi dagli scafisti Ora Gaza piange i fantasmi del mare

Mai così tanti hanno cercato di evadere dalla Striscia come dopo l‘ultima offensiva israeliana che ha lasciato dietro di sé una distesa di lutti, macerie e disperazione

FABIO SCUTO, la Repubblica redazione • 23/9/2014 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi, Immigrati & Rifugiati • 1188 Viste

GAZA. È UNA “Spoon River” araba senza lapidi e, spesso, anche senza nome. La Striscia non ha ancora assorbito il lutto dei duemila morti della guerra di queste estate e già piange altre centinaia, più probabilmente migliaia, di vittime. Ma lo fa sommessamente, perché Hamas non vuole che se ne parli. A un mese dalla fine della guerra i “desert rats” di Gaza sono già al lavoro e nuovi tunnel sono stati scavati sotto il confine con l’Egitto. Non come quelli dei “tempi d’oro” — quando ci passavano dentro auto e camion, c’erano pure i ventilatori e la luce — questi sono cunicoli per strisciare sui gomiti e le ginocchia, lunghi cinquanta-cento metri. Servono solo per il traffico degli umani. Per questa “strada” sono passati nelle ultime settimane oltre tremila palestinesi che una volta in Egitto hanno cercato di imbarcarsi sulle navi della morte gestite dai contrabbandieri legati ai gruppi mafiosi- islamisti. Quasi duemila di questi ragazzi, uomini e donne, bambini, interi gruppi familiari, non hanno dato più notizie facendo temere il peggio, alcune centinaia sono certamente morti nel naufragio del sei settembre al largo delle coste di Malta mentre erano diretti in Italia come hanno raccontato i sei sopravvissuti salvati da un mercantile finlandese, altre decine nell’affondamento di un altro barcone al largo della Libia. La speranza è sempre stata l’ultima risorsa per i “maledetti di Gaza”, ma centinaia di famiglie hanno già eretto le tende del lutto davanti alle macerie di casa per ricevere le condoglianze di amici e parenti, come si conviene nell’uso arabo. Halil Abu Shamala, del Gruppo per i diritti umani “Adamir”, mostra un primo elenco con più di cinquecento nomi di vittime raccolti in pochi giorni fra parenti e amici degli scomparsi. E gli altri? «Nessuno sa dove sono, tutta la Striscia ne parla anche se Hamas non vuole. Una tragedia immane, come se non bastasse quello che è successo durante l’ultima guerra».
Samir Asfour, un commerciante che nell’affondamento di uno dei battelli ha perso suo figlio Ahmed e quattro nipoti, racconta come funziona il sistema. «Alcuni hanno lasciato Gaza regolarmente, ottenendo un visto per motivi sanitari, ma la maggior parte passa attraverso questi nuovi tunnel per raggiungere il lato egiziano di Rafah e da lì ci si mette nelle mani dei trafficanti umani». Samir, si fa scappare il nome di un capo contrabbandiere palestinese che sovrintende alla “rete” che porta la gente fuori da Gaza vendendo il sogno dell’Europa da raggiungere via mare. Vive in Egitto, ma ha i suoi rappresentanti nella Striscia, alcuni dei quali sono delle figure piuttosto note e protette da Hamas. Mentre racconta la moglie Nawal piange, urla. Insulta il marito che china la testa. Per lei è il primo colpevole della morte del primogenito maschio, perché ha dato al figlio i soldi per pagarsi la fuga dalla Striscia. Samir si difende: «Si è guardato intorno? Ha visto? Ci metteremo 30 anni per rimetterci in piedi. Ahmad è venuto da me dopo la fine della guerra e mi ha detto “aiutami adesso e vi aiuterò dopo, andrò in Europa per lavorare”. Ho preso la decisione da solo e gli ho dato tutti i risparmi che avevo». Samir vorrebbe almeno andare su una lapide al cimitero di Sheik Radwan a piangere la morte del figlio invece che su una vecchia foto, ma sa per certo che la tomba di Ahmad sono invece gli abissi del Mediterraneo.
Un altro padre che preferisce non dire il suo nome racconta che nel prezzo che si paga a Gaza — dai 3 ai 4 mila dollari — è compreso anche un falso timbro del visto egiziano. «Dal lato egiziano di Rafah ci sono minibus che aspettano per raggiungere Port Said o Alessandria dove si attende il momento adatto nascosti in fattorie o vecchi impianti del porto, anche per giorni. Poi arriva il messaggio e si parte, prima su pescherecci e poi — passate le acque territoriali — su barche sempre più piccole ». Spesso la gente si ribella, le barche sono piccole e il mare è agitato, come è accaduto il 6 settembre al largo di Malta. Sono stati gli stessi contrabbandieri a speronare il barcone e tornarsene indietro come ha raccontato uno dei naufraghi all’ambasciatore palestinese in Grecia, dov’è arrivato dopo essere stato salvato in mare con altri quattro da una nave di passaggio in mare aperto.
Khaled S. stava già raccogliendo i soldi dai parenti per cercare di scappare da Gaza nei prossimi giorni. Ma ha cambiato idea dopo aver sentito le storie sugli annegamenti. «Sai… vengono delle persone e ti raccontano della bella vita, di condizioni di vita normali, naturalmente ovunque in Europa è meglio di questa prigione a cielo aperto diroccata. Difficile non essere tentati».
Mai la fuga dei palestinesi da Gaza è stata così copiosa e tragica. Il perché è facile scoprirlo, basta percorrere strade sventrate e sterrati ancora segnati dai cingoli dei tank israeliani per vedere interi quartieri e i piccoli abitati di confine interamente distrutti, con loro piccole fabbriche e fattorie. Ci sono ancora oltre centomila senzatetto, sessantamila accalcati in venti scuole dell’Unrwa, qualche migliaio da parenti o amici. Ma decine di migliaia sono invece accampati fra le macerie della loro — ex — casa. Una coperta come tetto, un fornelletto poggiato fra mattoni sconnessi, i campi di pomodori arati dai mezzi corazzati come toilette. In zone come Beit Hanoun o Shajaya le abitazioni rimaste in piedi si contano sulle dita di una mano. Un dramma quotidiano che sembra insostenibile, ma presto sarà peggio: tra un mese come è consueto inizierà la stagione delle piogge e la Striscia galleggerà sopra un impasto di acqua, sabbia e liquami che si sversano senza controllo verso il mare. L’odore nauseabondo avvolge con le sue spire intere città come Khan Younis, dove i 5 chilometri di lungomare non sono percorribili per il fetore. Così come la centrale elettrica anche il sistema di filtraggio delle acque nere è fermo e milioni di metri cubi di liquami non trattati finiscono ogni giorno in mare.
Non ci sono speranze di una rapida ricostruzione — Hamas e l’Anp da oggi cominciano a discutere al Cairo per trovare un accordo politico su come gestire i fondi che, si spera, verranno stanziati dalla comunità internazionale. Ma Gaza non ce la fa ad aspettare i tempi diplomatici, se non al prezzo di una lenta agonia.

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